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Cognizione ed emozioni nell’invecchiamento

In merito al modificarsi nel tempo di abilità cognitive ed emozioni, potremmo sentir parlare del "Paradosso dell’invecchiamento". Di cosa si tratta?

ID Articolo: 184375 - Pubblicato il: 21 aprile 2021
Cognizione ed emozioni nell’invecchiamento
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Si parla spesso di “paradosso dell’invecchiamento” intendendo quel fenomeno per cui, nonostante all’aumentare dell’età ci sia un deterioramento a livello fisico e cognitivo, la capacità di controllare l’esperienza e l’espressione delle emozioni funziona efficacemente e può addirittura migliorare.

 

Messaggio pubblicitario L’avanzare dell’età porta con sé una serie di cambiamenti a livello fisico-sensoriale, cognitivo, sociale ed emotivo-motivazionale oltre che una forte eterogeneità: non tutti gli anziani sono uguali, ma vi è una notevole variabilità intra e interindividuale determinata dalle esperienze di vita, dalle opportunità educative avute, dal contesto familiare, dal tipo di lavoro svolto (De Beni & Borella, 2015). L’invecchiamento è, dunque, un fenomeno multidimensionale e multidirezionale in quanto le varie dimensioni che caratterizzano l’individuo seguono traiettorie differenti.

La risposta dell’anziano sano alla diminuzione dei propri ambiti di efficacia, spiegata dalle normali perdite fisiologiche e sensoriali dettate dall’età, è delineata dal modello SOC (Baltes & Baltes, 1990) secondo cui l’individuo è in grado di mantenere un adeguato livello di funzionamento per mezzo di tre processi: la selezione, l’ottimizzazione e la compensazione. Tramite la selezione restringe il proprio campo d’azione individuando degli obiettivi prioritari, per mezzo dell’ottimizzazione investe le proprie energie e adopera le risorse disponibili per raggiungere gli obiettivi prefissati e infine tramite la compensazione mette in atto strategie volte ad arginare i deficit.

Cambiamenti cognitivi

Per quanto riguarda i meccanismi cognitivi di base, l’età sembra avere un effetto diretto sulla memoria di lavoro o mediato da inibizione e velocità di elaborazione (Birren, 1959; Borella et al., 2008). È stato dimostrato, per esempio, che gli anziani hanno maggiore difficoltà a sopprimere informazioni e item attivati precedentemente ma che nel compito attuale non sono rilevanti, portando a una saturazione della memoria di lavoro (Hasher & Zacks, 1988).

Anche l’intelligenza subisce dei cambiamenti e in questo contesto è necessario far riferimento al modello bifattoriale dell’intelligenza di Horn e Cattell (1966), che distingue l’intelligenza fluida da quella cristallizzata. La prima, determinata biologicamente, è legata alla comprensione di nuovi dati, all’adattamento a nuove situazioni e problemi; la seconda, strettamente influenzate dalla cultura, è legata all’esperienza e alle conoscenze e capacità acquisite con essa. Questi due tipi di intelligenza nell’arco di vita seguono traiettorie ben distinte: la cristallizzata, misurata di solito con prove di vocabolario, rimane stabile con l’età, mentre la fluida, misurata con prove di ragionamento, tende a declinare.

Per quanto riguarda le prestazioni mnestiche, gli effetti legati all’età non sono uniformi ma alcuni sistemi di memoria ne risentono più di altri (De Beni & Borella, 2015). I sistemi più compromessi risultano essere la memoria di lavoro, la memoria prospettica, la memoria a breve termine visuo-spaziale e la rievocazione episodica (in quanto richiede un accesso consapevole o controllato alle informazioni), mentre la memoria a lungo termine, esplicita e implicita, risulta preservata. Bopp e Verhaeghen (2005) in una meta-analisi hanno evidenziato che le differenze tra giovani e anziani sono più accentuate in prove di memoria di lavoro rispetto a prove di memoria a breve termine poiché queste ultime richiedono, rispetto alle prime, il solo mantenimento passivo delle informazioni.

Questi cambiamenti possono essere spiegati a livello anatomico da una riduzione progressiva del volume cerebrale, un assottigliamento delle circonvoluzioni e allargamento dei solchi e ventricoli (De Beni & Borella, 2015). L’atrofia risulta essere specialmente a carico della corteccia prefrontale e parietale e dell’ippocampo, spiegando così i cambiamenti cognitivi, specie attentivi e mnesici (Raz, 2000). A ciò si aggiungono cambiamenti nelle strutture dendritiche, nella mielinizzazione delle fibre nervose e nella sintesi, produzione e ricaptazione di vari neurotrasmettitori, in particolar modo nelle vie dopaminergiche frontostriatali, la cui minore densità spiegherebbe nell’anziano l’aumento dei tempi di reazione.

Infine, bisogna considerare anche il ruolo della metamemoria, ovvero della metacognizione relativa alla memoria. Gli anziani sembrano, infatti, avere concezioni fatalistiche della dimenticanza e pessimismo verso le proprie capacità mnestiche (De Beni & Borella, 2015).

Le emozioni nell’invecchiamento

Riguardo alle emozioni, si parla spesso di “paradosso dell’invecchiamento” intendendo quel fenomeno per cui, nonostante all’aumentare dell’età ci sia un deterioramento a livello fisico e cognitivo, la capacità di controllare l’esperienza e l’espressione delle emozioni funziona efficacemente e può addirittura migliorare (Charles & Carstensen, 2003). A questo consegue il cosiddetto “effetto positività”, secondo cui gli anziani avrebbero la tendenza a prediligere ricordi positivi ai fini del loro benessere o a rielaborare vicende negative del passato in chiave positiva.

Messaggio pubblicitario Tra i vari approcci teorici che trattano l’elaborazione emotiva nell’invecchiamento di particolare importanza è la teoria della Selettività Socioemotiva (Carstensen et al., 2003) secondo cui all’aumentare dell’età si riscontra una maggiore selettività nelle scelte e nelle relazioni sociali finalizzata alla soddisfazione emotiva. Secondo Carstensen e colleghi, con l’invecchiamento il tempo davanti a sé viene percepito come limitato per cui le proprie azioni sono guidate principalmente da obiettivi emotivi, volti a raggiungere la soddisfazione emotiva attraverso una regolazione della rete sociale incentrata su pochi contatti ma sicuri e familiari. Una serie di studi ha infatti dimostrato che giovani e anziani prediligono esperienze emotive diverse: i giovani mostrano una maggiore attenzione verso gli aspetti negativi di un evento (Baumeister et al., 2001) mentre gli anziani dimostrano maggior interesse per quelli positivi (Mather & Carstensen, 2005).

Cognizione ed emozione

Gli effetti della regolazione emotiva sugli anziani possono essere riscontrati anche in compiti cognitivi di tipo verbale. Un esempio è lo studio di Mammarella e colleghi (2013) che ha indagato le differenze di età tra giovani (20-33 anni), giovani-anziani (60-73 anni) e anziani-anziani (75-85 anni) in una versione affettiva del classico Working Memory Operation Span Test. Esso includeva parole neutre, negative e positive e i risultati hanno mostrato che le parole emotive possono compensare il declino correlato all’età quando è richiesta la memoria di lavoro. Infatti, in linea con gli studi precedenti, i giovani hanno avuto in generale una performance più elevata rispetto agli anziani (ad esempio, Borella et al., 2008), inoltre hanno mostrato un pregiudizio di negatività, ricordando più parole negative che positive. Il risultato più interessante è stato che tutti i partecipanti anziani hanno mostrato un pregiudizio di positività rispetto al gruppo più giovane in quanto hanno richiamato un maggior numero di parole positive rispetto alle neutre. Si è quindi concluso che stimoli emotivi possono influenzare le differenze legate all’età in un compito classico di memoria di lavoro.

Gli anziani presentano un effetto positività anche in altri compiti cognitivi di richiamo e riconoscimento di stimoli. In uno studio (Charles, Mather & Carstensen, 2003) giovani e anziani sono stati confrontati, dopo un compito di distrazione, sul richiamo del maggior numero possibile di stimoli visti in precedenza, distinguendoli da un insieme di nuovi e vecchi stimoli. Gli stimoli in questione erano immagini al computer positive, negative e neutre: il numero di immagini negative richiamate e riconosciute era diminuito rispetto alle neutre e positive con l’aumentare dell’età. Tali risultati sono quindi coerenti con la teoria della selettività socio-emotiva secondo cui ci sarebbe un maggiore investimento nella regolazione emotiva con l’aumentare degli anni.

Dunque, con l’invecchiamento si assiste a un normale declino fisico e cognitivo, che coinvolge principalmente la memoria di lavoro, rendendo più difficoltose molte attività quotidiane. Al contrario, la regolazione emotiva funziona efficacemente e può addirittura migliorare con l’età. Gli effetti del paradosso dell’invecchiamento sono riscontrabili anche in compiti cognitivi, come dimostrato dalla letteratura.

 

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Bibliografia

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