Centri Clinici

Housing first, “Prima la casa”: un modello di intervento per i senza fissa dimora

Il modello Housing First sembra essere efficace nel porre fine a casi cronici di homelessness con disagio multifattoriale, sia in Europa che in America.

ID Articolo: 178961 - Pubblicato il: 16 novembre 2020
Housing first, “Prima la casa”: un modello di intervento per i senza fissa dimora
Messaggio pubblicitario SFU 2020
Condividi

Il principio fondante del modello housing first è che la casa è un diritto umano primario: fornire un’abitazione a persone senza fissa dimora diventa il punto di partenza, e non quello finale, per l’attivazione di un percorso di inclusione sociale.

Giulia Rossi – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

La storia e i principi fondanti

Messaggio pubblicitario Housing first è un modello di intervento per la riduzione del fenomeno complesso e multidimensionale del Homelessness. Il principio fondante è che la casa è un diritto umano primario: fornire un’abitazione a persone senza fissa dimora diventa il punto di partenza per l’attivazione di un percorso di inclusione sociale e non l’obiettivo finale. Il nome dell’approccio descrive esattamente il nucleo centrale fondante: “housing first” ovvero “prima la casa”.

Nasce negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e ’60, ma è con l’attivazione del programma Pathways to Housing a New York nel 1992 che l’approccio inizia a diffondersi tra le organizzazioni ed i servizi sociali. Il fondatore del programma è il Dr. Sam Tsemberis, psicologo clinico e di comunità, tutt’ora punto di riferimento a livello mondiale per la promozione dell’approccio e della sua efficacia. Nel 2006 inizia a diffondersi anche in Europa e nel 2014 nasce la prima rete italiana di organizzazioni pubbliche e private (Network Housing First Italia – NHFI) impegnata a sviluppare e a diffondere progetti abitativi per i senza fissa dimora.

I principi fondanti dell’approccio sono i seguenti:

  1. Abitare è un diritto umano: la dimora concepita come una questione di giustizia sociale, non è conseguente ad un particolare status sociale o ad un percorso caratterizzato da precise condotte, bensì un diritto universale indipendente da qualsiasi variabile.
  2. I partecipanti hanno diritto di scelta e di controllo: l’”autodeterminazione” sugli interventi necessari per migliorare il proprio stato di salute viene assicurata. E’ quindi lo stesso soggetto a scegliere e decidere quali tipi di trattamento vuole intraprendere per soddisfare i propri bisogni e necessità. L’accompagnamento e lo stimolo ad una riflessione critica da parte degli operatori vengono garantiti, ma si lascia la libertà di decisione alla persona, quale esperta della propria realtà. Ogni progetto risulta quindi altamente individualizzato.
  3. Distinzione tra abitare e trattamento terapeutico: fino a che il rispetto dei termini di affitto viene garantito, la persona può mantenere la sua abitazione nonostante decida di non intraprendere nessun tipo di trattamento per modificare il suo stile di vita (es. presenza dipendenze da alcool e/o droghe). Nel caso decidesse di trasferirsi, i servizi e l’accompagnamento che caratterizzavano il suo percorso vengono mantenuti anche a cambio di abitazione avvenuta.
  4. Orientamento al recovery: sostegno e trattamento sono solo una parte del processo di recupero; è il soggetto stesso che decide a quale sviluppo personale mirare e quale direzione voler dare alla propria vita futura. L’orientamento al ricovero mira infatti, non solo a trattare eventuali dipendenze o disturbi correlati, ma ad uno sviluppo globale della persona, permettendo alla persona di trovare se stessa, di identificare e sviluppare le proprie passioni, di integrarsi positivamente nel tessuto comunitario, di fondare le basi per crearsi un piano di vita che sia realista, concreto e coerente con i propri bisogni e necessità.
  5. Riduzione del danno: problemi di droga e consumo di alcool vengono compresi e interpretati in relazione agli altri bisogni e alle mancanze che hanno caratterizzato la vita della persona. Lo scopo non diventa quindi l’astinenza, ma un supporto nella gestione e riduzione del consumo e dei suoi danni a breve e lungo termine.
  6. Coinvolgimento attivo e non coercitivo: l’enfasi viene posta sul fatto che un cambiamento positivo è sempre possibile. L’accompagnamento da parte degli operatori si basa su diversi processi, quali confronto, persuasione, supporto, informazione. In caso di mancato cambiamento non avviene nessun tipo di conseguenza sulla permanenza nella casa.
  7. Progettazione centrata sulla persona: la possibilità di scegliere e controllare la tipologia di servizi ed interventi a cui accedere danno vita a progetti estremamente individualizzati, dove non c’è quindi una costrizione nell’intraprendere un percorso prestabilito, ma un calibrare il sostegno e il trattamento a seconda dell’individuo e dei suoi bisogni. Una comprensione quindi di tutti gli aspetti della vita della persona che per lei giocano un ruolo importante, un’integrazione sociale positiva all’interno della comunità (es. volontariato, progetto formativo, attività artistiche, etc.) ed un supporto nel mantenere pulita, sicura e confortevole la dimora, risultano essere le cornici entro cui creare una progettazione centrata a 360° sulla persona.
  8. Supporto flessibile per tutto il tempo necessario: l’accompagnamento avviene alla persona, non al luogo. Quindi se per sua scelta o per costrizioni esterne, la persona dovesse lasciare il progetto e quindi anche la casa, l’accompagnamento viene garantito e mantenuto. Il sostegno alla persona non mutua, e la relazione si indirizza verso i nuovi bisogni emersi dalla situazione specifica in cui si trova la persona nel qui ed ora per tutto il tempo necessario.

Gli obiettivi

Aldilà degli obiettivi specifici individualizzati, secondo la guida Europea all’Housing First (2016) gli obiettivi condivisi di ogni progetto Housing First devono essere i seguenti:

  1. Accompagnare la persona alla vita in alloggio: la relazione con l’operatore risulta cruciale ed un rapporto regolare è fondamentale per facilitare un percorso di successo. L’unicità del progetto stesso determinerà poi la frequenza specifica e le modalità degli incontri. I compiti basilari dell’operatore sono i seguenti: monitorare la situazione abitativa e dare consigli pratici per una sua corretta gestione, monitorare il benessere fisico e psicologico della persona consigliandolo e supportandolo all’indipendenza, monitorare il budgeting, assicurarsi che le relazioni con il vicinato e la comunità siano positive ed offrire altri tipi di supporto in maniera flessibile, a seconda dei bisogni portati dalla persona.
  2. Promuovere salute e benessere: la complessità e la multiproblematicità delle situazioni richiedono la presenza di interventi ed approcci multidisciplinari che possono essere disponibili all’interno del team del progetto Housing First (Assertive Community Treatment) o da enti esterni con cui attivare un lavoro di rete (Intensive Case Management).
  3. Promuovere l’integrazione sociale:
  • integrazione all’interno della comunità;
  • potenziare la sua rete di supporto sociale;
  • mediare l’accesso ad attività produttive o di valore per la comunità (volontariato, piccoli lavori per il vicinato, etc).

Messaggio pubblicitario Il progetto Housing First sottolinea che un processo di integrazione sociale può attivarsi dal momento in cui la situazione abitativa e di vita della persona si è “normalizzata”. Quest’ultime risultano essere le premesse affinché avvenga un’inclusione positiva all’interno del tessuto sociale. Il sentirsi membro di una comunità, svolgere attività strutturate e significative che diano un senso e regolarità alla propria esistenza, forniscono le fondamenta per accrescere un sentimento di auto-stima e di accettazione da parte del contesto.

Affinché l’alloggio venga considerato “casa”, il progetto Housing First rispetta, per quanto possibile, i criteri fisici, sociali e legali della classificazione europea dell’homelessness (ETHOS). Nel rispetto dei regolamenti che organizzano la conduzione standard e la locazione privata, vengono quindi garantititi:

  • gli aspetti legali del contratto di locazione: non potranno quindi aver luogo sfratti senza avvertimento e rispetto delle regole del contratto;
  • privacy;
  • accessibilità dell’affitto;
  • standard minimo di locazione per evitare sovrappopolamenti;
  • autonomia decisionale sia sulle entrate e uscite, anche di terze persone, sia sull’arredare e decorare la casa a proprio piacimento.

La casa diventa in questo modo una sicurezza ontologica, che permette alla persona di iniziare un processo caratterizzato da un senso di sicurezza, certezza e prevedibilità sulla propria vita.

L’efficacia tra evidenze e criticismi

Alcuni criticismi sono emersi nei confronti di Housing First, in particolare in riferimento alla fedeltà di molti servizi che dichiarano di rifarsi all’approccio ma che poi evidenziano una scarsa aderenza ai principi fondanti e alla robustezza della valutazione di efficacia (Pleace e Bretherton, 2013). Per sviare a queste problematiche Tsemberis fornisce una serie di indicatori per “misurare” la fedeltà del progetto all’approccio Housing First e valutarne l’efficacia. Si tratta di indicatori sia qualitativi che quantitativi, ed eventuali discostamenti dal modello base potrebbero avere un impatto diretto sull’andamento dei percorsi degli utenti (Pleace & Bretherton, 2013).

Il modello Housing First si dimostra comunque efficace nel porre fine a casi cronici di homelessness con disagio multifattoriale, sia in Europa che in America (e.g. Pleace et al. 2015). Da ulteriori evidenze empiriche emerge anche un miglioramento dello stato di salute e del benessere dei fruitori del servizio, come una diminuzione del consumo di stupefacenti e alcolici (e.g.  Bretherton & Pleace, 2015), un miglioramento della salute fisica e mentale (e.g. Bush-Geertsema, 2013) e maggiore integrazione a livello sociale (e.g. Ornelas et al. 2014). Cruciale è stato l’utilizzo di servizi Housing first nella strategia di contrasto all’homelessness del governo finlandese che è riuscito a diminuire del 25% il numero di senza fissa dimora tra il 2008 e 2013 (Pleace et al. 2015).

A livello Europeo è in atto uno studio cross-nazionale che ha l’obiettivo di comparare progetti di housing first e servizi tradizionali in termini di: relazione tra le caratteristiche di settings e outcome di recovery, e le percezioni personali dei fruitori dei servizi riguardo le proprie capability (Greenwood et al. 2020)

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 3, media: 4,00 su 5)

Consigliato dalla redazione

State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicoogiche - Flash News

Per i senzatetto è maggiore il rischio di sviluppare deficit cognitivi

I dati dello studio rivelano che per i senzatetto è più facile sviluppare deficit cognitivi ed è quindi necessario offrire adeguate proposte di supporto

Bibliografia

State of Mind © 2011-2021 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Scritto da

Categorie

Messaggio pubblicitario