La PAS: una costruzione giuridica o un disturbo patologico?

Le connotazioni patologiche della PAS consistono nell’uso di espressioni e atteggiamenti denigratori ed evitanti verso il genitore alienato

ID Articolo: 175602 - Pubblicato il: 12 giugno 2020
La PAS: una costruzione giuridica o un disturbo patologico?
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Nella Sindrome da Alienazione Parentale (PAS) il bambino diviene un pensatore indipendente che, prendendo a prestito le informazioni che gli vengono fornite dall’alienante crede di scegliere autonomamente l’allontanamento dal genitore disprezzato.

 

Messaggio pubblicitario Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, e in base alla quale uno dei genitori, denominato alienante, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato alienato, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo. Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore alienato (Gardner, 1987).

Sintomi e tecniche di programmazione

Le connotazioni patologiche della PAS consistono essenzialmente nell’uso di espressioni e atteggiamenti denigratori ed evitanti verso il genitore alienato, il tutto in una totale mancanza di ambivalenza e senso di colpa nei riguardi di quest’ultimo, che viene visto come un elemento assolutamente pericoloso, negativo e deprecabile sia dal genitore che dal figlio.

In questa attività di programmazione che lo vede coinvolto il bambino svolge un ruolo tutt’altro che di soggezione, risultando al contrario partecipe, attivo e confermante la versione denigratoria nei confronti del genitore “nemico”. L’alienante, dal canto suo, si premura di indottrinare il bambino alimentando verità ben poco veritiere nei riguardi dell’ex coniuge, al quale impedisce visite e comunicazioni con il figlio, imponendo un divieto di frequentazione purché minimo, che si allarga anche al suo contesto familiare di appartenenza, e dunque a nonni, zii, cugini, etc. Inoltre, anche ove si verifichi una seppur minima frequentazione, essa appare sofferta, ingestibile dal punto di vista emotivo, e caratterizzata da un forte difetto di transizione in occasione del quale il bambino esprime disagio, oppositività ed anche comportamenti aggressivi e disturbi psicosomatici ( Gardner, 1987; 1992).

Il genitore alienante mostra uno status di sofferenza verso il quale il bambino si direziona empaticamente, condividendone e replicandone la natura nel proprio universo psichico: così inizia ad appoggiare le versioni fornite dal genitore di preferenza, mostrando, in modo apparentemente autonomo, odio e disprezzo nei confronti del genitore alienato.

Il bambino diviene un pensatore indipendente che, prendendo a prestito le informazioni che gli vengono fornite dall’alienante- non a caso si parla di scenari presi a prestito- crede di scegliere autonomamente l’allontanamento dal genitore disprezzato, non riconoscendo quanto invece il suo disprezzo si riveli soltanto come un’imposizione psicologica eteroderivata (Gardner, 1987). Egli giudica, cioè, sulla base dei giudizi di un altro, al quale si affida e nel quale confida totalmente. Si applica quasi un processo di scissione, nella quale la realtà non viene integrata in una dimensione sincretica, ma viene al contrario suddivisa in contesti tutti buoni, appartenenti in toto al genitore alienante, e tutti cattivi, che invece fanno carico al genitore alienato. La mancanza di comunicazione tra questi e il bambino non fa che aggravare la situazione, rendendo ancor più impossibile rielaborare il fraintendimento del rapporto.

Al contempo si viene ad instaurare col genitore alienante un legame patologico, paranoide, non fondato sulla realtà, ma su una sorta di patto segreto e impronunciabile che il bambino si sente interiormente costretto a rispettare, esattamente come accade con un abuso fisico, per continuare a mantenere la vicinanza col genitore prediletto e assicurarsi il suo sostegno che altrimenti verrebbe a mancare. Se ne origina un ricatto psicologico generato da un copione familiare imposto silenziosamente al bambino, che inconsapevole lo accetta e lo perpetra.

Il senso di colpa non compare invece nei riguardi del genitore alienato, che viene considerato come il “nemico” sul quale liquidare e riversare ogni pulsione negativa (Gulotta e Buzzi, 1998). Nei casi più gravi si parla di folie à deux, che sta ad indicare il fenomeno patologico a mezzo del quale due soggetti, dei quali uno in posizione di soggezione emotiva rispetto all’altro, si trovano a condividere le medesime condizioni psicotiche e deliranti sulla realtà. È una sorta di psicosi indotta, una follia contagiosa originata proprio da un rapporto asimmetrico e non complementare cui il bambino non può sottrarsi.

Conseguenze

Messaggio pubblicitario Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine: la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità. Il bambino infatti, per ossequiare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati (Gardner, 1987, Casonato e Mazzola, 2016).

Si evidenziano inoltre un appoggio automatico verso il genitore alienante, e una razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino giustifica il suo disagio nel rapporto col genitore alienato con spiegazioni illogiche, incongruenti e di scarsa consistenza, provocando un nocumento all’evoluzione di una propria capacità di giudizio e di una funzionale relazione genitoriale.

Disturbi della memoria

Nella memoria del bambino vengono instillati ricordi non veritieri in base ai quali egli si autoconvince di aver vissuto realmente certi eventi nel quale il genitore alienato appare come un persecutore, e che invece sono stati arbitrariamente creati da parte del genitore alienante. Specie se è minore di 8 anni il bambino attua una fiducia epistemica nei confronti del genitore alienante, accondiscendendo a qualsiasi cosa gli intimi di affermare o di ricordare.

Non sono pochi i casi in cui i bambini ricordano vividamente eventi mai vissuti. Si tratta di un fenomeno mnestico che si verifica anche negli adulti, sulla base degli assunti della teoria mnestica costruttivista, che prevede, contestualmente all’immagazzinamento, una modifica contaminativa dell’informazione da parte delle strutture mentali e delle conoscenze pregresse del singolo soggetto.

Così la traccia mnestica, per quanto inesistente, si forma nella mente del bambino che si lascia influenzare dalla scarsità di mezzi a disposizione per la rievocazione, dalla suggestività del racconto e soprattutto dalla fiducia nutrita dei confronti della fonte informativa, molto spesso il genitore, dal quale i bambini dipendono adesivamente.

Sulla base di questi meccanismi si sono formati ricordi di abusi e maltrattamenti intrafamiliari in realtà mai verificatisi. Ne costituiscono un esempio i casi di Falsus Syndrome Memory, emersa negli anni ’90 proprio per indicare i ricordi di abusi non veritieri emersi nei bambini durante una psicoterapia e in seguito presi a base di accuse penali verso uno dei genitori (Merskey, 1998; D’Ambrosio e Supino, 2014).

Controversie sulla PAS – casi di eslcusione

I casi nei quali non è possibile parlare di PAS sono quelli in cui il bambino non perfeziona la collusione col genitore alienante e quelli in cui il genitore alienato è davvero soggetto perpetratore di violenze, abusi o trascuratezze ai danni del figlio.

Ma non sono gli unici casi in cui si esclude l’esistenza di questa presunta sindrome. Come già anticipato si tratta di una disfunzione dall’ammissibilità assai discussa e controversa, tanto in ambito giuridico che medico-psichiatrico: si eccepiscono alla medesima una mancanza di fondamento scientifico, l’impossibilità di essere definita come una sindrome vera e propria, un deficit di validità oggettiva tanto nell’osservazione che nell’indagine della stessa.

Vi sarebbero molte diagnosi false, a tal proposito, e i sintomi patologici, anche ove esistenti, apparterrebbero al genitore alienate e non al bambino (sintomi di terzi), così che la diagnosi verrebbe fatta a distanza, correndo il rischio di rendere patologici contesti che non lo appaiono (Gardner, 1992).

Nonostante la natura presumibilmente psichica del fenomeno, nemmeno il DSM ha mai provveduto ad inserirlo all’interno delle categorie dei disturbi mentali, non riconoscendolo né come sindrome né come malattia. Anche l’ambito giuridico non appare meno scettico con l’esistenza della PAS, stentando ad affermarne l’esistenza vera e propria: la Corte di Cassazione si è recentemente espressa con scetticismo nei confronti della PAS, negandone la rilevanza processuale e definendola priva di basi scientifiche (Gaita, 2019).

Anche ove si volesse ammettere la natura psicologica della PAS, si dovrebbero tuttavia considerare, ai fini della sua oggettiva esistenza e del suo effettivo estrinsecarsi, fattori di variabilità che potrebbero condizionarne l’origine e il decorso. Il riferimento va ad aspetti quali l’età, il genere, il grado di comunicazione e di cognizione raggiunti dal bambino, nonché la possibilità che il genitore alienante accetti una presa in carico ai fini di ristabilire una comunicazione funzionale tra il figlio e il coniuge, per neutralizzare gli effetti del precedente comportamento lesivo nei confronti dell’alienato.

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Bibliografia

  • Casonato, M., Mazzola, M. A., (2016), Alienazione genitoriale e sindrome da alienazione parentale (PAS), Kay Editore, Milano;
  • D’Ambrosio, A., Supino, P. (2014), La sindrome dei falsi ricordi: cosa sono i falsi ricordi, come individuarli e ridurne il rischio, Franco Angeli, Milano;
  • Gaita, L. (2019)  Sindrome alienazione parentale, Cassazione: “Non ha basi scientifiche e non può motivare affido esclusivo figli”, in Il Fatto Quotidiano, 22 maggio 2019, risorsa informatica consultata in data 23 ottobre 2019;
  • Gardner, R.A., (1987) “The Parental Alienation Syndrome and the Differentiation between Fabricated and Genuine Child Sex Abuse”, Creative Therapeutics, Cresskill, N.J.;
  • Gardner, R. A. ( 1992), The Parental Alienation Syndrome: A Guide for Mental Health and Legal Professionals, Cresskill (NJ), Creative Therapeutics, 1994;
  • Gulotta G. Buzzi F. (1998) Sindrome di Alienazione Genitorliale: definizione e descrizione, in Pianeta Infanzia, 4, PP. 29-35.
  • Merskey, H. (1998), Prevention and management of false memory syndrome, in Advances in Psychiatry Treatment, 4, pp. 253-262.
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