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Perché non sono felice come gli altri?

La convinzione di dover essere felici crea la trappola della felicità: più rincorro la felicità come obiettivo di vita più sarò frustrato e meno sarò felice

ID Articolo: 184453 - Pubblicato il: 23 aprile 2021
Perché non sono felice come gli altri?
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Questo articolo sulla felicità si pone questi obiettivi: spingere il lettore ad accettare la condizione umana (di sofferenza) e disinvestire sull’illusione della felicità

 

Messaggio pubblicitario Al giorno d’oggi, sommersi dai social che traboccano di foto spiritose, ritoccate e costruite ad hoc per attrarre l’interesse degli altri, il nostro spirito comparativo è quanto mai messo alla prova.

E più si è insicuri, più ci si sente minacciati dalla condizione positiva degli altri.

“Gli altri sono felici”, “La mia vita fa schifo (perché sono sempre scontento)!”, “Possibile che non riesca ad essere felice?!” “Se vivo sempre emozioni negative, c’è qualcosa che non va in me!”

Se anche tu hai fatto questi pensieri sei perfettamente nella norma.

Si parla recentemente (e direi finalmente) di “Toxic Positivity”, ovvero “positività tossica”, alludendo a questa ricerca di felicità forzata che porta a sminuire o colpevolizzare i propri vissuti e rimandare agli altri l’idea che vivere “felicemente” è possibile e facile.

Sappiamo che non dobbiamo lasciarci ingannare dalle vite degli altri, non possiamo sapere cosa si nasconde dietro ad una foto. Lo sappiamo benissimo: “All that glisters is not gold”, “Non è tutto oro quello che luccica”, scrivevano Esopo e Shakespeare e le ricche star di Hollywood, con le loro vicende personali, ce lo ricordano ogni giorno.

Ma allora come mai non possiamo fare a meno di confrontarci con gli altri e di uscire, quasi sempre o almeno nella maggioranza di noi, perdenti da questo confronto?

E perché non riusciamo ad essere felici come gli altri?

Cosa abbiamo di sbagliato?

Andiamo per gradi.

Come mai viviamo sempre nel confronto sociale?

Il confronto è un normale processo evolutivo, persino indispensabile, sotto certi aspetti, ai fini evolutivi: è una predisposizione necessaria affinché la persona capisca quali sono “le regole” e le richieste per un buon adattamento ed inserimento nel gruppo dei pari.

Oggi, come secoli fa, il gruppo è una risorsa fondamentale per l’uomo ed il volerne far parte è un desiderio più che legittimo. “Sto facendo la cosa giusta? Sto contribuendo abbastanza?” Queste domande guidano il comportamento dell’individuo in una società, facendo sì che ci sia maggior crescita dell’uno e dell’altra. La nostra mente ci mette in guardia circa la minaccia di poter essere rifiutati.

Non deve quindi stupirci, né dobbiamo biasimarci, se abbiamo la tendenza a migliorarci, a confrontarci, o persino a deprimerci se non ci sentiamo “abbastanza adatti”. Quella tristezza dovrà essere la spinta per una crescita. A questo servono le emozioni.

La felicità non è la “condizione naturale” di tutti gli esseri umani

Più che biasimarsi del motivo per cui non riusciamo ad evitare di metterci in una condizione di confronto, dovremmo esaminare uno sbaglio decisamente più sostanziale: quello di considerare la felicità come lo stato naturale dell’uomo.

La felicità, così come la intendiamo nel senso “classico” del termine, ovvero come stato di piena gioia ed appagamento, è un’emozione. Una tra tante. Non c’è nessun motivo per cui dovrebbe essere la nostra “condizione di base”.

Le emozioni primarie dell’uomo sono sei e sono state studiate da Paul Ekman (lo psicologo che ha ispirato il telefilm “Lie to me”, per chi lo conoscesse) che, girando il mondo, ha potuto osservare come queste emozioni fossero “universali”, ovvero interculturali ed innate, in quanto presenti in tutti gli uomini, di differente razza ed età, accompagnate da specifiche espressioni facciali indipendenti dalla cultura e riconoscibili in qualsiasi parte del mondo. Se avete visto il cartone Disney “Inside out” probabilmente ne conoscete cinque: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto. A queste aggiungiamo la sorpresa. Sei emozioni primarie dalle quali nascono poi tanti altri stati emotivi, le emozioni secondarie, che subiscono invece l’influenza della cultura e della società. Ne sono un esempio la vergogna, l’invidia, la colpa

Ogni emozione ha la sua dignità ed il suo preciso ruolo: tutte lavorano per noi, per garantirci un buon adattamento alla realtà che ci circonda (la paura, ad esempio, ci avverte che siamo in una situazione di pericolo, mentre la rabbia che stiamo subendo un’ingiustizia) e ci garantisce così le migliori condizioni per una buona sopravvivenza. Infatti le emozioni sono il più prezioso bagaglio che ci ha lasciato l’evoluzione!

Se i nostri antenati fossero stati solo felici non si sarebbero accorti che il cibo che stavano mangiando li disgustava e magari li avrebbe persino avvelenati, o che il leone era una minaccia, o non avrebbero prestato cura alla propria famiglia, perché smarrirla non li avrebbe portati a vivere un’emozione di tristezza.

Dovevano invece essere sempre attenti a guardarsi le spalle, a proteggersi, a procurarsi cibo, acqua, un riparo ed il sesso.

Siamo stati progettati per sopravvivere: quello che ci guida è un “dispositivo cerebrale” calibrato per scovare il pericolo e metterci in salvo. E nel corso di anni e secoli, la mente umana ha affinato la sua abilità di prevedere il pericolo e metterci in guardia, adattandosi a stanare le minacce che nel corso del tempo hanno assunto forme diverse: i nostri nemici non sono più i leoni, ma piuttosto l’opinione degli altri, che ci garantisce l’accettazione e la partecipazione ad un gruppo, la perdita del lavoro, che ci offre possibilità di avere cibo ed un tetto, il prestigio sociale che ci promette potere ed un migliore accesso alle risorse della comunità e maggiore appetibilità sessuale.

Le minacce sono evolute con noi, ma il cervello non smette di svolgere la sua funzione di “protettore” e continua a stanarle: la nostra mente non cessa di valutare tutto quello che incontriamo, giudicandolo di volta in volta come adeguato, sufficiente, buono, pericoloso, utile, dannoso, eccetera… (Harris, 2010).

Queste considerazioni offrono quindi una risposta alla domanda: “come mai non riesco ad essere sempre felice?” Semplicemente perché non sei nato per “essere felice”, ma per “essere”.

Le caratteristiche delle emozioni

Dunque pare chiaro che, poiché siamo strutturati per adattarci alle circostanze e migliorare noi ed il nostro ambiente in una continua costante ottica di confronti e valutazioni reciproche, la felicità sia solo una delle tante emozioni a cui possiamo andare incontro nell’arco delle nostre giornate e non c’è motivo per cui debba essere la sola.

La convinzione che dobbiamo essere felici (perché me lo dicono gli altri e loro ci riescono benissimo) in realtà crea la “Trappola della felicità” (Harris, 2010) ovvero più rincorro la felicità come obiettivo di vita, più sarò frustrato e meno sarò felice. Se passo la mia vita ad inseguire la felicità avrò un’esistenza perennemente insoddisfatta: la felicità arriva, dura un po’, e se ne va. Perché così funzionano le emozioni, nessuna ha un particolare permesso per restare più delle altre!

L’emozione per definizione infatti, è un evento di durata limitata, da non confondere con i sentimenti.

L’emozione è una risposta valutativa di un evento, immaginario o reale, che determina una serie di modifiche e reazioni di tipo fisiologico (aumento della frequenza del battito cardiaco, della temperatura corporea, della sudorazione, ecc.), espressivi (atteggiamento verbale e non verbale), cognitivi (valutazioni circa gli eventi attivanti), motivazionali (azione e reazione comportamentale, come attacco o fuga) e soggettive (ovvero il sentimento, la conseguenza dell’elaborazione cognitiva di ciò che sto provando).

Ne consegue che l’emozione sia una risposta intensa, ma dalla durata piuttosto limitata nel tempo, finalizzata alla gestione dell’evento stesso che l’ha provocata.

Quando invece la persona si mette a riflettere su ciò che sta provando e ne elabora una sua consapevolezza (più o meno lucida o deviata) si parla di sentimento.

Il sentimento è l’elaborazione cognitiva di ciò che mente e corpo hanno rapidamente elaborato in risposta ad un evento, ovvero di un’emozione.

Le emozioni quindi sono:

  • fondamentali, hanno infatti funzione espressiva, comunicativa e regolativa (manifestare ciò che si prova in modo educato e rispettoso è fondamentale al proprio benessere);
  • di durata limitata.

Quanto dura un’emozione?

Gli studi su questo aspetto sono contenuti, ma si è visto che ogni emozione ha la propria durata, che potrebbe andare da qualche secondo a parecchie ore (Frijda et al. 1991; Verduyn et al. 2009 ). È stato studiato, nello specifico, che le emozioni spiacevoli hanno una durata maggiore e che la tristezza in particolare necessiti di maggior tempo per essere rielaborata (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

In uno studio che ha preso in considerazione 27 emozioni, la tristezza è durata più a lungo, mentre la vergogna, la sorpresa, la paura, il disgusto, la noia, l’irritazione ed il sollievo sono state le emozioni più brevi (Scherer e Wallbott, 1994 ; Verduyn et al. 2009a; Verduyn e Brans, 2012; Verduyn e Lavrijsen, 2014). Nello specifico si è visto che “la tristezza dura fino a 240 volte più a lungo della vergogna, che sembra essere l’emozione più breve. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le differenze di durata sono molto minori” (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

Qualcuno potrebbe dire: “ma se le emozioni durano qualche ora al massimo, come mai io allora quando mi arrabbio o sono triste mi porto dietro queste emozioni per una settimana??”.

Quando accade che un’emozione permane nella nostra mente e nel nostro cuore e sembra piantarci la tenda, non è l’emozione che decide di restare, non è una sua iniziativa. Siamo noi che, con mille pensieri e ruminazioni, la ancoriamo nella mente.

Quello che più di tutti è importante tenere in considerazione negli studi sulla durata delle emozioni è, infatti, che questa durata, così come pure l’intensità, siano condizionate fortemente dalle valutazioni che noi stessi facciamo dell’evento che le ha scatenate e dalle strategie che adoperiamo per gestirle.

Si è scoperto che “le emozioni piuttosto brevi sono tipicamente (ma, ovviamente non sempre) suscitate da eventi di importanza relativamente bassa, mentre le emozioni di lunga durata tendono a riguardare qualcosa di molto importante. Alcune di queste implicazioni possono diventare evidenti solo nel tempo, il che mantiene o rafforza l’emozione, facendola durare” (Verduyn et al. 2009b ).

In particolare la durata sembra dipendere fortemente dalla valutazione di una specifica minaccia a cui diamo importanza: quanto sia compromettente l’evento vissuto per l’immagine che la persona ha di sé (Shott, 1979). Ed ecco che torna la comparazione sociale: più la valutazione che faccio di un evento mi rimanda un attacco alla mia immagine personale, maggiore sarà la durata dell’emozione.

Messaggio pubblicitario Un secondo elemento legato alla valutazione che influisce sulla durata dell’emozione è la ruminazione. Questa è uno spiacevole stratagemma mentale che ci illude di poterci dare una risposta confortante di un evento, o una nuova visione dei fatti, ma in realtà ci lega sempre di più a quanto accaduto e rinforza, minuto dopo minuto, l’emozione provata, alimentandola (Augustine e Hemenover, 2009; Wells, 2009).

La ruminazione non spiega solo le differenze di durata all’interno delle emozioni (un’emozione è tanto più intensa e duratura, quanto maggiore è il tempo di ruminazione), ma anche tra le emozioni (dura di più l’emozione su cui rimugino maggiormente) (Verduyn e Lavrijsen, 2014).

Questi meccanismi spiegano come mai alcune emozioni molto simili possano avere durate differenti: la vergogna ed il senso di colpa hanno molte caratteristiche sovrapposte (Tangney e Dearing, 2002), ma i dati attuali rivelano che ”la colpa è un’emozione che persiste molto più a lungo della vergogna. Allo stesso modo, paura ed ansia si sovrappongono a stati di avversione incentrati sulla minaccia” (Öhman, 2008 ), ma si osserva che la paura è molto più breve dell’ansia.

In conclusione, volendo fare un esempio, immaginiamo di subire un’ingiustizia che ci porterebbe a provare rabbia. Questa emozione potrebbe avere in media la durata di qualche ora. Ma se le nostre valutazioni attivano una serie di ruminazioni sull’ingiustizia subita, la durata sarà maggiore. Se inoltre nella ruminazione si rileva una svalutazione della nostra immagine, allora ci sarà da ipotizzare che la rabbia durerà ancora di più.

Non solo non possiamo essere sempre felici: la vita è sofferenza

La prima delle Quattro Nobili Verità del buddismo afferma: “La vita è sofferenza”. E questo perché non si può sfuggire a malattia, vecchiaia e morte. Ma non solo: il dolore verso un fatto accaduto può essere, come hanno riscontrato gli studi stessi, determinato dai nostri pensieri di non accettazione, di attaccamento ed avversione verso una realtà e sono proprio questi pensieri che influenzano la sofferenza stessa, ingrandendola, mantenendola più a lungo.

Nella psicologia cognitiva le cause della sofferenza sono in parte sovrapponibili a quanto affermato nel buddismo: si genera uno scopo nella mente della persona a causa di una disparità tra ciò che si desidera, o si necessita, e ciò che sia ha; la compromissione dello scopo crea sofferenza e questa sofferenza è poi mantenuta da un meccanismo di non accettazione del fatto che il proprio scopo sia compromesso o minacciato (Mancini e Perdighe, 2012). Lo scopo può essere qualcosa di esterno, un evento che accade o che si teme (avere un lavoro, avere un fidanzato, non avere una malattia), o interno, un’emozione, un pensiero (“non voglio avere paura; non voglio pensare a questa cosa; voglio essere felice”).

Questa è un’ulteriore conferma di come funziona la “Trappola della felicità”: desidero essere felice (perché lo reputo possibile), ma la compromissione del mio scopo (determinata da tutti i fattori precedentemente elencati) genera uno stato di sofferenza. Non accettare questa condizione mantiene ed aggrava la situazione spiacevole, portando magari ruminazioni e colpevolizzazioni (perché gli altri sembrano riuscirci).

Per mettere a tacere questa sofferenza occorre lavorare su tre punti (Mancini e Perdighe, 2012):

  • raggiungere lo scopo;
  • ridefinire lo scopo;
  • rinunciare allo scopo (accettazione).

In poche parole: disinvestimento nel nostro scopo compromesso o accettazione delle circostanze.

Questo articolo sulla felicità si pone proprio questi obiettivi: spingere il lettore ad accettare la condizione umana (di sofferenza) e disinvestire sull’illusione della felicità.

Un nuovo concetto di felicità: Vita Significativa VS Vita Felice

Concludendo possiamo dire che: il solo obiettivo che abbiamo ogni giorno è quello di essere “felici”, ovvero di raggiungere i nostri obiettivi, di far sì che lo stato desiderato e reale combacino.

Cerchiamo di raggiungere la felicità in mille modi, con grandi sforzi.

Puntualmente però, nonostante le nostre fatiche, ci ritroviamo a star male per un motivo o per un altro. E capita persino che ci biasimiamo perché non riusciamo ad essere felici (“come riescono tutti!”).

Ecco la brutta notizia: la felicità esiste, ma è uno stato momentaneo e transitorio così come la tristezza. Se arriva, inevitabilmente se ne andrà. E non è colpa tua. Non è perché non ti basta mai nulla o perché non hai fatto abbastanza.

Progettare di vivere una vita Felice è il primo passo per vivere nell’insoddisfazione.

Ma del resto c’è anche il rovescio della medaglia: anche le emozioni spiacevoli sono transitorie. Se non è così forse si è creato un blocco, occorre chiedere aiuto ad uno specialista.

Dato che la felicità è uno stato transitorio e, per definizione, in quanto animali in continua lotta per l’adattamento ed il progresso, viviamo in uno stato di continua sofferenza, siamo dunque destinati a vivere nell’infelicità?

La vita propone una terza opzione: non possiamo vivere una vita Felice, ma possiamo vivere una vita Piena e Significativa. Sarà dura a livello emotivo, ma molto gratificante.

Cosa si intende con vita significativa?

La psicologia cognitiva più recente, definita “di terza ondata”, sta osservando come alla base del benessere della persona debba esserci una predisposizione all’accettazione delle circostanze che non possono essere modificate. Questo è ad esempio il principio su cui lavora la ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Terapia bastata sull’Accettazione e sull’Impegno nell’Azione).

Viene sostituita la concezione di felicità intesa come “stato di contentezza e gioia” (che è tipico dell’emozione) da una nuova prospettiva, quella di “vita ricca e significativa”.

Non si rincorre più uno stato di benessere fugace ed instabile, ma un senso profondo di vita “ben vissuta”, in linea con i propri valori fondamentali, vivendo pienamente tutta la gamma delle emozioni, sia la positive che le negative, imparando ad affrontare il dolore (che è inevitabile) al meglio, con compassione ed accettazione, riducendone gli effetti deleteri al minimo (perché accetto e non rimugino).

Questo obiettivo si raggiunge attraverso un profondo lavoro su se stessi, perché l’accettazione ha bisogno di conoscenza e compassione.

Il più recente approccio psicologico adopera in questa direzione la Mindfulness: una forma di meditazione che aiuta la persona a stare con le proprie emozioni e con i propri pensieri, osservandoli senza giudicare. È un valido strumento per avvicinare i propri vissuti con un occhio curioso e compassionevole, che allena l’accoglienza di quello che c’è, così come è.

La soluzione quindi è abbandonare la speranza vana ed illusoria di una vita “felice” in senso estremo, ed optare per una vita piena, consapevole, significativa.

Questo è il “compromesso” che la vita ti offre, ogni giorno. Coglilo.

Non è “rassegnarsi”, è Vivere Consapevolmente, accettando anche quello che è spiacevole, ma inevitabile.

Troverai una nuova “felicità” che è accettare il “compromesso”, che è vivere il momento presente nel bene e nel male, standoci, senza fuggire.

E questa è una Scelta, che va fatta e praticata ogni giorno.

 

 

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Bibliografia

  • Augustine, A. A., Hemenover, S.H. (2009). Sull’efficacia relativa delle strategie di regolazione dell’affetto: una meta-analisi. Cognition and Emotion, 23, 1181–1220.
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  • Öhman, A. (2008). Paura e ansia: sovrapposizioni e dissociazioni. In M. Lewis e J.M. Haviland-Jones (a cura di), Manuale delle emozioni (3a ed., Pp. 709–729). New York: Guilford.
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  • Verduyn, P., Van Mechelen, I., Tuerlinckx, F., Meers, K. e Van Coillie, H. (2009b). Profili di intensità dell’esperienza emotiva nel tempo. Cognition and Emotion, 23 , 1427–1443.
  • Wells, A. (2009). Metacognitive therapy for anxiety and depression. New York: Guilford Press.
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