I vissuti del bambino adottato nei confronti della madre biologica

L’adozione è quel percorso che comincia quando una coppia decide di offrirsi in modo riparativo come coppia genitoriale di un bambino abbandonato.

ID Articolo: 180752 - Pubblicato il: 08 gennaio 2021
I vissuti del bambino adottato nei confronti della madre biologica
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Prima ancora che il cammino dell’adozione inizi, il bambino, anche nel caso in cui sia piccolissimo, ha già percorso un tratto della sua storia personale che non può essere ignorato né ritenuto poco significativo. Quali vissuti legati alla madre biologica si porta dentro il bambino adottato?

Maria Teresa Silvestri – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto Del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Il titolo di questo articolo ha l’intento di attirare l’attenzione su un argomento in merito al quale sembra non esistere bibliografia specifica.

Quello dell’adozione è un tema molto delicato riguardo al quale, negli ultimi anni, si è visto il proliferare di studi e trattazioni, nonché di nuove leggi (Legge 476/1998 e Legge 149/2001) a tutela dei minori abbandonati e, come tali, aventi diritto ad un risarcimento affettivo. A maggior ragione lascia stupiti constatare che, in tale contesto, nessuno abbia cercato di indagare con metodo e continuità su quali e quanti possano essere i vissuti più probabili e ricorrenti del bambino adottato nei confronti della madre biologica, giacché è intuitivo che essi non possano che avere un ruolo importante nella dinamica e, nella riuscita o meno, della adozione stessa.

L’adozione è quel percorso (Oliverio Ferraris, 2011) che comincia quando una coppia decide di offrirsi in modo riparativo come coppia genitoriale di un bambino abbandonato (Farri Monaco, 2008).

Ma prima ancora che questo cammino inizi e, anche nel caso che inizi quando il bambino è ancora piccolissimo, questi ha percorso già un tratto della sua storia personale che non può essere ignorato né, tantomeno, ritenuto poco significativo: perché, al contrario, in esso precocissimamente accadono cose, si realizzano esperienze, si stabiliscono relazioni, si stringono e si spezzano legami per sempre, in una serie di fondamentali passaggi:

  • il bambino è concepito (dal latino “cum–càpere”, cioè “accogliere in sé”) dalla madre biologica, nel cui utero è custodito per nove mesi; dopo il parto, per cause diverse, a volte persino valide e addirittura provvidenziali, ed in un momento variabile da caso a caso,
  • il bambino subisce l’abbandono (dal francese antico “abandonner”, cioè “lasciare volontariamente alla mercé”, o “definitivamente” o “senza protezione”: e questo significa che vive un trauma – dal greco τραῦμα, cioè “ferita”, ed una “ferita improvvisa, rapida e violenta” (Voc. Treccani). Subito dopo, o invece a distanza di tempo, più o meno lunga e, magari, dopo una aggravante esperienza di istituzionalizzazione o di affido fallimentare,
  • il bambino è adottato (dal latino “ad–optare”, cioè “desiderare”, “scegliere per sé”): e inizia il percorso con una coppia che ha appunto desiderato e scelto di prendere come proprio il figlio di altri.

Abbiamo così identificato le uniche tre esperienze comuni a tutti i figli adottivi:

  • tutti hanno “conosciuto” la madre biologica per aver vissuto in simbiosi con lei la vita intrauterina;
  • tutti hanno subito il trauma dell’abbandono;
  • tutti sono stati i destinatari di una scelta di adozione da parte di una coppia.

Ma se andiamo a considerarle più da vicino e, soprattutto, più in profondità, tali tre esperienze ci appaiono subito come tre “contenitori temporali”, tanto densi di situazioni sensoriali ed emotive quanto nessun’altra età della vita di nessun essere umano; e, per tale motivo, “fondanti” per ciascun bambino coinvolto: poiché sono tanto personali e, contemporaneamente, determinate anche dalla interazione con “l’ambiente” del momento e dalle relazioni in quello stesso momento possibili, tanto da orientare la sua storia in modo diverso, con tante sfumature differenti da renderlo alla fine “quell’essere umano, identico solo a se stesso” e a nessun altro che pure abbia vissuto quelle tre fasi temporali ed esperenziali.

Tutti i bambini adottati hanno conosciuto la madre biologica

Questa affermazione, ovvia ad una prima lettura, ha assunto nel tempo un ben più importante significato, dapprima solo intuito, poi confermato, precisato e ampliato grazie agli studi della Medicina Perinatale così come grazie a quelli delle Neuroscienze, che tutti riguardano anche la Psicologia perinatale e infantile (Imbasciati et al., 2007).

Ogni gravidanza presuppone la storia personale di una donna e si apre alla storia del piccolo concepito, cioè da lei “accolto in sé”, e, prima ancora che quella donna abbia il dubbio, e poi la certezza, di essere incinta, inizia un continuo e serrato colloquio biologico tra l’organismo della madre e quello del figlio, con scambio di segnali e addirittura con migrazione e scambio di cellule (“cross – talk” e “traffico cellulare”).

Sin dai primissimi istanti di vita, quindi, si instaura – tra madre e figlio concepito – un silenzioso dialogo fatto di amorevole reciprocità. L’embrione e la mamma si scambiano cellule, messaggi ormonali e fattori di crescita (Prof. Giuseppe Noia)

Il bambino fa così “esperienza di sua madre”, la “conosce” intimamente: di lei imparerà a sentire il calore, l’odore ed il sapore, attraverso i canali dei suoi sensi in sviluppo. Ma imparerà anche a percepirne la serenità e la gioia o, viceversa, la malinconia e il dolore, ed ogni variazione del suo umore: e ne sentirà – ormai è dimostrato – l’accoglienza o il rifiuto condizionati dalla sua storia personale, familiare e di coppia, o da una sua solitudine non desiderata.

La simbiosi materno – fetale è talmente straordinaria ed importante che si può, a buon diritto, considerare la diade madre – figlio una unità; e riferire l’espressione “attaccamento intrauterino” non soltanto al legame fisico tra due organismi ma, piuttosto, al legame profondo, totale ed esclusivo tra due persone di cui l’una ha accolto l’altra, che l’ha riconosciuta come fonte di accudimento e di sicurezza.

Messaggio pubblicitario D’altra parte, è sempre attraverso il canale – mamma che il bambino “si connette” con il mondo esterno: e fa perciò esperienze sensoriali, ma anche emotive ed affettive, riguardanti l’ambiente extra – uterino che poi lo accoglierà, e comincerà a “conoscere” anche suo padre attraverso la mediazione della madre.

Tutto quanto detto ci dà ragione, a questo punto, di due considerazioni di primaria importanza riguardo all’assunto della nostra tesi, che sia cioè necessario dar voce ai vissuti del bambino nei confronti della madre biologica:

  • il bambino adottato conserva comunque la memoria, sia pure inconsapevole (ed è realtà scientificamente provata) della vita intrauterina intesa non già come periodo di segregazione e solitudine in un utero materno “cassaforte”, esclusivamente ai fini di una sicura custodia; ma della vita intrauterina intesa come cumulo di esperienze sensoriali, emotive ed affettive condivise con la mamma, il cui utero ne è stato la “cassa di risonanza”…: egli ha cioè un “vissuto” precoce e, già diversificato da quello di chiunque altro, nei confronti della madre biologica, vissuto che andrà a sommarsi con i vissuti post – natali: e già questo basterebbe a riaffermare la necessità di indagarli nella totalità! (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994; De Bono)

Questa storia presensoriale, già impressa nel codice fetale, si dispiega attraverso la nascita in una continuità ambientale, mentale ed affettiva rappresentata dai genitori. (Farri Monaco e Peila Castellani, 1994, p.144)

  • non sembra altrettanto indispensabile indagare invece sui vissuti del bambino nei confronti del padre biologico, l’attaccamento verso il quale è più tardivo e, comunque, come già detto, mediato dalla madre, che è l’unica a poterlo favorire o ostacolare fin dai tempi dell’attesa: se il padre accarezza il ventre della madre, se parla con dolcezza a lei e al bambino, tutti i giorni restando loro vicino, anche la sua voce e la sua presenza verranno riconosciute dopo la nascita; se assente o volontariamente tenuto lontano o, addirittura, nell’ignoranza dell’evento gravidanza, alla nascita egli non farà parte delle esperienze già fatte, delle emozioni già vissute dal figlio.

Tutti i bambini adottati sono stati abbandonati

Tutti hanno cioè subito il trauma della interruzione di quella che sembrava potesse essere una lunga storia d’amore con la mamma…E “trauma” ed “abbandono” sono due termini talmente forti che insieme risuonano con effetto amplificato: l’essere lasciati volontariamente e definitivamente alla mercè, senza protezione è una “ferita improvvisa, rapida, violenta, inelaborabile”.

Nei videogiochi si usa il termine “combo” per indicare una combinazione di azioni compiute in una specifica sequenza, solitamente in stretti limiti di tempo, che porta un significativo vantaggio (o svantaggio, a seconda dei casi) al giocatore: il trauma dell’abbandono è una combo che porta significativi svantaggi al bambino; è una ferita grave, con esiti cicatriziali permanenti…

Già nel 1997 Giaconia e Racalbuto (Giaconia e Racalbuto, 1997) evidenziano come il trauma produca “un evento non traducibile in parole”.

Più recentemente Laplanche e Pontalis lo descrivono come “un evento nella vita del soggetto, caratterizzato dalla sua intensità, dalla incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell’organizzazione psichica” (Laplanche e Pontalis, 2006).

E Dupont, in un articolo su Ferenczi (Dupont, 1999), riferendosi alla teoria classica del trauma secondo Freud e Ferenczi, afferma che esso si rende evidente come tale in due tempi:

  • nel momento dell’avvenimento determinante e
  • diventando patogeno quando è disconosciuto dall’ambiente circostante.

Dunque, ciò che nell’adozione può rendere questa partita a due tempi cruciale è proprio il voler ignorare, in maniera più o meno conscia e determinata, l’avvenimento abbandono e tutto ciò che ne ha costituito il presupposto e il passato; il voler disconoscere l’origine “diversa” del bambino: è ciò che probabilmente accade quando la coppia adottiva o, anche solo uno dei genitori adottivi, gli si pone davanti come se fosse nato nel momento dell’adozione stessa; addirittura, perché questo sia “reale”, gli cambia persino il nome!

Come se quanto di vero può esserci nell’espressione “genitori si diventa”, oppure “genitore è chi cresce un figlio e non chi lo mette soltanto al mondo”, significasse la necessità di cancellare nella mente, nel cuore e nell’esistenza del bambino ogni traccia dei genitori biologici e, soprattutto, della madre: che significa privarlo della possibilità di mantenere o costruire l’immagine mentale della propria origine, elemento fondamentale del suo senso di identità (Fornasir).

Tutti i figli adottivi sono stati i destinatari di una scelta da parte di una coppia

Tutti i figli adottivi sono stati i destinatari di una scelta da parte di una coppia, che li ha voluti per sé pur se figli di altri.

L’evento abbandono può essersi verificato presto rispetto all’evento nascita; oppure tardi, o molto tardi… e così, l’evento adozione può essersi verificato presto rispetto all’evento abbandono, nei casi più fortunati; o, viceversa, tardi o molto tardi…Può verificarsi dunque, che il bimbo debba vivere in modo molto differente da un caso all’altro tanto il distacco fisico dalla madre quanto la inevitabile necessità di ricercarla e riconoscerla come “prima figura di riferimento” nel nuovo ambiente in cui viene a trovarsi.

Se ciò non può avvenire normalmente tramite la ricerca e il riconoscimento del calore, dell’odore e del sapore che di lei gli erano noti in utero, ma avviene tramite una “sostituzione” immediata della fonte di accudimento e sicurezza, si realizzerà comunque presto un “attaccamento extrauterino” rispetto a una nuova figura di riferimento permanente e la storia del bambino potrà prendere una strada più favorevole e fortunata, quantomeno non troppo oscura.

Se il bambino resta con la madre che poi lo abbandonerà e vi resta per un tempo più o meno lungo, ma sufficiente a sviluppare l’attaccamento post–natale proprio nei suoi confronti, la ferita dell’abbandono sarà più “improvvisa, rapida, violenta e quindi inelaborabile…”; e l’andamento e l’esito positivo dell’adozione incontreranno più ostacoli, più difficili da superare se ci sarà stata anche un’esperienza di istituzionalizzazione o di affido non riuscito.

E’ allora che” L’abbandono diventa un “dolore primario”, una lente con cui il bambino può trasformare e ridefinire per sempre tutte le sue future relazioni”(Fornasir)

La complessità di avere a che fare con bambini adottati oltre il primo anno di età risiede dunque in una serie di circostanze diverse, probabilmente tutte indagabili e conoscibili: – verosimilmente, proprio l’aver avuto un tempo “oltre” quello della gravidanza per dare un volto, un profumo e un sapore a “quella” madre biologica, “tana” sicura per nove lunghi mesi; – sicuramente nella possibilità di una maggiore consapevolezza della perdita fisica, improvvisa e definitiva, di tutto ciò; – ed altrettanto sicuramente nella impossibilità di avere una risposta chiara ad una domanda inizialmente latente, poi sempre più esplicita ma, comunque, sempre presente nei bambini adottati: perché? “Perché sono stato adottato?” e poi “Perché sono stato abbandonato?”.

Ad una domanda del genere, che provoca disagio, incertezza e poi franca sofferenza, difficilmente si potrà rispondere e, laddove si riuscisse a dare una risposta storicamente esatta, comunque questa non si dimostrerebbe sufficiente. Rispondere da soli non può che essere impossibile e trova probabilmente, un ostacolo non da poco nel silenzio di tutti nei confronti di ciò che il bambino pensa e prova nei confronti della vita precedente all’abbandono e nei confronti di chi lo ha abbandonato: tranne che in casi particolari, infatti, di solito, i genitori adottivi non danno spazio all’esigenza di chiarezza che i figli adottivi, ormai ragazzi, spesso manifestano mettendo in atto comportamenti “anomali” sottesi dal desiderio frustrato di conoscere le proprie origini. Quei genitori giustificano il loro silenzio, più o meno consciamente, non riconoscendo proprie difficoltà personali e di coppia, con l’esigenza di non alimentare eventuali risentimenti del figlio verso i genitori naturali, in qualche modo svalorizzandone le figure.

E, al contrario, probabilmente proprio questo silenzio, di per sé allusivo a qualcosa di negativo che in passato l’ha riguardato, fa sì che, come l’esperienza clinica dimostra, il bambino e, più ancora, il preadolescente o l’adolescente che è diventato, risponda comunque, ma non correttamente, a quei perché, per esempio, svalutando se stessi: “Sono stato adottato perché sono stato abbandonato, perché qualcuno non mi ha voluto con sé”; e, successivamente: “Non mi hanno voluto perché non mi amavano” e, alla fine: “Non ero amato perché non valgo niente, non c’è niente di amabile in me”.

L’esperienza clinica dimostra quantomeno che, in molti casi, arrivati all’osservazione per difficoltà di integrazione e compimento del percorso adozione, i ragazzi adottati si confrontano con delle difficoltà di identificazione, e maturano in sé sentimenti contraddittori e, perciò, ancor più laceranti: disistima per se stessi, ma anche rabbia nei confronti di chi li ha abbandonati; desiderio di star meglio e riconoscimento, se pur non espresso, di quanto di positivo il nuovo stato di “figlio adottivo, e cioè scelto”, ha portato loro, ma anche senso di colpa verso chi li ha abbandonati…o che invece loro stessi hanno traditi e abbandonati alle loro difficoltà, quando hanno accettato e addirittura imparato ad amare i nuovi genitori?

Considerando che, come anche la cronaca suggerisce (ad esempio, i programmi televisivi Così lontano così vicini e Chi l’ha visto? o il gruppo Facebook Figli adottivi cercano genitori biologici), tutto è condizionato dal desiderio – necessità di conoscere il passato e le figure che l’hanno popolato, prima tra tutte quella della mamma biologica; e considerato che tale desiderio non viene mai meno, resta vivo anche dopo tanti anni; e che anche dopo questi tanti anni i figli adottivi cercano di soddisfarlo, forse non è una idea peregrina quella enunciata all’inizio di questa disamina:

  • indagare con metodo scientifico su ciò che sottende i disagi dei figli adottivi nei confronti del loro stato;
  • raccogliere dati su ciò che avviene nella loro mente sospesa tra ricordi e rifiuto dei ricordi, nel loro cuore combattuto tra antichi legami di cui poco o niente sanno e su cui rimuginano o favoleggiano in solitudine, e nuovi legami che li attirano e respingono;
  • puntare insomma un riflettore su vissuti troppo nascosti e ignorati potrebbe significare avere a disposizione modalità nuove di comunicare, in modo sincero e sereno, verità scomode ma indispensabili da affrontare nel percorso di integrazione e formazione del nuovo nucleo familiare tramite adozione, finalmente agevolandolo.

D’altra parte, costruire un legame forte tra genitori e figli adottivi significa fare i conti con le ferite lasciate dall’abbandono e dai traumi (Nicastr, 2019).

Gli esseri umani hanno bisogno di possedere la propria storia, di conoscere la propria origine, di assomigliare a qualcuno, non solo nell’aspetto fisico, ma nelle caratteristiche caratteriali, nelle abilità e attitudini…

I figli adottivi possono dover vivere tutta la vita nella nuova famiglia senza potersi riconoscere negli occhi del papà o nelle fossette della mamma, o finanche, nel caratteraccio solitario del nonno: ma, così aiutati nella ricerca di risposte alle loro domande, possono finire per riconoscere di essere comunque simili a coloro che li hanno amati per scelta e di poterli a loro volta amare senza togliere niente a chi appartiene al passato e che in qualche modo hanno “ritrovato”, “conosciuto” e finalmente “accolto”.

 

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Bibliografia

  • Anna Oliverio Ferraris : “Il cammino dell’adozione” – 13 luglio 2011- BUR parenting – Rizzoli ed.
  • Marina Farri Monaco – Pierangela Peila Castellani: “Il figlio del desiderio. Le nuove frontiere dell’adozione” – 12 giugno 2008 – Ed. Bollati Beringhieri
  • Antonio Imbasciati, Francesca Dabrassi, Loredana Cena. “Psicologia clinica perinatale. Vademecum per tutti gli addetti alla nascita (genitori inclusi)” -2007 – Cap. 2 -2.1 “Sviluppo del bimbo e sviluppo della madre” 2.2 “La comunicazione gestante – feto” Ed. Piccin-Nuova Libraria – Libro universitario
  • Marina Farri Monaco – Pierangela Peila Castellani  “Il figlio del desiderio. Quale genitore per l’adozione?” 24 febbraio 1994 – Ed. Bollati Beringhieri
  • Ivana De Bono” Dal trauma all’esperienza adottiva” -pag.39- www.spigahorney.it
  • G.Giaconia e A.Racalbuto “il circolo vizioso trauma-fantasma-trauma” RIV.di psicoan.,43 pp 541-548; 1997
  • J.Laplanche e J.B. Pontalis “Enciclopedia della psicoanalisi” 2006-Ed. Laterza
  • J.Dupont “Il concetto di trauma secondo Ferenczi e i suoi effetti sulla successiva ricerca  psicoanalitica”. In F.Borgogno, (a cura di), “La partecipazione affettiva dell’analista: il contributo di Sàndor Ferenczi al pensiero psicoanalitico contemporaneo”-1999-Ed. Angeli, Milano.
  • L. Fornasir (a cura di) “ Sai, io ho i pensieri dolorosi”, Ed.Il Noce.it
  • A.L.P.Nicastr “La costruzione del legame adottivo: l’importanza dell’attaccamento”-2019.
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