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Seduta psicoterapeutica: quando la clessidra si svuota troppo presto

Quanto tempo è troppo tempo o poco tempo? Nella vita ci sono situazioni come la terapia che devono essere racchiuse all’interno di una cornice temporale

ID Articolo: 182251 - Pubblicato il: 08 marzo 2021
Seduta psicoterapeutica: quando la clessidra si svuota troppo presto
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Da paziente il tempo in psicoterapia non lo capisci, non vedi i passaggi, la tecnica, la struttura. Sai che funziona, lo senti che stai meglio, ti percepisci più consapevole, ma non capisci il perché e il come questo accada.

Silvia Mancuso – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Messaggio pubblicitario Ho deciso di trattare questa tematica perché è un argomento che mi tortura da quando ho iniziato il mio percorso in psicoterapia. La psicoterapia è una delle cose migliori che mi sia capitata nella vita. Già dal primo giorno in cui ho conosciuto la mia terapeuta, mi sono trovata a fine seduta a chiudere la porta dello studio dietro di me e dirmi “non basta” e ripetermelo durante la strada per tornare a casa. Ho pensato che sarebbe andata meglio eppure ancora oggi ogni volta che la mia seduta termina la prima cosa che penso è “non basta, il tempo che ho a disposizione non basta”.

Potrebbe sembrare facile parlarne in terapia ma non per me. Ho provato solo una volta ad accennarlo, a mo’ di battuta, e la mia terapeuta mi ha risposto che lei dedica 60 minuti per cliente e che è molto più di quello che dovrebbe e molto più tempo di tanti altri orientamenti. Ho capito che poteva dirmi quello che voleva, ma non era quello che volevo sentirmi dire.

Quanto ho pensato alle sue parole e a quello che avrei voluto dirle al riguardo. “Basta! Alla prossima seduta mi prenderò di coraggio e le dirò quello che penso. I punti che affronterò, in ordine di importanza: questo tempo non basta, mi aiuti a farlo bastare, non sopporto quando capita che il paziente prima di me rubi il mio tempo, non sopporto di perdere tempo nel pagare la terapia e pianificare il prossimo appuntamento e credo che sia tempo rubato alla terapia. Se consideriamo tutto questo la seduta dura 45 minuti e non 60 e questi 45 minuti non bastano”.

Ma quanto tempo è troppo tempo o poco tempo? Nella vita ci sono una serie di situazioni come la terapia che devono essere racchiuse all’interno di una cornice temporale. Penso ai film o alla lezione di yoga. Vi sono altre situazioni, come una cena o il parrucchiere, dove il tempo è quello che serve. Hai un’idea di quanto tempo potrebbe impegnarti ma non esiste una regola temporale. Ecco, io vorrei una seduta terapeutica “da cena”. Vorrei poter decidere io paziente quando concluderla e alla fine dire “grazie per la seduta, sono stata davvero bene, alla prossima. Buona notte”.

Lo yoga, i film, le cene, la parrucchiera: sono tutti esempi di situazioni che scegliamo di vivere per migliorarci la vita. Lo stesso vale per me con la terapia, scelgo di andare per migliorarmi e per raggiungere la consapevolezza di me che sto ricercando. Nonostante per me il tempo sia sempre poco devo dire che questa terapia funziona, quindi se funziona, al di là della mia percezione del tempo, mi dico “goditi le tue sedute e basta con questa storia”. E invece no, io voglio capirci qualcosa. Da paziente il tempo in psicoterapia non lo capisci, non vedi i passaggi, la tecnica, la struttura. Sai che funziona, lo senti che stai meglio, ti percepisci più consapevole, ma non capisci il perché e il come questo accada. Percepisci il tempo che passa quando è già passato ed è lì che concepisci il concetto di quanto.

Ci sono dei tempi tecnici che definiscono il setting come i saluti e il pagamento che rendono una seduta di 45-50 minuti quando ne hai a disposizione 60 oppure di 35-40 minuti quando ne hai solo 50. Una seduta si sa, non si basa solo sulla narrazione e so che questo articolo non porta nulla di nuovo. La variabilità della durata delle sedute è un tema dibattuto tra le teorizzazioni psicoanalitiche (la psicoanalisi propone un setting fissato tra i 45 e 50 minuti) e quelle lacaniane (Lacan proponeva un setting variabile e non fissato).

Il cervello crea la rappresentazione cognitiva del tempo usando variabili quali il passare dei giorni e l’uso dell’orologio. Integriamo informazioni che impariamo fin da quando siamo piccoli e cominciamo a creare la nostra rappresentazione personale del tempo. La consapevolezza dello scorrere del tempo è una produzione interna mentale. Io ancora mi stupisco quando la mattina mi sveglio prima della mia sveglia. Quando sto bene con qualcuno il tempo mi sembra passare in fretta, quando faccio qualcosa che non mi piace sembra non finire. Si sa, ogni persona ha un tempo proprio, una personale produzione interna mentale della consapevolezza dello scorrere del tempo. Un orologio misura il tempo ma il tempo esiste anche senza gli orologi.

I fatti acquistano significato e spessore di esperienza solo quando sono rappresentati nella mente. È nel diventare pensiero che producono i loro effetti. Se non so che la guerra è finita mi nascondo e combatto nelle foreste nipponiche anche 10 anni dopo Hiroshima (R. Lorenzini, 2011).

Tutto è regolamentato dal tempo, un concetto che ci siamo creati noi grazie alla memoria e alle aspettative. Dal tempo nasce il concetto di passato, presente e futuro e grazie a questo noi agiamo e ci comportiamo (Hammond, 2013).

Marc Wittmann è uno psicologo che descrive questo fenomeno legato alle fluttuazioni dello stato della coscienza (Wittmann, Giersch, & Berkovich-Ohana, 2019). I nostri interessi e le nostre emozioni, il nostro umore e i momenti che viviamo possono influire sulla percezione del tempo, che è una percezione personale, legata al mondo esterno solo dagli strumenti che lo misurano.

Se prendessimo consapevolezza di questo potremmo imparare a vivere il tempo responsabilmente. I limiti sono la nostra nascita e la nostra morte, in mezzo il tempo e la vita, la nostra, luogo di incontri e di esperienze, di sofferenza e di amore.

E la morte che ci tormenta altro non è che l’annientamento della sensibilità, come Epicuro (Paini, 2006, pag. 33) ci avverte “…Niente è la morte per noi: infatti tutto ciò che si è dissolto non è più dotato di sensibilità, e ciò che non è più sensibile è niente per noi…”.

Nella terapia questa vita, e questa morte, diventa il tema centrale della narrazione e viene esposta all’interno di un format preciso dove due sconosciuti si incontrano. Uno è il terapeuta e l’altro il paziente. Il paziente porta questa sua vita. I due si accordano sugli obiettivi da raggiungere e sugli impegni reciproci. Gli incontri si concluderanno quando entrambi saranno d’accordo di aver raggiunto l’obiettivo. I due sono estranei e tali devono rimanere anche se il paziente col tempo diventa qualcosa di altro dall’essere estraneo. Se queste regole non venissero rispettate sarebbe una grave violazione del setting. Il tempo è quello del presente, del qui ed ora.

S. Agostino (Sant’Agostino, 2014) quando indaga il tempo parla del tempo dell’interiorità e della pluralità dei tempi legata a diversi livelli di realtà. Il presente del presente (qui ed ora) ma anche il presente del passato (ricordi) e il presente del futuro (una presunzione di quello che sarà). Lo psicoterapeuta durante la narrazione del paziente, nel qui ed ora, durante questi 45-60 minuti, decide di approfondire alcuni pensieri e quindi blocca il narrato del paziente su aspetti per lui importanti, perché ha bisogno di focalizzarsi su quello che serve per dare seguito alla sua tecnica.

L’impressione del paziente è di essere una rosa che sta per sbocciare e che viene tranciata. Un soufflé che è sul punto di gonfiarsi, il terapeuta apre il forno e il soufflé fa quello sbuffo che lo spacca e che ne precede lo sgonfiore.

Sostiene Cicerone che nella vita adulta il divenire è ipotecato e incanalato nelle progettualità senza fine che si estrinsecano in piani giornalieri, settimanali, mensili, annuali e pluriennali, nei quali il vivere cristallizzato in morfologie preordinate diviene il dato saliente dell’esistenza, ridotta a mera alienazione temporale, in cui il costrutto di tempo viene traslato dal suo significato più profondo per divenire una categoria concettuale in grado di essere usata per lenire le paure (Paggetti N., 2006).

L’esperienza che ho vissuto, che sto vivendo, che vorrei vivere diventa superflua per quel contesto. Non c’è tempo per approfondirla, non serve, tu paziente non lo sai ma il terapeuta ha già capito e quindi non serve continuare a narrare. Tu paziente hai una enorme quantità di cose che vorresti dire ma il terapeuta ti trascina là dove vuole: dove ti trovavi? Cosa hai pensato? Che emozione ha provato? E mentre rispondi alle sue domande ti chiedi, perché non mi lascia finire? Io ho un’enormità di altre informazioni anche più importanti di “cosa ho pensato e delle emozioni che ho provato”?

Messaggio pubblicitario La psicoterapia si presenta come un momento in cui la ripetizione del tuo vissuto è una traccia per un progetto più ampio che è difficile vedere fin da subito. Riuscire ad allontanarsi e vederlo nella sua totalità non è fin da subito possibile, riesci solo a vedere un singolo mattoncino e credi che non abbia senso tutto questo per il progetto che avevi in mente. Anche se questa di cui parlo non è l’esperienza di tutti, è sicuramente la mia. Questo e molto altro è ciò che mi ripeto quando esco da quella stanza. Mi chiedo poi: chi come me non ha delle basi di psicologia, come gestirà questo stato? L’approccio cognitivo comportamentale è un metodo semplice e breve, mirato alla rimozione del sintomo. Tende a limitarsi al minimo tempo necessario e non è un percorso infinito. Metodo concreto che segue il sintomo e stimola anche un cambiamento profondo della personalità che lo genera. Questo mi è chiaro, ma lo è anche per chi non ha delle basi di psicologia?

La mia sensazione da paziente è che a volte sembra che la psicoterapia abbia lo scopo principale di mantenere un setting corretto. Tutto quello che sta dentro è sicuramente customizzato per il paziente, quasi fosse un ambito sartoriale ma è tutto lì dentro, dentro quei minuti. Fuori da quei confini non è possibile uscire.

Cosa dirà di me questa mia idea del tempo? Chissà se a tutti noi piacerebbe che le nostre terapie fossero personali e individuali, come il tempo, i pensieri e le emozioni. Sono mie queste resistenze al cambiamento o sono davvero necessarie per garantire all’approccio cognitivo comportamentale di rimuovere il sintomo? Insomma, quando ho pensato di poter diventare una psicoterapeuta pensavo solo di manipolare le rappresentazioni corticali e il cervello del paziente con le mie parole. Un po’ come il meccanico quando gli porti la macchina rotta, lui apre il cofano e accende l’auto, tocca un filo, accelera e ha già capito qual è il problema. Non mi ero fermata a pensare che il mio paziente, che voglio aiutare, avrebbe avuto l’idea che gli stessi rubando tempo e soldi o la percezione che i suoi discorsi potrebbero stancarmi. Vi assicuro che io sono quella paziente. Non sono disposta ad affrontare questa attesa tra una seduta e l’altra.

I terapeuti decidono di fare questo lavoro per ascoltare le persone e aiutarle a stare meglio. Come potrebbe la mia terapeuta aiutarmi a capire che i pensieri che riporto in terapia sono abbastanza? Non lo so, credo che la capacità di guardare al terapeuta come una guida e un supporto potrebbe essere un bene per me, potrei imparare a lasciarmi andare e accettare di fidarmi. Forse temo solo di prendere consapevolezza che “non basta” è un pensiero tipico nella mia vita e non vale solo per la terapia. La mia terapeuta ha una laurea, ha una scuola di specializzazione alle spalle e so che continua a studiare e prendere certificazioni, ha esperienza con i miei problemi, con lei mi sento a mio agio, rispetta i miei limiti, mi stimola, mi fa sentire giusta, mi normalizza. Ci sono tutti i presupposti fondamentali perché possa procedere tutto nel migliore dei modi.

Il tempo è la risorsa più importante che abbiamo e allo stesso modo è limitata e non serve avere un orologio per saperlo. È necessario che impari a gestirlo al meglio, questo la psicoterapia me lo sta insegnando.

 

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Bibliografia

  • Hammond, C. (2013). Il mistero della percezione del tempo. (A. Montrucchio trad.). Torino: Einaudi.
  • Lorenzini R. “Il Tempo sospeso” (2011). Collana la luna e il tasso.
  • Paggetti, N. (a cura di) (2006). Il senso della vita – Cicerone. Santarcangelo di Romagna (RN): Rusconi Libri.
  • Paini, D. (a cura di) (2006). La felicità e il piacere – Epicuro. Santarcangelo di Romagna (RN): Rusconi Libri.
  • Sant’Agostino (2014). Le confessioni: Libro XI. Monastero Virtuale.
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