Psicologia degli stati discontinui di passaggio

Resta ancora da comprendere come avviene il passaggio tra gli stati di coscienza e qual è il punto esatto in cui il corpo si fa mente che si osserva.

ID Articolo: 166225 - Pubblicato il: 17 luglio 2019
Psicologia degli stati discontinui di passaggio
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Nel corso dei suoi studi, Andrea pensò che tale attenzione iperprudenziale adattiva alla sopravvivenza, facesse riflettere sul destino dell’uomo: se un organo sta bene e funziona normalmente non lo sentiamo e ne dimentichiamo l’esistenza. Il benessere è silente e solo il malessere è avvertito.

 

Messaggio pubblicitario Il padre era certo che sarebbe diventato uno scienziato per la curiosità che mostrava, per ora a tutto danno dei giocattoli, di capire esattamente come funzionassero le cose svelandone gli ingranaggi e i meccanismi più intimi, nascosti, interni. Per la madre il suo piccolo Andrea era destinato a essere uno scrittore o uno psicologo per l’interesse che nutriva per le sfumature più sottili dei vissuti interiori e le passioni contraddittorie dell’animo umano. Né lui né nessun altro pensò mai che sarebbe potuto diventare un calciatore, un atleta famoso o qualcosa che avesse a che fare con l’utilizzo del corpo che da subito si era dimostrato nettamente inferiore alle aspettative, spingendolo al compenso intellettuale e sociale. Sarebbe semmai potuto essere il testimonial di una campagna pubblicitaria per gli antichi ricostituenti che le madri postbelliche reclamavano per i loro figli gracilini in primavera, tanto il suo aspetto fisico rimandava l’idea della mancanza, della debolezza, con quella testa così sproporzionatamente grande su un corpo mingherlino, fragile e perennemente emaciato.

Andrea sperimentava il contatto con la realtà, che fosse il sole marino, il bianco della neve, il fresco dell’acqua in cui gli altri si immergevano gioiosi, come una minaccia e un insulto da cui proteggersi. La realtà era ruvida, urticante, fastidiosa, ne faceva volentieri a meno, doveva ripararsene. Consapevole della sua incompatibilità con la concretezza, si era ritirato nel labirinto etereo delle idee, soprattutto da quando l’adolescenza, con tutte le sue conseguenze, aveva provato a strapparlo alla modesta famiglia dove l’accettazione inesigente era scontata per precipitarlo in un mondo che chiedeva di essere all’altezza, mostrarsi, valere, addirittura competere. Non era cosa per lui.

Seguì la previsione della madre iscrivendosi a Psicologia perché voleva capire come funzionassero gli esseri umani, cosa che gli appariva assolutamente astrusa e bizzarra. Neppure il padre sarebbe stato deluso perché in fondo anche gli psicologi sono un po’ scienziati seppure il loro oggetto di studio sia autoreferenziale con tutti i problemi di confusione tra osservatore e osservato che ciò comporta. Consapevole di ciò Andrea fece dell’autoreferenzialità non un vincolo da superare ma la strada privilegiata per arrivare a cogliere proprio l’interfaccia tra mente e corpo ed in particolare il punto esatto in cui il corpo si fa mente che si osserva.

Lo studio degli “stati discontinui di passaggio” (SDP) e la storia di Andrea

Questa degli “stati discontinui di passaggio” (SDP li aveva chiamati nella speranza che diventassero un tema di interesse generale) divenne una vera e propria fissazione che lo portò ad essere lo zimbello dell’ambiente accademico più tradizionale. Era convinto che se si fosse penetrati in quei fuggevoli e sottili spiragli si sarebbe potuto comprendere il mistero della materia che si fa psiche. Le prime ricerche le condusse con il più economico e primitivo degli strumenti, ovvero l’autosservazione, focalizzandosi sul passaggio veglia/sonno e il suo opposto, insomma sull’addormentamento e il risveglio. Chiamava questa procedura la moviola o scansione psichica. La moviola del risveglio diede rapidi risultati dopo osservazioni ripetute per poco più di un mese annotando ogni mattina il recupero della coscienza sul taccuino che gli aveva fornito il suo psicoanalista per registrare l’attività onirica e che era rimasto intonso grazie al catenaccio degno dell’Inter di Herrera che le sue difese dell’Io esercitavano sul confine dell’inconscio, vissuto come la linea del Piave.

Le sue autosservazioni invece procedevano rapide e interessanti. Il primo bagliore di esistenza di un “Io” era avvertito con un senso di pesantezza a livello della zona zigomatica (sulla faccia dietro il naso) e retrosternale più o meno all’altezza del cardias dove lo stomaco si fa esofago. Da questi due punti dilagava la sensazione di avere un corpo raggiungendo il livello di consapevolezza nelle zone doloranti, intorpidite. Insomma la prima segnalazione registrava soprattutto ciò che non andava.

Pensò che tale attenzione iperprudenziale adattiva alla sopravvivenza, facesse riflettere sul destino dell’uomo: se un organo sta bene e funziona normalmente non lo sentiamo e ne dimentichiamo l’esistenza. Il benessere è silente e solo il malessere è avvertito.

Messaggio pubblicitario Immediatamente dopo aver avvertito l’Io corporeo si istallava il programma di orientamento spazio-temporale per rispondere alle domande “dove?” e “quando?” le cui risposte raggiungevano la consapevolezza solo se diverse dalle attese, ovvero “nel tuo letto di mattina presto”, altrimenti non venivano registrate come significative. Il passaggio immediatamente successivo era la riattivazione delle preoccupazioni, degli impegni e dei compiti lasciati in sospeso che avrebbero costituito l’agenda della giornata che a sua volta si iscriveva negli obiettivi di medio periodo sintetizzabili nell’ “essere qualcosa per qualcuno”. Si accorse ben presto che il meccanismo restava identico pur al mutare del qualcuno in questione e allora ne dedusse che la parte interessante era che per “essere” doveva “essere per qualcuno” o, detto diversamente, la sua identità era certificabile solo da ispettori esterni. Questo ovviamente era un modo di funzionare esclusivamente suo che esulava dagli studi sul passaggio rispetto ai quali ci si poteva limitare a affermare che “prima si istalla il sé corporeo, poi si attiva l’orientamento spazio-temporale, successivamente il sistema motivazionale e infine si passa all’azione”.

Fornì alcuni amici e colleghi di schede per l’autosservazione che confermarono un processo analogo in tutti ma non spiegò perché in alcuni tale percorso fosse associato a sensazioni di benessere e vitalità e in altri accompagnato da pesantezza e voglia di ritiro. Nelle sue pubblicazioni questa diversa disposizione veniva sempre indicata come il punto di arresto delle sue ricerche e la sfida per i futuri ricercatori. Si era inventato l’ipotesi ad hoc di un tono serotoninergico innato ma sapeva essere una scorciatoia per cavarsi d’impaccio.

Molti più problemi metodologici emersero durante gli studi sull’addormentamento perché il resoconto su quanto fosse avvenuto non poteva essere compilato immediatamente dopo l’evento ma solo attraverso il ricordo la mattina successiva che riportava il progressivo confondersi dei pensieri in una immaginazione caotica a carattere onirico, come se si perdesse progressivamente il filo del discorso interno, ma il momento effettivo dello spegnersi del mentale era descrivibile come una funzione tendente ad un limite che era però sempre sfuggente e inafferrabile. Andrea, testardo, non mollava e spostava sempre più in avanti l’ora dell’addormentamento. Insomma per coglierne il momento esatto non riusciva più ad addormentarsi perché la vigilanza che richiedeva l’osservazione del processo era appunto opposta allo spegnimento funzionale necessario per l’addormentamento stesso.

Dopo un periodo di frequenti notti bianche alternate ad altre in cui l’esperimento falliva e si addormentava senza accorgersene iniziò a manifestare prima comportamenti di eccitazione maniacale e irritabilità, poi vissuti persecutori e allucinazioni, quasi sogni ad occhi aperti, che spinsero amici e colleghi a convincerlo a sospendere gli esperimenti e recuperare il ritmo sonno veglia con possenti dosi di benzodiazepine.

Non si creda però che tutto ciò gli impedisse un serrato impegno nella costruzione del suo futuro. Nel frattempo la carriera accademica del Professor Andrea Livenza avanzava rapida e, a soli 35 anni, lo vedeva approdare all’associatura alla cattedra di “Neuroscienze intimistiche” della facoltà di Psicologia statica e osservazionale della Sapienza di Roma. Nel frattempo aveva visto naufragare due matrimoni. Per la verità erano gli altri ad averlo visto in quanto lui non se ne era reso proprio conto non essendo mai stati l’amore e l’innamoramento suoi oggetti di studio nonostante il collega di “Emozioni comparate” avesse provato a coinvolgerlo, conoscendo il suo debole, proponendogli di stabilire i confini esatti tra infatuazione, passione, innamoramento e amore. Gli sembrava un terreno troppo scivoloso in cui avventurarsi e la collaborazione non decollò mai.

La prima sposa Luisa De Logu era una piccola fortissima donna sarda, figlia del preside di facoltà, iscritta al suo stesso anno di corso. Se il matrimonio gli aveva portato qualche beneficio in termini di carriera (del resto era per questo che l’aveva corteggiata essendo brutta, stupida, sferica e presuntuosa), la separazione era stata cruenta con attribuzione di colpa e dunque onerosi alimenti a carico di Andrea condannato per crudeltà mentale. Il dottor Livenza, così sentenziò il tribunale, si era dedicato allo studio con la moviola del riflesso orgasmico per cui si immobilizzava quando sentiva che stava per approssimarsi per annotare su un apposito taccuino pensieri ed emozioni e altrettanto pretendeva che facesse Luisa che schiaffeggiava quando la sentiva in bilico sul limite del piacere perché gli riferisse immediatamente tutto. Inoltre non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi di avere figli quantunque l’idea di cogliere il primo costituirsi del sé e i primi pensieri del neonato nel suo affacciarsi dalla vagina sul mondo esterno avrebbe potuto inaugurare una proficua joint-venture con il dipartimento di ostetricia e ginecologia.

La seconda moglie Maria era donna di prorompente bellezza mediterranea, centro costante di attrazione per tutti i maschi. Alta, atletica e dalle movenze feline, emanava una naturale seduttività cui pochi resistevano. Questa fu la caratteristica per cui Andrea la scelse tra le allieve che frequentavano il suo reparto, ma non si creda che lo fece per interesse erotico personale essendo in lui sempre prevalente la motivazione scientifica. Avendo capito che l’orgasmo era malamente osservabile se direttamente coinvolti (infatti come dagli esperimenti sul sonno si era portato dietro un’insonnia resistente, dagli esperimenti con Luisa aveva ereditato un’anorgasmia rapidamente evoluta in impotenza per concludersi con una totale assenza di desiderio) riservò a sé il solo ruolo di sperimentatore. La voce si sparse presto in tutta la Sapienza: il professor Livenza organizzava cene con colleghi e studenti indicatigli da Maria che si concludevano con rapporti sessuali come dessert in cui Livenza si riservava il ruolo di attento osservatore esterno, intervistatore e, in sostanza asettico ricercatore.

Alla fama di violento e maltrattante che si era guadagnata con il divorzio per colpa da Luisa, si aggiunse quella di pervertito per i festini che organizzava con Maria, la quale però, dicevano le male lingue, non doveva essere troppo dispiaciuta di prestarsi agli esperimenti del marito e di aver senza indugio donato il corpo alla scienza. Forse a motivo della cattiva fama o della scarsa produttività scientifica oppure ancora della assenza di motivazione per la didattica, sta di fatto che quello che sembrava essere l’astro nascente della psicologia italiana tramontò rapidamente e di lui si persero le tracce. Il mondo accademico italiano lo aveva dimenticato dopo che si era perduto in quella terra di mezzo dove era stato preceduto dai ben più noti Ettore Maiorana e Federico Caffè. La sua ultima lezione dal tema “Discontinuità e stati di passaggio” era stata tenuta in una piccola aula periferica della facoltà il 5 dicembre del 2006 e i volti dei pochissimi presenti, quasi tutti amici o ex collaboratori, esprimevano imbarazzo misto a pena. Poi solo alcuni cenni a “Chi lo ha visto?” nelle settimane seguenti che avvalorano l’ipotesi della scomparsa volontaria e del suicidio.

Durante il lungo periodo della sua assenza si alimentarono le leggende più bizzarre senza mai né conferme né smentite. C’era chi sosteneva fosse emigrato alla corte di un emiro arabo dedicandosi al marketing petrolifero. Secondo altri aveva cambiato sesso per capire i vissuti femminili diventando la preferita di un magnate russo per il quale si esibiva in tutu tutte le sere. Alcuni erano certi di averlo visto per le strade di Parigi tra gli homeless. Altri ancora dicevano gestisse sotto falso nome un enorme laboratorio a Rio de Janeiro per evidenziare i danni a lungo termine della samba e preparare una svolta epocale di tutto il continente verso il ballo liscio. Voci mai confermate lo davano priore in un monastero buddista tibetano a studiare gli stati di trance meditativa. Le ricerche del corpo nei boschi del viterbese dove abitava da solo erano cessate dopo tre anni ed essendone stata dichiarata ufficialmente la morte presunta dal tribunale di Roma, Luisa aveva potuto convolare a nuove nozze anche con il conforto sacramentale nella cattedrale di Cagliari con il Prof Puddu di Endocrinologia dei primati non umani della facoltà di Veterinaria.

Nonostante avesse voluto dimenticare quella brutta pagina della sua vita fu proprio Luisa, che evidentemente conosceva bene il suo ex marito, a lanciare il sospetto che Livenza potesse essere coinvolto nel caso straordinario che attirava in quel periodo gli scienziati e non solo di tutto il mondo al MIT di Boston, dove da oltre due anni un certo mister Brondel proveniente dalla Virginia ma di origini non chiare sopravviveva nonostante tutti i parametri vitali fossero alterati così tanto da essere assolutamente incompatibili con la vita per il sommarsi di numerose gravissime malattie neoplastiche e degenerative che avevano causato un assoluto sconquasso metabolico. Squadre di superspecialisti delle varie discipline mediche studiavano mister Brondel per capire come fosse possibile che i singoli apparati e organi di cui si interessavano potessero continuare a funzionare nonostante il sovvertimento di tutti i parametri considerati essenziali per la sopravvivenza. Boston era stata presa d’assalto non solo da équipe di scienziati dei cinque continenti che vi avevano affittato interi edifici prospettandosi la permanenza piuttosto lunga, ma anche dai mass media di tutto il mondo. Si viveva un clima di attesa messianica come se da un momento all’altro si stesse per scoprire il segreto dell’immortalità e l’antica nemica potesse essere liquidata una volta per tutte.

Ben presto giunserò a Boston anche delegazioni qualificate delle più importanti religioni, ciascuna con l’intenzione di appropriarsi per prima del segreto dell’immortalità che tutte avevano in qualche modo promesso. Mentre Brondel combatteva la sua quotidiana battaglia “contro” o “per” la morte circondato da sofisticatissimi macchinari che non avevano finalità terapeutiche ma esclusivamente di registrazione dello straordinario fenomeno di un uomo che non riusciva a morire, tutto intorno a Boston e nel suo interland ferveva convulsa la vita. Religiosi di diverse fedi e scienziati di tutte le discipline si confrontavano, si scambiavano idee, litigavano e facevano all’amore come è costume degli umani in un clima carico di speranza e novità che ricordava l’estate di Woodstock. A questa ristretta cerchia elitaria si aggiunsero, con il passare dei mesi prima e degli anni poi, masse di pellegrini che professavano una nuova fede definita brondelaresimo, il cui credo essenziale affermava la supremazia della consapevolezza umana sulla morte che, come già aveva evidenziato Lucrezio nel “De rerum naturae” non possono essere contemporaneamente presenti, per cui ne deriva l’ovvia conseguenza che se la consapevolezza non molla la presa, la morte non ha spazi in cui insinuarsi.

I macchinari che controllavano i parametri vitali di Brondel erano continuamenti ritarati perché registravano valori assolutamente non previsti commentati quotidianamente sulla stampa specializzata di tutto il mondo dove venivano proposti congressi per approfondire le rivoluzioni concettuali che quanto stava accadendo rendeva indispensabili.

Accanto all’aspetto scientifico proliferava quello spettacolare. Il grande gruppo televisivo italiano Mediaset, sponsor del progetto “Eternity” voluto tanti anni prima da Berlusconi, mandava in diretta planetaria la battaglia prometeica di Brodel. Le masse si erano come sempre divise e schierate. Da un lato gli innovatori che tifavano per Brodel e lo vedevano come il novello Adamo di una nuova umanità, dall’altra i conservatori che parteggiavano per la morte e il ristabilimento dell’antico ordine costituito, temendo cosa sarebbe potuto diventare l’uomo senza più neppure il limite della morte. I più importanti laboratori del mondo avevano sborsato cifre enormi per accaparrarsi pezzetti del corpo di Brondel al fine di estrarne e studiarne il DNA (fu grazie ad essi e a dei capelli ritrovati nella spazzola nella casa romana di Andrea che si potè poi stabilire con certezza la sua vera indentità).

Il 23 novembre era un giorno freddo e piovigginoso su una Boston che ormai da qualche anno proliferava sul fenomeno. Erano ormai settimane che Brondel non pronunciava alcun suono intellegibile nelle lingue conosciute e nulla captavano i microfoni ad altissima sensibilità che lo circondavano. La faccia sofferente come sempre trasmetteva il senso di una profonda concentrazione, si avvertiva lo sforzo enorme per non distrarsi ed essere presente a se stesso.

Poi d’improvviso, inaspettata quella sequenza di sillabe che sarebbe stata per decenni oggetto delle più contrastanti esegesi degli studiosi che la riascoltavano con le cuffie dopo che i tecnici audio ne avevano eliminato le impurità e che non si capiva bene se fosse:

“AH, SI, SI, HO CAPITO OK”

oppure “AHIAHIAI ECCHECAZZO, NO”

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