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Una vita degna di essere vissuta (2021), il nuovo libro di Marsha Linehan – Recensione di Giovanni M. Ruggiero

"Una vita degna di essere vissuta" un libro che contiene esperienze cliniche, insegnamenti e confessioni di Marsha Linehan - Recensione di G. M. Ruggiero

ID Articolo: 183591 - Pubblicato il: 29 marzo 2021
Una vita degna di essere vissuta (2021), il nuovo libro di Marsha Linehan – Recensione di Giovanni M. Ruggiero
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Una vita degna di essere vissuta racconta la storia di Marsha Linehan e del suo percorso di guarigione, e forse di redenzione, che la portò a cercare di aiutare le persone nella sua stessa condizione, persone con una sofferenza mentale estrema, quella autolesiva, e a rischio di suicidio.

 

Messaggio pubblicitario Il primo insegnamento dell’autobiografia personale, professionale e intellettuale di Marsha Linehan Una vita degna di essere vissuta proviene dalla sua forma, che è appunto quella dell’autobiografia. La Linehan ci dice che ogni sapere proviene dall’esperienza e che, come scriveva Nietzsche, tutto è biografia. Inizia come una smisurata confessione. Che investe il lettore con violenza imprevedibile: la storia di Marsha Linehan è una storia di sofferenza inaudita, in cui la protagonista ha sfiorato la pazzia, quella vera, quella da manicomio. Come racconta essa stessa, Linehan cadde nella tarda adolescenza in un gravissimo stato depressivo accompagnato da comportamenti estremamente autodistruttivi, come lanciarsi ripetutamente sul pavimento da una sedia o il tagliarsi la pelle delle braccia: nello stato di sofferenza emotiva in cui versava, il dolore dell’urto brutale del corpo e perfino delle ossa sulle superfici dure era un sollievo. Per questa strada Marsha Linehan finì per essere ricoverata in strutture psichiatriche manicomiali e ci rimase per 26 mesi, rischiando davvero l’internamento definitivo.

Per fortuna lo schivò. Fortuna sua ma anche nostra, perché da quel momento iniziò un percorso di guarigione, e forse di redenzione data l’affascinante vena mistica, sia cristiana che non, che accompagna la vita di questa autrice. Redenzione che la portò a cercare di aiutare gli altri che si trovavano nella sua condizione, la sofferenza mentale estrema, quella autolesiva e a rischio di suicidio. Redenzione che passa per pubbliche confessioni già prima di questo libro: note sono le stigmate che Linehan si porta addosso, le cicatrici dei tagli e delle bruciature che marcano il suo corpo.

A questo punto l’autobiografia da personale si tramuta in professionale e intellettuale. Attenzione, però: non si perde nulla dell’aspetto personale, sempre presente. Linehan continua a confidarci i suoi sentimenti, i suoi stati più intimi, le sue relazioni di amicizia e d’amore, i suoi problemi. Linehan, com’è noto, intraprese il percorso comportamentale, formandosi con Jerry Davison e Marvin Goldfried. Questa impronta non la ha mai persa, e ha improntato tutto il suo sviluppo successivo, che comportamentale è rimasto. Colpisce come in questa evoluzione Linehan non abbia avuto mai nulla a che fare con il cognitivismo standard di Beck, la cui impostazione sembra da lei più che lontana: estranea. Gli interventi di Linehan sono tutti focalizzati sulla modificazione comportamentale e vedremo che, anche quando aggiungerà la dimensione mentale, essa sarà tutta informata a una gestione dei processi mentali come eventi interni in grado di influenzare ed essere influenzati. In Linehan, da brava processualista, i pensieri sono fenomeni dotati di effetti contestuali e non di significati essenziali profondi e in quanto tali vanno valutati, in base alle loro mere conseguenze pratiche e non in base a un’essenza intrinseca. È una concezione che deve molto al pragmatismo di Dewey e ancor prima a quello di Pierce.

Il comportamentismo della Linehan è però qualcosa che va oltre il comportamento esterno e si focalizza sui processi mentali. Il suo può considerarsi uno dei primi di quei modelli processualisti di terza onda, anche se esso li precede di alcuni anni e non ne fa parte storicamente. Rimane però ad essi fortemente imparentato. Come tutti i processualismi, questo modello rappresenta una sorta di ritorno al funzionalismo comportamentista e, anzi lo è in una forma più accentuata o, forse, più prossima alle origini non essendosene mai allontanata.

Messaggio pubblicitario Vediamo così la Linehan raccontarci come negli anni, pescando nella letteratura psicoterapeutica funzionalista, rielaborò decine e decine di interventi funzionalisti in abilità mentali e comportamentali di gestione delle situazioni avversive, le ben note skills che hanno fatto la fortuna di quel modello, la terapia dialettico comportamentale o DBT (Dialectical Behavioral Therapy). Sovrapposte a quegli interventi, alle skills, nelle quali il confine tra mente e comportamento è sempre più fine e impalpabile e in questo si percepisce tutta la radice funzionalista della Linehan, vi era poi un modello del funzionamento mentale semplice e comprensibile al limite della divulgazione eppure per nulla rozzo. Si tratta del ben noto modello della mente saggia, della mente razionale e della mente emotiva. Questo modello teorico esemplifica bene come il passaggio da uno schema come quello di Beck focalizzato sui contenuti cognitivi, le credenze sul sé, a un modello che invece rappresenta la mente in termini di funzioni. Tra queste funzioni quelle più importanti sono quelle regolative e metacognitive, quelle in cui le informazioni, i contenuti di Beck, sono regolate a un secondo livello e utilizzate in vista di scopi esistenziali. La mente saggia, al di là di un certo sapore naive di questo termine, rappresenta quella funzione regolativa per eccellenza che per la Linehan è carente nel paziente suicidario (che è il paziente che davvero interessa alla Linehan e nel quale vi è più sostanza clinica che nella diagnosi di disturbo di personalità borderline con il quale la DBT è stata associata) e che va rafforzata attraverso un vero e proprio addestramento per apprendimento delle abilità. Un esempio di queste abilità, che la Linehan denomina usando degli acronimi che ne facilitano la denominazione, è il noto D.E.A.R. M.A.N., abilità interpersonale con la quale i pazienti imparano in sette passi -uno per ognuna delle lettere dell’acronimo: Describe, Express, Assert, Reinforce, Mindful, Appear, e Negotiate- a esprimere i loro bisogni e i loro disaccordi con il prossimo senza cedere alla conflittualità. In questa commistione tra addestramento pratico e modello agile e comprensibile delle funzioni regolative della mente risiede il segreto del successo della DBT di Linehan. Non basta. Linehan ci racconta anche le difficoltà della sua carriera e i problemi organizzativi del mettere su una ricerca su pazienti così complessi, illuminando come questi aspetti pratici abbiano confluito nella ricerca e viceversa, proprio perché ciò che rende difficile la cura di questi pazienti è proprio la loro scarsa collaborazione e quindi le difficoltà organizzative che pongono diventano oggetto di analisi. E così via.

Man mano che il racconto prosegue incontriamo infine la spiritualità e la meditazione che sono un po’ il coronamento delle abilità regolative più funzionali incontrate precedentemente. Il livello comportamentale, nella visione pragmatica della Linehan, arriva alla spiritualità attraverso la meditazione in ogni sua forma compresa la mindfulness, meditazione che può essere definita la forma più consapevole di comportamento mentale. E intanto proseguono anche le confessioni sulla vita quotidiana di Marsha Linehan e sulle persone con le quali ha a che fare, a volte trovando una parziale conciliazione -ad esempio con sua madre- a volte accettando l’inevitabilità di certe incomprensioni. In questo continuo alternarsi di esperienze cliniche, nozioni scientifiche e confessioni personali risiede il fascino del libro e il suo insegnamento.

 

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Bibliografia

  • Linehan, M. (2021) Una vita degna di essere vissuta. Raffaello Cortina Editore
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