Ma che cosa ho in testa – Recensione del libro di Tim Parks (2019)

Ma che cosa ho in testa affronta diverse tematiche come la differenza tra la realtà e come ce la raccontiamo, dove si annidano spesso grovigli di sofferenza

ID Articolo: 176114 - Pubblicato il: 30 giugno 2020
Ma che cosa ho in testa – Recensione del libro di Tim Parks (2019)
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Ma che cosa ho in testa di Tim Parks è un bel “Viaggio di un ignorante tra i misteri della mente” come recita il sottotitolo, un viaggio ben riuscito e alla portata di tutti. Per chi non conoscesse l’Autore, basti sapere che è uno scrittore e giornalista inglese, che scrive anche di tutt’altro.

 

Ma che cosa ho in testa: un susseguirsi di tanti stimoli di riflessione semplici alla scoperta di argomenti estremamente complessi

Messaggio pubblicitario Sono quasi 300 le pagine di questo libro che, edito nel 2017, è stato tradotto in italiano nel 2019 e inizia con il racconto di un risveglio mattutino dell’Autore nella forma del flusso della sua coscienza: un’esperienza nella quale ognuno di noi può ritrovarsi e nella quale ogni terapeuta può riconoscere le caratteristiche di un Sé integrato, che fin dal mattino sa distinguere diversi stati mentali e vive un’esperienza di sé unica, senza switch bruschi.

Il racconto prosegue poi di pari passo con le attività della giornata di Parks, che si appresta a qualche giorno di riflessione, con alcuni studiosi, sulla coscienza.

Le sue parole evidenziano bene, all’inizio senza troppe etichette o spiegazioni teoriche, alcuni meccanismi psicofisiologici della percezione; ad esempio il fatto che siamo coscienti e convinti dell’esistenza di un armadio sebbene ne percepiamo attraverso il senso della vista solo una porzione. Realtà e percetto non coincidono e gli strumenti per l’indagine del cervello che abbiamo a disposizione oggi ce lo spiegano sempre meglio.

Stessa cosa vale anche per un costrutto caro al comportamentismo, come lo stimolo condizionato che impone di aprire gli occhi quando si sente la sveglia al mattino.

Un altro stimolo interessante è la riflessione – anche filosofica – sul rapporto tra linguaggio e realtà:

Nessuno in tutta la sua vita ha mai visto un oggetto per intero, da ogni parte, sopra e sotto, nel modo in cui lo denota una parola.

Ma che cosa ho in testa: la narrazione di Sé

Messaggio pubblicitario Un altro snodo del libro particolarmente caro agli psicoterapeuti è la differenza tra la realtà e come ce la raccontiamo: proprio in questa differenza si annidano spesso grovigli di sofferenza, dati in gran parte da giudizi, pretese, aspettative, rappresentazioni, che a volte, specie nei disturbi di personalità, sono difficili da riconoscere anche perché la realtà viene confusa con lo stato mentale, fatto di cognizioni ed emozioni. Il pretesto narrativo di Parks in questo caso è il rapporto con la sua compagna di vita molto più giovane di lui e su cosa possano pensare gli altri vedendoli. Come nel celebre Inside Out, ciò che permette di viverci come una persona unica, con un continuum di esperienza, è dato anche dal non lasciare campo libero alle nostre parti emotive che in certe occasioni possono staccarsi tra loro e dare origine a esperienze dissociative.

Ma che cosa ho in testa: pensieri ed emozioni non sono la realtà

Sono diversi gli studiosi e i punti di vista, dalla filosofia alla psicologia, dall’arte alle neuroscienze, che Parks cita e con cui discute in questo libro: tutti ambiti che si sono occupati e si occupano di mente, cervello, coscienza e conoscenza, aspetti intrinsecamente legati tra loro, di cui credo non si possa parlare se non in quest’ottica multidisciplinare, sebbene ci interessi maggiormente solo un ambito, magari quello in cui lavoriamo o si tenda a dare più credenziali all’uno o all’altro.

Pensavi che l’erba fosse verde, e invece no. Pensavi di avere freddo, ma in realtà sei caldo. Pensavi di essere tu a decidere, invece ti stanno manipolando. Pensavi di soffrire, ma non è così. Pensavi di essere felice, ma la felicità non esiste. E, naturalmente, se il mio dolore è falso, lo sarà anche il tuo.

Può apparire una sconcertante verità, ma per chi lavora con le risorse e il dolore delle persone, è un grande vantaggio, come ci insegnano le terapie cognitive di terza ondata.

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Bibliografia

  • Parks, T. (2019). Ma che cosa ho in testa. UTET.
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