Per i senzatetto è maggiore il rischio di sviluppare deficit cognitivi

I dati dello studio rivelano che per i senzatetto è più facile sviluppare deficit cognitivi ed è quindi necessario offrire adeguate proposte di supporto

ID Articolo: 106505 - Pubblicato il: 16 febbraio 2015
Per i senzatetto è maggiore il rischio di sviluppare deficit cognitivi
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Lo studio si rivela importante soprattutto per le persone che lavorano a diretto contatto con questo tipo di soggetti svantaggiati, poichè sottolinea il bisogno di apportare alcuni miglioramenti e introdurre degli accorgimenti alle proposte di supporto che si offrono ai senza-tetto.

Si stima che nel territorio canadese vi siano più di 200.000 senzatetto. La prevalenza di malattie mentali tra queste persone è più alta rispetto al resto della popolazione: circa il 12 percento dei senza-tetto soffre di malattie mentali gravi, l’11 percento circa presenta disturbi dell’umore e quasi il 40 percento è alcolizzato o tossicodipendente.

La dottoressa Vicki Stergiopoulos, responsabile del reparto di psichiatria al St. Michaels Hospital e ricercatrice presso il Centre for Research on Inner City Health, ha condotto una ricerca che coinvolge 1.500 senzatetto di cinque diverse città canadesi. Lo studio, pubblicato sul giornale online Acta Psychiatrica Scandinavica, indaga indicatori funzionali quali la velocità di elaborazione mentale, le capacità verbali e la memoria.

Messaggio pubblicitario Da tali indagini, emerge che tutti i partecipanti hanno sofferto nel corso della vita di qualche malattia mentale. Circa la metà soddisfa i criteri per psicosi, depressione, abuso di alcol o sostanze, e lesioni cerebrali di origine traumatica: “Questo sottolinea l’esistenza di un problema spesso non riconosciuto in Canada”, dice il Dottor Stergiopoulos.

Fattori quali età avanzata, basso livello di istruzione, malattie psicotiche, il fatto di essere una minoranza poco considerata e di avere un linguaggio differente dall’inglese o dal francese, risultano direttamente correlati con le scarse prestazioni cognitive. Lesioni cerebrali e abuso di sostanze non sono invece direttamente in relazione con i risultati ottenuti alle prove.

Afferma Stergiopoulos: “Tali dati non ci consentono di predire con esattezza se una persona svilupperà o meno un disturbo cognitivo. Ci mostrano però che, se si tratta di un senza-tetto, è facile che vada incontro a tale problematica. Inoltre, ci suggeriscono che la scarsità di capacità cognitive decrementa ulteriormente la possibilità di queste persone di trovare un lavoro o una casa, segnando per sempre il loro destino”.

Lo studio si rivela importante soprattutto per le persone che lavorano a diretto contatto con questo tipo di soggetti svantaggiati, poichè sottolinea il bisogno di apportare alcuni miglioramenti e introdurre degli accorgimenti alle proposte di supporto che si offrono ai senza-tetto. La scarsa collaborazione riscontrata tra queste minoranze, infatti, sembra non essere dovuta al fatto che rifiutino un aiuto, ma che non si rendano conto di averne bisogno. Occorre allora maggiore allenamento tra le persone che lavorano a stretto contatto con i senza-tetto, al fine di migliorare le loro capacità di approccio e le strategie utilizzate, in un’ottica maggiormente funzionale alle necessità di tale minoranza.

In un’altra serie di test effettuata per indagare le funzioni neurocognitive dei senzatetto, 7 su 10 partecipanti hanno mostrato abilità verbali e capacità di memoria problematiche, mentre 4 su 10 presentavano difficoltà nell’ambito delle funzioni esecutive e della velocità di elaborazione di informazioni. Tali deficit si rifletteranno inevitabilmente su abilità più generiche come il ragionamento, la flessibilità mentale, le capacità di problem solving, di pianificazione ed esecuzione.

“Se è vero che in una minoranza di setting particolari dedicati al lavoro con i senza-tetto sono messe in atto pratiche per il recupero di tali funzioni, è altrettanto vero che è necessario un programma più ampio che coinvolga tutti coloro che lavorano sul campo in maniera sistematica e metodica”, conclude l’autore della ricerca.

 

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