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Normal People: Marianne e Connell e gli schemi interpersonali patogeni

Marianne e Connell, protagonisti di Normal People, si osservano come se percepissero un’affinità data da una comune sofferenza mai completamente dichiarata.

ID Articolo: 177618 - Pubblicato il: 16 settembre 2020
Normal People: Marianne e Connell e gli schemi interpersonali patogeni
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Normal People sembra essere, per molti aspetti, la serie rivelazione del 2020. Di certo, è una serie che piace e che sta smuovendo il web

 

ATTENZIONE! L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Messaggio pubblicitario Di certo, è una serie che piace e che sta smuovendo il web, dove molti, partendo dall’accostamento al più ampio genere del Teen Drama, si sono dovuti ricredere e ciò che si può leggere più spesso è: ‘Teen Drama? No, molto di più’.

Ebbene sì, perché le caratteristiche di base sono effettivamente quelle del Teen Drama, se vogliamo anche la trama (la storia di amore e di crescita a partire dai banchi di scuola) muove come un normale Teen Drama a cui siamo abituati dagli albori della serialità anni ‘80-’90, ma dopo aver visto la serie non si può che accordarsi al plebiscito del web che ci ha visto molto, molto di più.

Trasposizione sul piccolo schermo del secondo romanzo di Sally Rooney, classe 1991, sviluppata e distribuita da aprile dalla BBC Three in collaborazione con la piattaforma di streaming statunitense Hulu, dal 16 luglio è anche sulla piattaforma Starz Play in Italia, sebbene ancora sottotitolata e non doppiata, ma poco male, vista l’interpretazione attoriale sorprendente dei giovani protagonisti.

12 avvolgenti episodi da circa 30 minuti ciascuno raccontano il dispiegarsi della storia personale e sentimentale di Connell e Marianne, due adolescenti che frequentano la stessa scuola superiore (e poi lo stesso College) e il cui percorso di crescita personale risulta intrecciato fino alla prima età adulta. Perché non possiamo allora definirlo un Teen Drama? Perché sarebbe assolutamente riduttivo e sminuente. I protagonisti sono dapprima adolescenti, e poi giovani adulti, che crescono, crescono insieme nelle reciproche esperienze e singolarmente nei propri impenetrabili viaggi personali emotivi, cambiano, cambiano tanto, e si conoscono, sempre di più, come succede sempre in quel delicatissimo periodo che porta alla costruzione dell’identità personale. Il racconto, banalmente, segue il dipanarsi della storia d’amore tra i due, ma non si limita a questo.

Ma veniamo ai protagonisti e a quanto tale serie scavi profondamente nell’assetto psicologico di entrambi, mostrandoci dinamiche assolutamente ‘normali’ e ordinarie, in cui possiamo rispecchiarci, ma allo stesso tempo particolari e degne di attenzione.

Marianne e Connell sono due adolescenti irlandesi che frequentano lo stesso liceo, unico aspetto che, almeno inizialmente e apparentemente, li accomuna. I due giovani ci vengono, in prima battuta, mostrati come quanto più di diverso possa esistere. Lei, proveniente da una famiglia benestante ma disastrata dal punto di vista emotivo e relazionale, intelligente e perspicace ma isolata e schernita a scuola. Lui, di ceto sociale modesto, cresciuto con la sola madre con cui ha un rapporto di calda vicinanza, al contrario brillante e popolare, la classica ‘star’ (del rugby e non solo) del liceo.

Si scrutano, si guardano, si osservano, come se percepissero un’affinità data da una comune sofferenza mai completamente dichiarata dovuta ad un’estraneità al proprio contesto, sebbene vissuta diversamente da entrambi con le proprie specifiche modalità di adattamento (Marianne con aperta ostilità e sprezzanza, preservata nell’idea di una superiorità, commista ad una profonda fragilità e paura di non essere mai abbastanza, ad un contesto che non potrà mai capirla e apprezzarla, e Connell al contrario fondendosi con quel contesto, fino a non saper più cosa vuole davvero e a fare passi falsi pur di non risultarne escluso), ma solo un po’ alla volta, di nascosto da tutti, si iniziano a conoscere, a viversi, ad esplorarsi, a riconoscersi nei reciprochi occhi e a sperimentare tutti quei sentimenti che vanno a configurarsi nello specifico assetto tipicamente detto ‘amore’.

Senza voler seguire pedissequamente la trama, basterà dire che i due, dal liceo al College a Dublino, dove la situazione per certi versi si ribalterà – Marianne troverà maggiore facilità a stabilire relazioni in un contesto culturalmente e socialmente più aperto, a lei più affine, della piccola scuola di provincia, e Connell si sentirà maggiormente estraniato e avrà maggiori difficoltà di adattamento – continueranno a cercarsi, senza mai scegliersi davvero, ad amarsi ferendosi e facendosi reciprocamente del male, proponendo una serie di dinamiche che rispecchiano quelli che, intuendo dalla loro storia personale, per come ci viene presentata, sono degli schemi interpersonali ricorrenti spesso disfunzionali, che creano non pochi problemi nello scorrere della loro relazione.

Ma cosa sono gli schemi interpersonali? Gli schemi interpersonali sono il nucleo centrale della Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), approccio di ultima generazione delle psicoterapie cognitive sviluppato principalmente per il trattamento dei disturbi di personalità, ma non solo.

Lo schema interpersonale è una struttura procedurale intrapsichica, una rappresentazione soggettiva del destino a cui andranno incontro i nostri desideri nel corso delle relazioni con gli altri. È una struttura consolidatasi nel tempo e derivante da innumerevoli esperienze di apprendimento, da quelle precoci a quelle più recenti delle relazioni tra pari, tra colleghi, sentimentali, che sono state generalizzate (Dimaggio et al., 2013).

Come spiegano Dimaggio e collaboratori (2013), lo schema parte proprio da un desiderio (‘wish’) guidato da immagini di Sé che tendono a prevedere se quel desiderio sarà soddisfatto o meno; il desiderio attiva piani o procedure volti alla sua soddisfazione del tipo ‘se…allora…’ che tipicamente elicitano una risposta dell’Altro. Tale risposta genera una risposta del Sé alla risposta dell’Altro di tipo emotivo, comportamentale e cognitivo.

Gli schemi interpersonali si formano a partire dall’infanzia nel rapporto con la figura di accudimento. Se questo sarà ripetutamente indisponibile a realizzare i desideri/bisogni del bambino, questi svilupperà l’idea dell’Altro-figura di riferimento come non disponibile o rifiutante. Da adulto ciò si trasformerà in uno schema patogeno dove il desiderio di ricevere attenzione o cure da parte dell’altro sarà sempre accompagnato dalla previsione dell’Altro come indisponibile o rifiutante e lo porterà a sviluppare l’idea di sé come di una persona non amabile (Dimaggio et al., 2013).

Le rappresentazioni di Sé più comuni, che portano a schemi interpersonali patogeni, sottostanti al raggiungimento dei desideri, possono riguardare le credenze relative all’essere: non amabile, non adeguato, difettoso, immeritevole, di scarso valore, impotente, paralizzato, colpevole, incompetente, diffidente, tradito e onnipotente. Tra le tipiche rappresentazioni dell’Altro vi sono le credenze: altro minaccioso, rifiutante, abusante, ipercritico, controllante, inetto, incapace, ingannevole, meritevole di punizione, ideale.

La rappresentazione del sé funzionale si può strutturare, invece, in una relazione che faccia sentire il soggetto amabile o valido.

Dopo questa breve e necessaria premessa, torniamo a Normal People e ai protagonisti. Andando ad esplorare ciò che ci viene detto di Marianne e del suo contesto familiare, ci viene mostrata una madre sostanzialmente fredda e rigida, probabilmente persa e cristallizzata nel suo dolore, vittima di passate violenze da parte del marito, e un fratello che, ci viene lasciato intuire, ripropone le stesse modalità aggressive del padre nei confronti di Marianne, nella totale passività (plausibilmente appresa) della madre. Possiamo intuire che il desiderio di attaccamento e vicinanza di Marianne sia stato ripetutamente frustrato, rimandandole l’idea di non essere amabile, e di essere immeritevole di cura, protezione e affetto. L’altro (il padre, il fratello) è minaccioso e abusante. E quando non è apertamente aggressivo (la madre), è comunque incapace di prestarle cura e protezione.

Marianne, ai tempi del liceo, ma anche al College, non si ritiene piacente, sa di essere più intelligente dei suoi compagni che la ritengono strana e la prendono in giro, ma allo stesso tempo ne soffre.

Anche in questo caso, lo schema che si ripropone è di un desiderio di appartenenza al gruppo che viene costantemente castrato, allo stesso tempo Marianne si rifugia nell’idea protettiva che sia il suo status di superiorità intellettuale che non le permette l’integrazione in un contesto come quello scolastico arido, dove i valori, gli interessi, non possono corrispondere ai suoi, e pertanto non vale neanche la pena provare a stabilire relazioni, come strategia di coping al rifiuto.

Partendo da questo presupposto, sebbene la situazione al College per certi versi cambi, Marianne a più riprese ci mostra come sia ancora irrimediabilmente impelagata in credenze disfunzionali che la portano a intraprendere relazioni che vanno a confermare e riproporre determinati schemi.

Marianne sceglie relazioni abusanti, in diverse misure e manifestazioni, dove si sente riconosciuta solo quando l’Altro le conferma l’idea di persona immeritevole di amore.

Sebbene ci dica chiaramente, a proposito delle relazioni successive intraprese al College, che anche l’atto sessuale deve trasformarsi in un atto aggressivo nei suoi confronti e che riesce a riconoscere l’amore solo sotto forma di ‘abuso’, non dobbiamo dimenticare che la prima relazione abusante, quella che conferma il suo schema interpersonale patogeno in forma più sottile ma sicuramente più penetrante, è proprio quella con Connell.

Messaggio pubblicitario Emblematico è quando dice a Connell, a proposito della relazione intrapresa con Jaime, che mentre con quest’ultimo la forma di sottomissione che vuole provare durante l’atto sessuale è cercata e voluta e esteriorizzata sotto forma di violenza fisica, con Connell non ce n’è mai stato bisogno perché da Connell si sarebbe fatta fare qualsiasi cosa, e lui lo sapeva, ed effettivamente così è stato: Marianne da Connell accetta qualsiasi cosa.

Connell fin al liceo usa ‘violenza’ nei confronti di Marianne, mantenendo la loro relazione nascosta e non portandola al ballo di fine anno.

Il wish di Marianne di vicinanza, cura e attaccamento viene, come da copione, frustrato e castrato, la rappresentazione di Sé non amabile viene confermata, la rappresentazione dell’Altro si conferma abusante e incapace di offrirle cura. La sua risposta è di accettazione (sofferente) ad uno status di cose a cui è abituata e che non potrebbe essere altrimenti.

Lo schema interpersonale, quando sperimentato ripetutamente, diventa patogeno: diventa cioè così forte che porta la persona a selezionare e a prestare attenzione solo a quelle informazioni che le confermano lo schema, senza dare spazio ad altre possibilità interpretative (Dimaggio et al., 2013), infatti quando la madre di Connell si scusa con Marianne per il comportamento del figlio per il mancato invito al ballo, la ragazza risponde che in fondo è stato l’unico ad essere gentile, rimarcando l’idea di Sé come di persona immeritevole delle più basilari e semplici attenzioni, quasi ‘colpevole’ per non riceverne.

Connell, in altri momenti, nel corso del tempo, le dà anche dimostrazioni differenti, prendendosi cura di lei, ma sicuramente uno schema interpersonale ben sedimentato e radicato avrà bisogno di molte disconferme (e spesso una psicoterapia) per trasformarsi in modo più funzionale.

Anche Connell presenta degli schermi interpersonali specifici. Il wish che muove più spesso le sue azioni è quello dell’accettazione e appartenenza al gruppo. Connell sembra vivere in modo contrastante questo aspetto: sebbene ricerchi l’appartenenza al gruppo a tutti i costi, vive spesso male e con estraneità contesti in cui all’apparenza sembra fondersi con facilità. Allo stesso tempo, per probabile retaggio culturale e sociale, in un’ottica di riscatto, tende a perseguire la vittoria e la conquista, quindi il desiderio è sostanzialmente di rango, che sente come una richiesta che il contesto gli pone e che a lui spetta mantenere. Paradossalmente, però, sembra non sperimentare apertamente il ‘desiderio’, lamenta di non sapere chi è e cosa vuole, cosa perseguire (è Marianne, in base ai suoi interessi e talenti, a indirizzarlo verso il College da frequentare).

L’Altro (in modo più ampio, il contesto di vita) spesso, probabilmente, gli ha rimandato l’idea che debba sempre raggiungere qualcosa per poter essere accettato (e accettarsi), a scapito del proprio mondo interno, ‘guardare fuori’ ed essere sempre sul pezzo fuori dimenticando a volte di ‘guardare dentro’.

La serie dà tanti spunti, che aprono infinite riflessioni, anche spiccatamente psicologiche, perché l’approfondimento dei personaggi è ben fatto, i dialoghi sono densi, così come i tanti silenzi, o le musiche scelte con delicata attenzione. Mentre si snodano le vicende, interne ed esterne, di Connell e Marianne, lo spettatore viaggia su due canali, su ciò che vede e sui rimandi emotivi che inevitabilmente scatena.

Connell e Marianne si curano e si feriscono, si feriscono e si curano, più o meno reciprocamente, più o meno consapevolmente, come in tutte le relazioni, come tutte le ‘persone normali’.

Eh no, sarebbe proprio un peccato definirlo solo un ‘Teen Drama’.

 

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Bibliografia

  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., & Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore.
State of Mind © 2011-2020 Riproduzione riservata.
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