La psicoterapia di gruppo (entra) in uno spazio potenziale

Una riflessione sulla psicoterapia di gruppo online a cui si è stato necessario adattarsi per via del Covid-19 e su criticità e aspetti positivi connessi

ID Articolo: 175612 - Pubblicato il: 12 giugno 2020
La psicoterapia di gruppo (entra) in uno spazio potenziale
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Nel caso della psicoterapia di gruppo, già al momento della sua costituzione, il gruppo stesso sviluppa identità e senso di appartenenza che, con lo spostamento online dovuto alle misure per contrastare i contagi di Covid-19, sono andati incontro ad un cambiamento.

 

Messaggio pubblicitario A causa di un’infezione virale, tutto il pianeta si è trovato improvvisamente proiettato in una terrificante dimensione spazio-temporale che solo menti artistiche e creative potevano immaginare: la prima citazione che viene alla mente è il film Contagion di Steven Soderbergh (2011), la storia di una malattia infettiva che contagia tutto il mondo e in breve tempo cancella più di venti milioni di vite umane. Contagion purtroppo è oggi diventato una realtà che impone una completa rimodulazione della vita intima, sociale e lavorativa. Anche noi psicoterapeuti, travolti da questo tsunami, ci siamo adeguati alle misure di distanziamento sociale e di riduzione della libertà. Abbiamo chiuso i nostri studi e molti di noi hanno aperto stanze virtuali di psicoterapia.

Due di noi conducono in un centro di salute mentale gruppi di psicoterapia rivolti a persone con disturbi dell’umore e della personalità, alcune delle quali assumono terapia psicofarmacologica. In ottemperanza ai decreti legislativi del marzo 2020 volti a ridurre il rischio di contagio da COVID-19, abbiamo sospeso i due gruppi e dopo una settimana di disorientamento e vuoto, in attesa di direttive operative, abbiamo proposto ai pazienti di continuare le sedute online. Seppur convinti che si trattasse della cosa giusta da fare in quel momento, eravamo preoccupati e un po’ confusi perché impreparati a vivere un’improvvisa esperienza professionale virtuale. Infatti, per la prima volta ci si prospettava la possibilità di un lavoro terapeutico gruppale in assenza fisica dei pazienti, offrendo la nostra presenza terapeutica in una stanza per loro invisibile e sostenendo una comunicazione affidata ad un terzo (internet) fuori dal nostro pieno controllo.

Finora quasi tutti gli psicoterapeuti hanno dato per scontato che per attivare forme collettive di pensiero fosse necessario che il gruppo fosse presente fisicamente e condividesse uno spazio comune (Neri, op. cit.) che “[…] in parte è trovato e in parte creato; il luogo dove più voci, immagini, memorie e conoscenze si incontrano e creano nuove combinazioni polifoniche e simboliche” (Ottaviani, 2005).

In realtà abbiamo scoperto che già da tempo altri professionisti si erano trovati ad affrontare problemi analoghi, il che è stato per noi motivo di conforto nella nostra decisione. Cetrullo (2018) afferma che “[…] la frontiera dell’E-Health o E-Therapy è nel mondo molto sfruttata, addirittura in alcuni Paesi la prima diagnosi è fatta solo online. Molte ricerche ci confermano che la terapia psicologica online presenta la stessa efficacia delle terapie in studio vis-à-vis. Si rilevano infatti grandi miglioramenti nei soggetti che hanno partecipato a diversi interventi psicologici online, presentando una gamma di disturbi clinici che includono disturbi di panico (Klein, Richards, 2001), disturbi alimentari (Robinson, Serfaty, 2001), disturbi da stress post-traumatico e in casi di problemi di elaborazione del lutto (Lange, van de Ven, Schrieken, Emmelkamp, 2001)”.

Migone (2015, pag. 19) afferma che la terapia online “[…] può essere indicata nei casi in cui un determinato paziente (esempi tipici sono offerti da certe problematiche schizoidi, o anche agorafobiche e di fobia sociale) non sia in grado di affrontare il contatto diretto col terapeuta, e invece riesca ad aprirsi meglio mantenendo una certa distanza emotiva, che per lui è simbolizzata dalla distanza fisica della rete. In una fase inziale della terapia un paziente potrebbe venire agganciato in questo modo […] allo scopo di superare certe resistenze che gli permettano poi di continuare la terapia in modo tradizionale, se è questa la modalità che viene ritenuta indicata o che viene scelta“.

Uno di noi ha chiesto al servizio informatico dell’azienda sanitaria di appartenenza l’installazione sul computer di un programma di video-conferenze e successivamente abbiamo contattato i pazienti che si sono dimostrati entusiasti di questa iniziativa. La prima seduta, nonostante qualche piccola difficoltà tecnica, è stata caratterizzata, da parte dei pazienti, dalla gioia e dalla sorpresa di rivedersi sullo schermo, mentre i contenuti degli interventi vertevano sul disorientamento per la condizione d’isolamento fisico nel quale ci si trovava e l’angoscia di poter essere vittime/portatori di una malattia sconosciuta. Purtroppo però, il giorno seguente, il programma di video- conferenza è stato disattivato dalla direzione perché non rivolto al lavoro con i pazienti. Nonostante questa imprevista difficoltà, abbiamo deciso di ricorrere alle nostre risorse personali per continuare l’iniziativa clinica.

Tra le persone che potrebbero trarre beneficio dalla terapia in video-conferenza (useremo l’acronimo TVC), possiamo annoverare senza alcun dubbio gli adolescenti, soprattutto quelli che tendono all’isolamento, in quanto temono il confronto sociale e lo rifuggono: per loro, in Olanda esistono programmi di psicoterapia online (Offredi, 2012). In Australia, inoltre, è stato condotto uno studio su un campione di 217 adolescenti per conoscere le loro opinioni su questo tipo di trattamento. I risultati indicano che il 72% degli intervistati accederebbe a una terapia online se avesse problemi psicologici e idem il 31.9% di questi preferirebbe una terapia a distanza rispetto a quella vis-à-vis (Sweeney et al., 2016). Dal 2011 il governo britannico mette a disposizione della salute mentale “Servizi tramite telefoni digitali, messaggi, e-mail, e web chat per gli individui, i familiari e gli operatori” (GOV. UK, 2011, pag. 33).

Infine, ricerche volte a valutare l’efficacia della psicoterapia online sia in termini clinici, di supporto e consulenza, sia in termini di comunicazione, comprensione e alleanza terapeutica, hanno ottenuto risultati del tutto positivi che non si discostano dalle modalità off-line (Cohen, G. E. e Kerr, B.A.,1998; Knaevelsrud C., Maercker, A., 2006).

Ma quali sono i limiti e/o le possibilità di questo tipo di trattamento? Lavorare in rete -sede dell’Impero Immateriale, così l’ha definita M. Serra (2020)- ci proietta direttamente e visivamente nelle Vite degli altri (titolo di un thriller tedesco intenso e coinvolgente diretto da Florian Henckel nel 2006, che racconta come la polizia segreta della DDR – la STASI- spiasse e controllasse la vita di milioni di cittadini), nelle case, negli spazi intimi e solleva un primo e non trascurabile problema di natura etica e legale, cioè la tutela dei dati sensibili individuali. Il secondo problema potrebbe avere a che fare con l’uso clinico delle informazioni visive che otteniamo sia noi sia i nostri pazienti; in altre parole, che valore psicologico e relazionale daremo alle “cose” con le quali ora ci confronteremo visivamente, mentre prima potevamo solo immaginarle? La vicinanza senza corporeità e l’intimità senza contatto vanno inserite in un diverso contenitore mentale e, nella pratica, necessitano forse di ulteriori protezioni, perché lo spazio virtuale, a differenza di quello reale, è caratterizzato da confini molto fluidi e variabili. Oltre tutto, la rete comporta la perdita dell’anonimato e la permanenza della maggior parte delle informazioni; rischia di diventare “[…] una forma narcisistica di relazione oggettuale che prospera sulla gratificazione immediata, senza dover avere a che fare con la dilazione, i desideri non soddisfatti e il riconoscimento che non possiamo sempre avere ciò che vogliamo quando lo vogliamo. I termini presente e assente acquistano nuovi significati” (Gabbard, 2017, pag. 142).

In psicoterapia prevale il termine setting per definire un contesto strutturato caratterizzato da modalità spazio-temporali e da regole relative all’interazione tra paziente e terapeuta. E questo vale anche per il gruppo di psicoterapia (e sicuramente per ogni forma di gruppo), che, già al momento della sua costituzione, sviluppa identità e senso di appartenenza che implicano “[…] uno spazio comune del gruppo, delimitato da un confine. A seconda della rigidità del confine, l’esperienza del piccolo gruppo a finalità analitica viene vissuta dai membri come completamente separata e contrapposta a quella della vita quotidiana, oppure distinta ma non contrapposta. Il grado di rigidità del confine, a sua volta, dipende dall’identità del gruppo. Quanto più un gruppo ha elaborato un’identità che non si fonda sulla contrapposizione rispetto all’esterno, tanto più il confine è mobile e permeabile” (Neri, op. cit., pag. 73).

Diventa quindi importante riflettere sulla variabilità di alcuni concetti cardine della psicoterapia, che fino a poco tempo fa erano veri e propri dogmi (forse è proprio questo il momento giusto per farlo), anche perché da almeno venti anni la diffusione esponenziale di internet e l’evoluzione della tecnologia ad essa collegata hanno contribuito a creare una moltitudine di relazioni virtuali. Queste ultime hanno “[…] il vantaggio di poter sfruttare al meglio l’assenza di limiti spaziali e temporali della rete e dei suoi spazi sociali online. La rete può permettere la rapida interazione tra persone lontane geograficamente, ma sempre sulla base di informazioni limitate e spesso anche semplicemente frutto di narrazioni che non coincidono con la realtà del narratore o della narratrice. Nella loro limitatezza, queste informazioni impediscono di conoscersi realmente e possono risultare incomplete e ingannatrici inibendo la possibilità di un approfondimento mirato a costruire e coltivare relazioni che possano durare nel tempo e soddisfare i bisogni di chi vi partecipa. Tutto ciò che sembra dare forza alla relazione e facilitare l’interazione e la comunicazione, come le parole e lo storytelling sul display, le immagini bidimensionali dello schermo, le voci digitalizzate e i cinguettii frequenti, non permetteranno mai di avere una rappresentazione completa di un’altra persona così come la può dare un incontro dal vivo. Le esperienze relazionali di tipo virtuale, pur essendo vissute come reali, non riescono mai ad esserlo pienamente fino in fondo. La dimostrazione della marcata differenza tra le une e le altre è sperimentata da tutti coloro che passano da incontri e relazioni digitali e online a incontri dal vivo e di persona. Ciò che dovrebbe invitarci a riflettere oggi, però, non è tanto la differenza tra le due esperienze relazionali, online e off-line, quanto il fatto che le prime, quelle digitali e virtuali, stiano sostituendosi sempre più spesso e con forza alle seconde, così come dovrebbe indurci a riflettere il tempo crescente che a esse viene dedicato e la difficoltà diffusa a percepirne le differenze. L’esempio ormai abusato per descrivere quello che sta avvenendo è la fotografia di tanti giovani impegnati a coltivare le loro relazioni virtuali perfino quando sono in compagnia di amici, parenti e conoscenti con i quali interagire nella vita reale e in modalità non digitali. La tecnologia non è neutrale ma non le si può addebitare la responsabilità di quanto sta succedendo alle relazioni umane” (Redazione SoloTablet, 2017).
Considerando queste premesse, nel momento in cui trasferiamo la psicoterapia sullo schermo, come psicoterapeuti siamo obbligati a considerare una serie di intralci:

  • Perdita di controllo sul setting
  • L’ambiente disincarnato
  • Il problema della presenza
  • Ignorare il contesto (Weinberger, 2020).

Il termine incarnato (embodied) rimanda direttamente alla teoria della mente incarnata (embodied cognition) espressa da Varela et. al. in un lavoro del 1991 che resta un caposaldo delle scienze cognitive. “Rifiutando il dualismo antropologico e attribuendo imprescindibile importanza al corpo, la nuova prospettiva enfatizza una concettualizzazione della conoscenza come azione incarnata. […] Il fondamento teorico dell’Embodied Cognition è sinteticamente ravvisabile nell’esigenza di restituire corpo alla mente, con ciò intendendosi l’inseparabilità e la permeabilità delle facoltà mentali da parte di strutture e dinamiche corporee, nonché l’inevitabile integrazione di queste ultime nel mondo naturale e sociale” (Palmiero, Borsellino, 2014, pag. 8-9).

Weinberger, quando inizia una terapia online, suggerisce ai pazienti di creare un ambiente comodo, sicuro ed accogliente e di evitare distrazioni, rumori, interruzioni o di far entrare altre persone nella stanza, di rispondere al telefono e o alle mail durante la seduta. Quindi, la scelta di “proteggere” la seduta diventa anche (forse soprattutto) una responsabilità del paziente. A tale proposito, una nostra paziente ha detto: “per stare sola con voi ho mandato mio marito a portare a passeggio il cane e mi sono raccomandata che restasse fuori per più di un’ora. Quando torna sarà sicuramente infreddolito e magari anche arrabbiato con me!”.

Nelle TVC si perde la dimensione di accoglienza fisica, affettiva e relazionale e si riduce sensibilmente la regolazione dei meccanismi di cambiamento che sono centrali nella psicoterapia di gruppo; si perdono il contatto visivo e l’odore e la coordinazione visiva tra conduttori; è ipotizzabile quindi che si riducano “[…] la comunicazione collaborativa, il dialogo riflessivo, la riparazione interattiva, la narrativizzazione coerente e la comunicazione emotiva” (Siegel, 1999).

La presenza terapeutica, intesa come il portare tutto il proprio Sé all’interno della relazione con il paziente ed essere pronti ad accogliere la sua esperienza così come avviene in tempo reale (Geller e Greenberg, 2012), è altrettanto difficile da ottenere quando si è davanti ad uno schermo e anche in questo caso bisogna allenarsi; forse si rende necessario considerare il grado di self disclosure e di trasparenza del terapeuta, così come suggerisce Weinberger (2020, op. cit.). Quest’ultimo concetto, in italiano letteralmente auto-svelamento, ha a che fare con la possibilità di una maggiore trasparenza da parte del terapeuta, trasparenza messa al servizio dell’alleanza e della cooperazione terapeutica. Questo concetto, molto discusso in psicoanalisi negli ultimi venti anni, si contrappone sia a quello classico di atteggiamento neutrale dell’analista sia a quello più recente di relativa neutralità (Greenberg, 1995; Renik, 1995; Aron, 1991).

Messaggio pubblicitario A differenza di ciò che accade nelle stanze di terapia, pur invitando il paziente ad operarsi per “proteggere” lo spazio dove è collocato, forse non dovremmo porre molta attenzione a eventuali distrazioni (ad esempio, l’ingresso, nella stanza, di un cane o di un altro membro della famiglia) perché non sarebbe, poi, così scontata una loro influenza negativa sul processo e l’alleanza terapeutica. Riportiamo un episodio accaduto durante una seduta di gruppo: mentre una donna incinta sta esprimendo la sua paura di essere contagiata al momento del ricovero per parto e la tristezza per l’impossibilità di festeggiare la nascita con amici e parenti, entra il gatto. La signora cambia espressione del viso e afferma con piacere: “ecco, vedete, questa è la mia gattina che per me è un’ancora di salvezza.” Un’altra donna le chiede di alzarsi e di mostrare la pancia per affermare successivamente: “che bella che sei! Almeno un po’ di vita e speranza per il futuro”.

Ma che cosa è l’alleanza terapeutica?

Con i termini alleanza terapeutica e alleanza di lavoro (working alliance), nella letteratura psicologica, si indica un dimensione di interazione riferita alla capacità del terapeuta e del cliente di sviluppare una relazione basata sul rispetto, sulla fiducia e sulla collaborazione, e quindi volta ad affrontare e risolvere i problemi che il cliente presenta (Lingiardi, Colli, 2003). Liotti (2015, pag. 252) sostiene che “La psicoanalisi, e successivamente anche la psicoterapia cognitiva, ha cercato nel concetto di alleanza il modo per definire come si possa costituire una forma di cooperazione pur all’interno della complessità della relazione terapeutica” (Bordin, 1979; Greenson, Wexler, 1969; Lingiardi, 2002; Safar, Muran, 2000; Safran, Segal, 1990)”.

Alla base dell’alleanza terapeutica, è possibile identificare tre elementi cruciali:

  • l’esplicita condivisione di obiettivi da parte di paziente e terapeuta;
  • la chiara definizione di compiti reciproci all’inizio del trattamento;
  • il tipo di legame affettivo che si costituisce fra i due, caratterizzato da fiducia e rispetto (Bordin,1979, 1994; Clarkin, Yeomans, Kenberg, 1999; Liotti e Monticelli, 2014).

Norwood et al. (2018), in una metanalisi sulle pubblicazioni che si occupavano di alleanza terapeutica nelle TVC, sostengono che essa risulta inferiore a quella che si instaura nelle relazioni faccia a faccia, mentre la riduzione dei sintomi è pari a quella delle psicoterapie reali.

Pim Cujipers (Offredi, 2012) sostiene che “[…] l’alleanza terapeutica è altrettanto valida nelle psicoterapie online; [ma] anche supponendo che [essa] fosse più debole in questo tipo di terapia, ciò non costituisce una prova del fatto che la psicoterapia online sia meno efficace rispetto a quella tradizionale”.

Knaevelsrud e Maercker (2006) hanno inserito 48 persone affette da disturbo da stress post traumatico in un programma di psicoterapia cognitivo-comportamentale online alle quali, tra i vari questionari, hanno somministrato dopo 4 sedute la forma abbreviata di un reattivo che valuta la qualità dell’alleanza terapeutica, la WAI-S. I punteggi ricavati indicano che è possibile stabilire una relazione terapeutica online stabile e positiva e che la relazione terapeutica è un fattore predittore di outcome meno significativo della relazione terapeutica che si stabilisce nelle sedute vis-à-vis. Un altro aspetto interessante di questa ricerca è che i pazienti che presentavano sintomi più gravi all’inizio del trattamento tendevano ad avere una relazione meno positiva con il terapeuta. Infine, i risultati non hanno confermato l’ipotesi che una forte alleanza terapeutica all’inizio del trattamento predica cambiamenti psicologici positivi nel corso del trattamento stesso.

Possiamo quindi affermare che, nelle TVC, il paziente acquisti maggiore potere e che la relazione con il terapeuta diventi più simmetrica, dal momento che entrambi dispongono di uno spazio di lavoro autonomo ed ognuno ha il controllo sulla propria postazione. Per il paziente aumentano i benefici anche economici e gli orari sono molto più flessibili, potendo utilizzare per le consulenze anche il sabato e domenica (Norwood et al., 2018; Wiseman, et al., 2012). Si guadagna una maggiore vicinanza, grazie allo schermo, alle espressioni del viso che forse però dobbiamo allenarci a cogliere. A tale proposito, Ogden P. e Goldstein (2020) suggeriscono ai terapeuti di essere più attivi quando lavorano online e di chiedere ai pazienti di riferire anche le loro sensazioni corporee e persino di muoversi davanti allo schermo; mentre Weinberger (2020, op. cit.) suggerisce ai pazienti di allontanarsi dalla telecamera affinchè il loro corpo possa risultare più visibile. Tuttavia, nella terapia di gruppo online si perde la prossemica del circolo gruppale, il poter passare gli occhi da un membro all’altro, il contatto visivo tra terapeuti e tra membri del gruppo e il profumo (un nostro paziente ha detto più di una volta che gli manca il profumo della stanza di terapia).

Conclusioni

Nell’esperienza che abbiamo descritto in questo capitolo, le direttive aziendali sono state quelle di tenere aperti i servizi di salute mentale, ma di evitare categoricamente tutte le situazioni di assembramento, di gruppo e di limitare l’intervento sanitario solo a richieste che si configurassero come urgenti. Quindi tutti gli operatori sono stati e sono presenti negli spazi fisici di cura, ma quasi senza pazienti e tutti protetti da Dispositivi di Protezione Individuale (DPI). Eravamo impreparati e confusi (oltre che molto preoccupati) e il bivio che avevamo di fronte può essere così sintetizzato: immobilismo o ridefinizione dell’intervento. Non ci siamo pentiti di aver scelto la seconda strada, cioè quella di essere presenti con la nostra professionalità attraverso gli strumenti elettronici ai quali ci siamo adeguati velocemente, anche grazie a suggerimenti e ai consigli di altri colleghi. Ci troviamo ora in condizioni nuove a sperimentare pienamente il valore dell’apprendere dall’esperienza (Bion, 2009). Quello che possiamo affermare è che con i nostri due gruppi, dopo un momento iniziale di incertezza, ci stiamo adattando al nuovo strumento e lavoriamo bene, anche se non ce la sentiamo di definire questa attività come una vera e propria psicoterapia.

Forse ci vorrà ancora tempo per sciogliere le questioni che ruotano intorno alle modalità tecniche richieste da una psicoterapia svolta fuori dalla “stanza d’analisi”; quello che però è certo è che internet, soprattutto in momenti drammatici che rendono difficile l’incontro fisico, ci permette di mantenere un contatto significativo con i nostri pazienti. Questa tecnologia diventa quindi un ponte, una terra di mezzo, uno spazio di transizione (spazio potenziale, Winnicot, 1971) che rende possibile la presenza e la condivisione di pensieri, emozioni e condizioni di vita del nostro vissuto attuale. Un nostro paziente ha usato la seguente metafora: “… come voi sapete, già parlo poco, ma qui davanti allo schermo proprio non ce la faccio anche se sento che devo stare con voi. E’ diverso dalle sedute vere, boh, non so, mi sembra una specie di ruotino che però ci può portare a destinazione sani e salvi, ma in tempi più lunghi della gomma normale”.

Quando siamo riusciti a raggiungere i pazienti dei due gruppi di psicoterapia, ci siamo sentiti contenti, utili e attivi; eravamo convinti che fosse fondamentale restare in contatto, trasmettere speranza e provare a pensare alle emozioni del momento. Ci siamo sentiti più naturali, meno sulla difensiva e più vicini a loro, senza perdere però il nostro ruolo. Nel primo gruppo (attivo off-line da ca. 2 aa.) l’adesione è stata unanime; mentre nel secondo (attivo off-line da 8 mesi), 2 persone hanno rifiutato la proposta: una per “difficoltà operative” e l’altra perché ha reagito al lockdown con un serio scompenso depressivo e percepisce internet come troppo intrusivo (in realtà lo stato depressivo le attiva forte autosvalutazione e intensa vergogna che non riesce a gestire in gruppo). Entrambi i gruppi hanno mantenuto la coesione raggiunta in precedenza (anzi, visto che all’inizio del gruppo online le difficoltà tecniche sono state superate soprattutto grazie ai suggerimenti di alcuni pazienti capaci di maneggiare bene i dispositivi elettronici, potremmo dire che si è persino rafforzata) e una buona aderenza alla realtà (accettazione dello status quo). Per quanto riguarda la coesione di gruppo, Yalom, (2005, pp. 81) sostiene che “⦋…. essa⦌ non è di per sé un fattore terapeutico, ma piuttosto una condizione necessaria per una terapia efficace”.

Il ricorso a meccanismi di difesa quali lo spostamento e la negazione, anche in forma di euforia, è stato molto contenuto. Le emozioni prevalenti sono state paura, ansia, rabbia e tristezza. Il senso d’impotenza e il desiderio che tutto possa tornare come prima caratterizzano ogni seduta. Insomma, il microcosmo sociale dei due gruppi riflette specularmente quello sociale dominante in questo momento; il passato è richiamato con nostalgia e rimpianto, il futuro è visto con moderato pessimismo. Il presente coincide con le limitazioni, la paura del contagio, la mancanza delle abitudini e degli spazi, la coesistenza forzata, il ricorso al cibo, la lontananza dei propri cari. Viene però sottolineata con entusiasmo la riscoperta delle relazioni familiari e quella di antichi rituali di sopravvivenza (preparare pane e pasta in casa, per esempio), il potenziamento dei contatti virtuali e del senso di solidarietà; viene inoltre enfatizzata l’opportunità di prendersi cura di se stessi con maggiore tempo e attenzione. Anche i contenuti dei sogni sembrano essere fortemente condizionati dalla costrizione, dall’isolamento, dalla paura del contagio e dal senso di impotenza (la paziente incinta racconta questo frammento di sogno: “ero in carcere, senza motivo e non sapevo da quanto tempo. Mi avvicinavo alle sbarre del cortile, guardavo in giro, non vedevo nessuno, solo desolazione. Non riuscivo a urlare e ho cominciato a piangere e singhiozzare.” Un altro racconta: “mi lanciavo dal paracadute, era bello, mi sentivo libero e felice. Poi sono atterrato in mare, solo e senza alcun appoggio. Io non so nuotare. Mi sono svegliato di soprassalto per il freddo che ho sentito”). In sintesi, ci ha colpiti il fatto che i pazienti dei due gruppi esprimessero la netta determinazione ad “esserci a tutti i costi” e a superare le difficoltà tecnologiche, il riconoscimento del valore dell’offerta psicologica online e la sincera gratitudine verso i terapeuti, la capacità di tollerare le frustrazioni e di rispettare le regole di un nuovo setting che, ricorrendo al pensiero di Bauman (2011), potremmo definire liquido.

Inoltre, abbiamo osservato il ridimensionamento di alcuni aspetti personali, il potenziamento dello spirito di gruppo e del senso di appartenenza senza idealizzazione eccessiva e l’attivazione della motivazione a cooperare (una paziente che per mesi si era lamentata delle sue difficoltà di comunicazione con l’ex marito, afferma con convinzione: “capisco finalmente che ci sono cose più importanti dei miei piccoli problemi, riesco ad avere un punto di vista molto diverso ora e ne sono contenta”. Nel timore iniziale che le sedute online producessero poco materiale clinico, abbiamo fissato la durata di 60 minuti per ognuna; dopo il secondo incontro abbiamo aggiunto altri 30 minuti perché il gruppo ha espresso il bisogno di avere più tempo. Nel momento in cui una paziente, che in questo momento presta servizio come infermiera in un albergo Covid-19, ha portato nel gruppo la sua drammatica esperienza, qualcuno, forse parlando per tutti, ha affermato: “la tua testimonianza diretta vale cento volte quello che dice la televisione e sicuramente è giusto che anche noi cittadini facciamo la nostra parte per aiutare chi è in prima linea. Le tue parole sono molto pesanti, ma non le dimenticherò mai, grazie”). Inoltre, dopo sei settimane di lavoro clinico online con questi due gruppi, forse siamo in grado di affermare che i pazienti si sentano più uniti e solidali tra di loro nonostante la distanza fisica e che il confronto alimenti la speranza (Yalom, 2005). Una paziente, condividendo il racconto della nonna quando la sua città subiva i bombardamenti della seconda guerra mondiale, afferma: “mia nonna raccontava sempre che aveva tanta paura e ansia quando sentiva la sirena dell’allarme fino a quando con la madre e il fratellino non raggiungeva il rifugio. Lì vedeva altre persone e il suo cuore si calmava. A volte, noi nipoti per gioco imitavamo il suono della sirena e lei si arrabbiava. Solo in questo momento capisco davvero i suoi racconti perché sento questo gruppo come il rifugio di mia nonna.”

Infine, annotiamo che il silenzio diventa più difficile da tollerare, sia per i pazienti, sia per terapeuti che, a loro volta, si ritrovano ad intervenire più del solito.

Lingiardi (2020), nel suo articolo dal titolo Terapie e terapeuti online pubblicato recentemente su di un quotidiano nazionale, ricordando l’importanza della relazione terapeutica e il suo valore curativo, afferma: “L’importante è che la coppia (terapeutica) al lavoro rifletta e “mentalizzi” l’uso che fa degli strumenti. È il suo assetto mentale lo strumento principale del terapeuta”. Esprimendo la sua apertura verso questa variante di lavoro clinico, Lingiardi aggiunge: “[…] è anche possibile che la condizione attuale di quarantena condivisa (qualcosa che riguarda contemporaneamente paziente e terapeuta) fornisca il terreno per sintonizzazioni inattese. Per esempio cercare insieme nuovi significati personali per l’adattamento alla nuova realtà dell’isolamento (vissuta come al tempo stesso transitoria e interminabile), trovare nuove metafore e associazioni, in alternativa a quelle belliche più comunemente associate alla malattia.”

Migone, suggerendo di considerare la psicoterapia online una vera e propria “nuova frontiera”, sostiene: “[…] ritengo quindi che la psicoterapia in rete possa avere una sua dignità come tecnica, proprio allo stesso con cui altre tecniche terapeutiche hanno una loro dignità, quali la terapia di gruppo, la terapia familiare, nelle istituzioni, ecc.” (op. cit., pag. 19). Va sottolineato che l’autore non si limita a esprimere una semplice valutazione sul valore della psicoterapia online, bensì articola il suo ragionamento in modo molto interessante e pone una serie di interrogativi sui “parametri” terapeutici, sui cambiamenti di setting e delle tecniche, sulle resistenze dei terapeuti nei confronti delle innovazioni, sulle teorie che utilizzano per giustificarne l’uso e “[…] sulla nostra capacità di analizzare le motivazioni transferali e controtransferali che stanno dietro a questa scelta” (Migone, op. cit., pag. 20).

 

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