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Il respiro e la relazione

Il Covid-19 aggredisce il sistema respiratorio, che assume valore meccanico perdendo la sua vera funzione, quella di svolgere il complesso atto respiratorio

ID Articolo: 183454 - Pubblicato il: 26 marzo 2021
Il respiro e la relazione
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Il lavoro psicologico svolto dai Terapisti della Riabilitazione Respiratoria potrebbe essere considerato come una ricerca pilota per quello che attualmente sta accadendo nel mondo come conseguenza del diffondersi del Covid-19.

 

Introduzione

Messaggio pubblicitario In questo periodo di governo un po’ tiranno, giustificato da un virus che minaccia globalmente, ancora più del solito il nostro organismo viene trattato come una ‘macchina senz’anima’. Si misurano i parametri respiratori, l’efficienza cardiaca, la risposta immunitaria e la funzionalità di tutti gli altri apparati del corpo, gli organi e i sistemi e di conseguenza si accettano di buon grado consigli per cui bisogna stare attenti al contagio, a non ammalarsi, e riguardarsi restando in casa e curando l’osservazione della distanza dagli altri.

Dato che questo virus aggredisce innanzi tutto i polmoni, il contagio è paventato a carico del sistema respiratorio che, visto così, assume un valore meccanico spogliandosi della sua vera funzione che è quella di svolgere un ‘atto’ complesso, quello respiratorio appunto.

Questa deriva rende più che mai necessario riprendere un discorso ‘organismico’ del corpo umano, inteso nel senso di complessivo, che metta al centro dell’attenzione i risvolti relazionali ed emozionali. Nel presente articolo si cerca di perseguire questo intento avvalendosi della rivisitazione di un articolo, pubblicato su Med. Psicosom. 42: 27-36, del 1997 scritto da G. Marciano e G. Pizzi: ‘Riabilitazione respiratoria: la lampada di Aladino’ e che può essere consultato integralmente nella sezione ‘Articoli’ del sito dell’AEPCIS.

Emersione di un problema

Anche se un po’ datato, il lavoro di Marciano e Pizzi è di una sorprendente attualità.

L’articolo descrive l’esperienza clinica psicologica di un gruppo di Terapisti della Riabilitazione Respiratoria (TdR) che, nel corso dell’applicazione delle proprie tecniche chinesioterapiche, avvertono sottili interferenze psicologiche nelle interazioni con i propri assistiti. Notano poi che queste interferenze rischiano di compromettere l’efficacia della tecnica riabilitativa usata, modificando il loro stesso assetto respiratorio e provocando uno stress che definiscono: ‘strapazzo respiratorio’.

In pratica gli operatori si accorsero con sorpresa che i pazienti con cui lavoravano non erano solo corpi fisici ‘passivi’ da rieducare ma che, pur nel disagio della malattia, conservavano il valore di ‘persona’ e che, con la loro competenza fenomenologica, erano capaci di suggerire nessi associativi e diagnostici.

Orientati ad un approccio organismico di tipo biologico, i TdR interpretavano i vissuti delle persone con cui lavoravano come un’invasione indebita, specie quando contraddicevano le verifiche sperimentali. Per esempio quando i pazienti dichiaravano di provare meno dispnea nel salire le scale a fronte di un quadro sanitario rimasto pressoché invariato, l’informazione era considerata un’ingerenza che non poteva competere con le informazioni tecniche rilevate sperimentalmente.

Di fronte a queste incongruenze il gruppo di TdR chiese la collaborazione della cattedra di Psicofisiologia Clinica dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma, allora condotta dal Prof. Vezio Ruggieri, che propose un’esperienza di gruppo Balint.

Una ricerca esperienziale

Negli incontri Balint vengono proposte esperienze di simulazione che promuovono atteggiamenti di auto osservazione per aumentare la consapevolezza corporea.

Dall’esperienza suggerita i TdR compresero quanto l’autosservazione poteva essere fondamentale nel lavoro di riabilitazione respiratoria. L’osservazione dettagliata degli elementi del proprio corpo coinvolti nel processo riabilitativo poteva diventare una componente esemplificativa della tecnica riabilitativa. Per esempio l’osservazione del proprio respiro, e l’approfondimento della consapevolezza relativa, poteva assumere un posto centrale nell’orientamento riabilitativo.

Questa maggiore sensibilizzazione condusse alla rivalutazione dell’Eco respiratoria che fino ad allora era stata considerata interferente.

L’Eco respiratoria è un fenomeno multi determinato che si realizza in un contesto relazionale. È più evidente in un contesto in cui l’intento è quello di modificare, assecondandolo, il comportamento di una persona. Per esempio può essere osservato nel gesto della mamma che imbocca il suo bambino oppure quando lo culla. Per un buon esito di tali attività è necessario che la madre adegui il proprio ritmo respiratorio a quello del bambino immedesimandosi nella sua esperienza ritmica di succhiare, ingoiare o essere dondolato (Persico, 2002).

Nella riabilitazione respiratoria accade qualcosa di analogo. Nel cercare di insegnare i dettagli di un corretto e coordinato movimento respiratorio, l’operatore replica inconsapevolmente l’onda respiratoria del paziente per avere una mappa (immagine corporea) del percorso da modificare. Tale processo potrebbe essere definito come una sorta di atto empatico, o imitativo (‘Decodificazione Imitativa’ di Ruggieri, 1997), del comportamento respiratorio adottato, per meglio relazionarlo allo schema corretto del respiro e meglio descriverlo al paziente.

Nei TdR questi eventi così naturali erano complicati dall’attivarsi di difese inconsce. Di fronte alla competenza fenomenologica espressa dai pazienti, i TdR tendevano ad essere sempre più formali e usare formule tecniche standardizzate. Così facendo però, gli operatori trasformavano inconsapevolmente i pazienti in realtà astratte e si autorassicuravano rispettando il protocollo. La spinta di questa dinamica derivava dall’angoscia del contatto che a volte si rivelava in una sorta di ansia espressa nella pratica operativa (per esempio poteva accadere di dimenticare di usare i consueti presidi disponibili per la rieducazione).

Il lavoro Balint consentì d’individuare queste paure che l’analisi consentì di depotenziare e la cui comprensione consentì una sorta di approvvigionamento energetico che si rivelò un ‘lusso’ capace di alimentare la resilienza.

Secondo i conduttori dell’esperienza, perché tali processi si possano compiere pienamente, è necessario l’’appoggio’.

La condizione dell’appoggio è il contrario della sensazione di ‘sospensione’ fisica e psichica.

Per dirla con un’immagine onirica, il vissuto di ‘non-appoggio’ corrisponde allo stato di chi si trova sul limitare di un dirupo reso pericolante dal proprio stesso peso. In quel caso qualunque movimento è rischioso, ma lo è anche restare immobili. Il tempo smette di scorrere e rimane solo uno stato di allerta. È come non potersi lasciare andare alla forza di gravità e non poter cedere al riposo. La sospensione è dovuta alla produzione dell’aumento della tensione muscolare che rende i passi leggeri, i movimenti lievi e gli spostamenti inavvertiti come se l’esistenza potesse trascorrere senza rumore e senza vibrazioni così da evitare le catastrofi. In tale stato il movimento e i processi vitali ed esistenziali vengono vissuti come pericolosi, il respiro diventa lieve riducendosi al minimo indispensabile e fornendo un limitato apporto energetico. Il respiro si realizza con la parte alta del torace, il collo si infossa, il petto si solleva e dilata, le spalle si sollevano e il diaframma riduce la sua espansione.

Nel corso della crescita evolutiva ogni preoccupazione può produrre un certo grado di sospensione e il vissuto che ne consegue è probabilmente analogo a quello indicato come empasse da Perls (Perls, 1980) che si realizza quando ci si trova ad un bivio ritenuto importante nella propria vita.

Tale definizione porta a considerare che cedere o meno al piacere di ‘appoggiarsi’, a sé e all’altro, riveste un ruolo essenziale nella costruzione delle difese, fisiche e psichiche, che partecipano alla formazione del carattere. Carattere che, appare allora evidente, prende forma e si struttura conformemente al movimento respiratorio per cui, infine, ‘appoggiarsi’ può equivalere a ‘respirare’.

Allora il frutto di questo lavoro, che potrebbe essere positivamente utilizzato anche nell’attuale contesto epocale del coronavirus, è che per offrire appoggio è necessario essere, a propria volta, in possesso di un solido appoggio personale. È per questo che non è vero che le condizioni di aiuto specialistico generino automaticamente la possibilità di comprensione e di sostegno e non è neanche vero che qualsiasi aiuto, per quanto metodico, sistematico e attento, possa ricondursi ad un valido sostegno per una sana guarigione.

Si può essere un solido puntello solo se prima si è imparato a stare a proprio agio nella funzione da riabilitare, agio che corrisponde appunto all’appoggio. Nel caso del respiro quindi solo se si è appoggiati a sé stessi e alle proprie strutture, fisiche e cognitive, il respiro si fa morbido e ampio. Si approfondisce e comunica tranquillità e solidità permettendo all’altro di appoggiarsi a sua volta e sperimentare un fiducioso abbandono alla cura.

Riflessioni aggiuntive

Il lavoro psicologico svolto dai TdR potrebbe essere considerato come una ricerca pilota per quello che attualmente sta accadendo nel mondo come conseguenza del diffondersi del Covid-19.

Nel caso della cura delle patologie respiratorie, sembra evidente che non ci si può limitare alla cura dei soli aspetti fisici e corporei. Siccome anche gli operatori sanitari cercano e realizzano un proprio ‘appoggio’ corrispondente al modo in cui respirano e si relazionano agli altri allora anche quando sembrano magicamente capaci di rapportarsi con qualunque paziente, in realtà vivono e sono vissuti da dimensioni relazionali conflittuali che li rendono, sì amorevoli e attenti, ma anche critici, parziali e superficiali in certe condizioni.

Messaggio pubblicitario Questi sentimenti, conformi a specifiche modalità respiratorie, condizionano e sono condizionati (e quindi comunicano) dai modi con cui le altre persone respirano a loro volta. Se queste condizioni comunicative implicite e subliminali non vengono riconosciute, è possibile che permangano in una sospensione emotiva che può rivelarsi stressogena.

Inoltre, siccome la pandemia sospende il contatto diretto tra le persone in genere, vale per tutti la necessità di apprendere nuove pratiche relazionali attraverso cui togliere i camici, i guanti e le mascherine, almeno virtualmente, per disporsi ad un vero ascolto.

Il rischio dell’intervento standardizzato, anche se preciso e puntuale, porta con sé il rischio della scomparsa dell’empatia sotto i caschi per l’ossigeno, sotto le mascherine, negli schermi spersonalizzati, sotto le tute asettiche e igienizzanti vari.

Il rischio dei presìdi, usati da soli e senza accorgimenti relazionali, è che svuotano il vocabolario degli sguardi così che, sottratto alla vista il corpo, l’incontro si fa virtuale anche nei suoi aspetti intimi. Allora alla vista resta solo una minaccia in cui si paventa un tono, una tensione e un respiro colorati di superficialità, frettolosità, stanchezza e paura.

Specialmente in questo contesto pandemico dobbiamo riappropriarci e conservare la consapevolezza del fatto che, quando manca il contatto, gli organi smettono di fremere e trasmettere vibrazioni emotive e rischiano l’estromissione dal gioco delle parti. La possibile conseguenza di questa caduta informativa potrebbe essere la compromissione della comunicazione e del rapporto con il depauperamento del movimento e della relazione.

Il Covid-19 non aggredisce solo i polmoni ma tocca le relazioni. E non solo perché separa e distanzia le persone ma perché inficia l’atto respiratorio nel suo complesso e il valore relazionale di cui quest’ultimo è portatore.

Compromettendo la capacità respiratoria compromette l’intera capacità delle persone di entrare in contatto, entrare in sintonia e comprendersi. Compromette la capacità di incontrarsi nel mondo degli oggetti e degli affetti che ‘qui ed ora’, in questo preciso momento, realizzano e affollano lo spazio della mente.

 

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Bibliografia

  • Ciardiello, G., ‘Il piacere del respiro’, in Psicoterapia Analitica Reichiana, 02/2020
  • Della Gatta, F., e Salerno, G., ‘La mente dal corpo. L’embodiment tra fenomenologia e neuroscienze’, ed. in.edit, 2018
  • Perls, F.,S., ‘La terapia gestaltica parola per parola’, Astrolabio, 1980
  • Persico, G. ‘La Ninna Nanna. Dall’abbraccio materno alla psicofisiologia della relazione umana’, Ed. EUR, 2002
  • Ruggieri V., ‘L’esperienza estetica.Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica ’, Armando ed., 1977
  • Ruggieri, V., ‘La problematica corporea nell’analisi e nel trattamento dell’anoressia mentale’, E.U.R., Roma, 1994’
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