Valutazione delle esperienze infantili attraverso l’Adult Attachment Interview durante il percorso terapeutico

L'Adult Attachment Interview aiuta a comprendere l'influenza della storia di attaccamento sulle modalità di regolazione emotiva e rappresentazioni mentali

ID Articolo: 179740 - Pubblicato il: 23 novembre 2020
Valutazione delle esperienze infantili attraverso l’Adult Attachment Interview durante il percorso terapeutico
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L’Adult Attachment Interview (AAI) è un’intervista strutturata, composta di 20 domande, che indagano gli episodi che il paziente ha vissuto in relazione alle principali figure di attaccamento, tipicamente i propri genitori.

Silvia Locatelli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Messaggio pubblicitario Spesso nella pratica clinica ci interroghiamo rispetto a quali siano state le esperienze del paziente durante la sua infanzia. Questo obiettivo, in base ai diversi approcci terapeutici che possiamo utilizzare, ci aiuta nella concettualizzazione del caso e nella conseguente condivisione del funzionamento al paziente, ad esempio conoscendo come alcune psicopatologie hanno parte della propria eziologia nella storia di attaccamento (Platts, 2002). Ma non solo. Infatti, gli episodi infantili di per sé possono essere significativi, ma può essere più significativo come il paziente li narra. Il modo in cui il paziente racconta le proprie esperienze, infatti, può fornire informazioni su come potrebbe procedere il percorso terapeutico (Talia et al. 2013, Talia et al., 2019).

La valutazione che può essere più utile sia per raccogliere gli episodi infantili e sia l’ulteriore analisi di come il paziente li narra è la Adult Attachment Interview (AAI). Si tratta di un’intervista strutturata, composta di 20 domande, che indagano gli episodi che il paziente ha vissuto in relazione alle principali figure di attaccamento, tipicamente i propri genitori (Main, 2008, Steele, 2009, Hesse, 2016). Inoltre l’intervista va a indagare altri episodi significativi che elicitano la ricerca di vicinanza, o la cognizione della loro assenza, rispetto a lutti significativi e eventi traumatici, la relazione attuale con il proprio figlio, o immaginato, e di come la relazione con i genitori del paziente si sia evoluta nel tempo (Main, 2008, Steele, 2009, Hesse, 2016). Dopo la raccolta di tali informazioni, sarà poi necessario un lavoro di analisi del trascritto dell’intervista per codificare non tanto la veridicità degli episodi raccontati, ma come il paziente li narra secondo principi di pragmatica della comunicazione (Main, 2008). Si tratta di un passaggio importante, poiché ci darà informazioni rispetto a quanto l’intervistato sia collaborativo nelle risposte che propone, quanto sia esaustivo e rilevante nel racconto degli episodi e, soprattutto, quanto l’intero racconto sia coerente e non contraddittorio nella sua struttura (Main, 2008, Hesse, 2016, Steele, 2009). Quindi il prodotto dell’analisi ci darà indicazioni rispetto a come l’intervistato, o il nostro paziente, ricordi, rappresenti nella propria mente, e quindi racconti le proprie esperienze infantili, secondo quattro categorie principali: rappresentazione di attaccamento sicuro, di attaccamento insicuro distanziante, invischiato, e di lutto o trauma irrisolto (Steele, 2009). In questo articolo non tratterò le differenze peculiari tra le diverse classificazioni, per i dettagli rimando alla letteratura di riferimento per una sintesi accurata del rationale riguardante l’intervista e le classificazioni (Main, 2008, Hesse, 2016).

L’esito dell’intervista, al di là delle classificazioni sicure o insicure, ci potrà quindi fornire indicazioni su come il paziente possa aver affrontato situazioni passate, legate alla propria infanzia, ad alto carico emotivo. Secondo l’analisi potremo notare come ne possa parlare in modo coerente, oppure in modalità più disfunzionali, come preoccupandosene nel momento presente o distanziandosene in modo freddo e razionale. Inoltre, tenendo conto del presupposto che le rappresentazioni di attaccamento possano influenzare le relazioni interpersonali attuali, la conoscenza degli stili di attaccamento potrebbe elucidare alcune lacune nell’eziologia di alcune forme psicopatologiche e promuovere il processo di cambiamento psicoterapeutico (Platts, 2000). Non entrando nel merito del dibattito rispetto ad alcune forme di psicoterapie basate sull’attaccamento o informate sull’attaccamento, non è confutabile questo principio, ad esempio a partire dai lavori di Liotti sulle rappresentazioni di attaccamento legate al trauma e disturbi dissociativi (Liotti, 2006). Secondo questo principio, altri autori hanno ipotizzato come l’attaccamento sia rilevante per alcuni fenomeni psicopatologici: disturbo borderline di personalità (Bateman, 2006), disturbo da stress post traumatico (Stoval-McClough, 2006), depressione maggiore (McBride, 2006), disturbo ossessivo compulsivo (Dordon, 2009).

Infatti, l’utilizzo dell’intervista in più momenti del percorso terapeutico può aiutare il terapeuta a sviluppare una migliore comprensione delle difficoltà emotive passate del paziente, quindi di ampliare i modi di adattarsi alle difficoltà attuali che l’individuo mette in atto (Steele, 2009). Questo si evidenzia con l’impatto delle domande sull’intervistato, in modo da ‘allertarlo’ sulla rilevanza della propria storia di attaccamento, in modo da dare un senso alle modalità di coping attuali del paziente (Steele, 2009). Motivo per cui è preferibile la forma dell’intervista, piuttosto che un questionario carta e matita. Questo è possibile grazie alla struttura delle domande, poiché non appena l’intervista inizia, viene chiesto all’intervistato di descrivere la propria famiglia di origine, chi si è preso cura di lui/lei durante l’infanzia, come le relazioni si sono evolute nel tempo, e come si sente nel momento presente rispetto al modo in cui è stato cresciuto (Steele, 2009). Quindi l’AAI, e non altre forme di valutazione autosomministrate riguardo le relazioni attuali, può meglio aiutare il terapeuta nella comprensione di come la probabile storia di attaccamento del paziente possa aver formato le modalità di regolazione emotiva del paziente e le rappresentazioni mentali (o stati mentali) associate a tali stati emotivi (Steele, 2009). Questi sono i principi per cui l’AAI può essere utilizzata all’inizio del percorso di terapia.

Oltre al contenuto delle informazioni che l’AAI ci può fornire, alcuni autori hanno ipotizzato come queste possano influenzare il processo terapeutico di per sé. Per esempio i processi influenzati possono riguardare la relazione terapeutica e l’aderenza al trattamento.

Messaggio pubblicitario Ad esempio, in un lavoro di Talia e collaboratori (2013) si è visto come, in base a quale fosse lo stile di attaccamento del paziente, quest’ultimo poteva relazionarsi in modo diverso al terapeuta durante le sessioni di terapia. Infatti i pazienti con attaccamento distanziante avevano la tendenza a evitare, o limitare, la vicinanza emotiva al terapeuta, mentre pazienti sicuri e preoccupati avevano la tendenza a cercarne la vicinanza, anche se pazienti preoccupati avevano poi la tendenza a resistere al supporto del terapeuta, contrariamente a pazienti sicuri (Talia, 2013). Inoltre, in un articolo successivo, gli stessi autori hanno evidenziato come i risultati alla AAI predicessero la valutazione della relazione terapeutica da parte del paziente a conclusione della terapia stessa (Talia, 2019). Quindi una valutazione iniziale con l’AAI potrebbe aiutare il clinico nella previsione di come la relazione terapeutica potrebbe procedere, a che cosa fare più attenzione, secondo il principio per cui le rappresentazioni di attaccamento influenzano come il paziente si avvicini o meno al proprio terapeuta. È interessante notare come in questo lavoro gli autori abbiano proposto un approccio terapeutico breve basato sulla relazione (BRT), quindi l’associazione tra attaccamento e relazione terapeutica possa essere stata ulteriormente esaltata (Talia, 2019). Quindi potrebbe essere interessante misurare se l’AAI predica l’andamento della relazione terapeutica in psicoterapie non basate esclusivamente sulla relazione.

Infine, in un altro lavoro di metanalisi si è indagato se le rappresentazioni di attaccamento possano influenzare l’alleanza terapeutica (Dinier, 2011). Gli autori hanno quindi dimostrato come pazienti con attaccamento sicuro abbiano un’alleanza terapeutica qualitativamente migliore, mentre pazienti insicuri presentino un’alleanza terapeutica più debole, influenzando negativamente l’efficacia della terapia a cui erano sottoposti (Dinier, 2011). Trattandosi di una metanalisi, gli autori hanno tenuto conto di diverse misure dell’attaccamento negli adulti, sarebbe interessante verificare la bontà di questo risultato rispetto al solo utilizzo della AAI. Infatti non esistono evidenze di una correlazione diretta tra rappresentazione di attaccamento con i propri genitori durante l’infanzia, misurato con l’AAI, e rappresentazioni di attaccamento nelle relazioni attuali (Steele, 2009). Trattandosi di due aspetti diversi, se non due costrutti differenti, dell’attaccamento nell’adulto, non è detto che entrambi possano influenzare l’alleanza terapeutica con la stessa potenza.

In generale l’AAI ha contribuito alla letteratura rispetto ad approcci terapeutici di tipo psicodinamico (Steele, 2009). In particolare è rilevante come una diversa analisi dell’AAI, riguardante maggiormente la funzione riflessiva e la mentalizzazione, e non le classificazioni di attaccamento, sia stata fondamentale per la terapia basata sulla mentalizzazione per il disturbo borderline di personalità di Fonagy (Bateman, 2006). Per quanto riguarda gli approcci esclusivamente cognitivi, non tanto l’AAI, ma il modello in generale della teoria dell’attaccamento, è stato utilizzato, in particolare per la psicoterapia cognitivo evoluzionista di Liotti (Liotti, 2006). Tuttavia altri autori hanno utilizzato il modello di attaccamento come parte delle teorie degli schemi di Beck (Platts, 2002). Nonostante, in questo lavoro non sia fatto un riferimento specifico all’AAI, potrebbe essere interessante verificare le ipotesi proposte con l’utilizzo dell’intervista, invece dell’utilizzo di misure autosomministrate.

È comunque importante ricordare come l’AAI non si sostituisca al lavoro terapeutico, ma sia un’aggiunta al lavoro terapeutico, indipendentemente dall’approccio scelto (Steele, 2009). Infatti si tratta di una buona valutazione che al di là delle analisi prodotte può essere materiale di discussione con il paziente, per esempio nel momento in cui riportasse eventi significativi. In particolar modo nella discussione di lutti irrisolti (Steele, 2009).

Tuttavia si tratta di una valutazione ‘costosa’. Infatti è un’intervista della durata di 60-90 minuti, per cui si dovrà tenere conto delle ore spese per l’analisi e la produzione di una relazione scritta al paziente. Quindi, tenendo conto che i test autosommnistrati hanno numerose limitazioni, tra cui non misurare le esperienze infantili ma le relazioni attuali, sono comunque strumenti più veloci sia nella somministrazione che nella codifica. Sarà quindi compito del terapeuta, attraverso il colloquio clinico, comprendere se una valutazione così dispendiosa come l’AAI possa essere utile al lavoro con il proprio paziente. Infatti, a meno che non si tratti di una valutazione necessaria, come attuando la terapia basata sulla mentalizzazione, il costo dell’AAI è alto, nonostante possa essere indiscussa l’utilità di questo strumento rispetto a come il paziente racconti la propria storia, e di come questa modalità possa influenzare il percorso, e l’efficacia, della terapia.

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