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Comportamenti antisociali durante il lockdown: un’analisi dei processi cognitivi ed emotivi sottostanti

Fragilità emotiva, distorsioni cognitive e strategie di coping inefficaci sono alcuni dei fattori che possono portare violare il lockdown dovuto al Covid-19

ID Articolo: 174788 - Pubblicato il: 19 maggio 2020
Comportamenti antisociali durante il lockdown: un’analisi dei processi cognitivi ed emotivi sottostanti
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Trasgressione e stigma, senso di impotenza e rabbia. La situazione di emergenza da Covid-19 ha portato al susseguirsi di alcuni comportamenti antisociali, dettati da diversi processi psicologici, la cui comprensione sfugge ad un primo sguardo approssimativo.

 

Messaggio pubblicitario Diversi sono i fattori che possono portare alla messa in atto di comportamenti trasgressivi, tra quelli psicologici si individuano fragilità emotiva, distorsioni cognitive e strategie di coping inefficaci. Alcune reazioni al comportamento dei trasgressori possono costituire esse stesse meccanismi di difesa disfunzionali.

Parallelamente alle forme di comportamento più prosociali e altruistiche messe in atto durante l’emergenza mondiale da COVID-19, si è assistito a diversi fenomeni sociali e individuali che hanno avuto l’effetto, più o meno consapevole e cercato, di danneggiare il prossimo in diverse maniere. Si pensi ad esempio agli assalti ai supermercati, alle truffe organizzate contro i più fragili, all’aumento dei prezzi di beni essenziali, e infine alla violazione delle norme previste dai decreti ministeriali, compiuta attraverso il mancato uso dei dispositivi di protezione, la formazione di assembramenti abusivi e uscite ingiustificate durante il lockdown.

Quest’ultimo tipo di violazioni, seppur convenzionalmente ritenute meno gravi di forme di delinquenza organizzate, costituiscono atti antisociali e sono di fatto sanzionati come reati contro la salute pubblica. Chi li compie va incontro non solo a rischi giuridici, ma anche alla stigmatizzazione da parte della società e alle diverse reazioni che questo comporta. Durante la pandemia da COVID-19 si sta assistendo ad una violenza che si manifesta in più modi e forme, esercitata sia da chi infrange le regole mettendo a rischio la salute della società, sia attraverso assalti fisici o verbali rivolti contro i trasgressori.

È noto che la pandemia abbia comportato ripercussioni negative per i più, sconvolgendo diversi aspetti della vita così come la conoscevamo, aspetti che non avevamo mai messo in discussione prima. Improvvisamente abbiamo dovuto riorganizzare le nostre abitudini, far fronte a nuovi problemi, elaborare nuove strategie d’azione e di pensiero, senza poter contare sui tutti i mezzi che avevamo a disposizione fino a quel momento. Trasportati da questo stravolgimento molti hanno cercato di darvi un senso in modi diversi: tramite la ricerca di un colpevole, negando la realtà, affidandosi alla religione o cercando di focalizzarsi sui risvolti positivi, come il calo delle emissioni di CO2.

Per far fronte ad un cambiamento che è al di fuori del nostro controllo, è necessario accettare il fatto che non siamo completamente padroni del nostro destino, non siamo invincibili. Questo conflitto interiore, che porta ad una riorganizzazione dell’idea che si possiede di sé, viene tipicamente vissuto durante l’adolescenza, momento in cui solitamente avviene la presa di coscienza della propria vulnerabilità fino all’acquisizione di un’identità stabile e integrata (Erickson 2009). Tuttavia nel corso della vita è comune incorrere in sfide che portano nuovamente a ristrutturare l’idea che ci si è costruiti di sé.

Quando viene meno la percezione di avere il controllo della propria vita, come nel caso delle limitazioni ai propri diritti imposte durante il lockdown, nel tentativo di conservare un’immagine positiva di sé, possono verificarsi reazioni molto differenti. Un modo di reagire può essere l’attivazione di strategie di coping funzionali, come per esempio accettare la realtà e le proprie emozioni, organizzando la giornata tra momenti produttivi e momenti di relax.

Tuttavia non tutti riescono a reagire in maniera adattiva ed è facile sprofondare nella depressione o nell’apatia, soprattutto in mancanza di una solida rete di supporto, in presenza di psicopatologie diagnosticate, quando si ha un’alta percezione del rischio e basse probabilità di ricevere aiuto, o quando le sfide da affrontare sono molteplici e particolarmente destabilizzanti (si pensi a chi ha subito un lutto in questo periodo).

Un’altra delle reazioni comportamentali a cui si è assistito, consiste proprio nell’uscire dall’abitazione senza necessità durante il lockdown. Etichettata da molti come un’azione irrazionale e deplorevole, commessa intenzionalmente e dettata da noncuranza verso la società, rappresenta tuttavia anch’essa un modo disfunzionale di far fronte alla paura e alla frustrazione che ci accomuna.

Messaggio pubblicitario Si pensi ad un corridore abituale che decide di percorrere 4 km a piedi per scaricare l’ansia, anche se non si può: agendo in questo modo, oltre a perseverare nella messa in atto delle sue strategie abituali, si illude di riappropriarsi di un proprio spazio personale (fisico e simbolico) in cui agire in libertà, anche se per tutto il tempo della corsa permane un forte senso di colpa. In questo caso il comportamento antisociale non costituisce una sfida deliberata verso le regole imposte dallo Stato o un segnale di scarsa empatia, ma assume la forma di strategia disattiva per alleviare lo stato di ansia, che tuttavia aumenta. All’origine della trasgressione vi è quindi, in questo caso, il tentativo di mitigare uno stato emotivo avversivo, cui segue una decisione illogica, e infine la razionalizzazione, un meccanismo di difesa che fornisce una giustificazione illusoria e attenua la dissonanza cognitiva.

Allo stesso tempo la demonizzazione e la stereotipizzazione di chi commette tali infrazioni possono costituire di per sé dei meccanismi di difesa primitivi e disadattativi. Una reazione comune, quella di disapprovare con veemenza certi comportamenti, una netta scissione di ciò che è buono da ciò che è cattivo, che porta a semplificare la realtà e conservare l’idea positiva che abbiamo di noi stessi.

Naturalmente esiste una distinzione tra comportamenti ammissibili e non, scandita dalla legge, tuttavia accanirsi contro i colpevoli attraverso insulti verbali, fisici o sui social network, senza riflettere sulla paura e fragilità che possono aver portato a tali azioni, è essa stessa una difesa disfunzionale, che rischia di aumentare il senso di colpa sperimentato dal trasgressore e incentivare ulteriori infrazioni. Senza contare che spesso le ingiurie vengono rivolte a presunti trasgressori, che escono di casa per vere necessità.

Un fenomeno sociale in grado di aumentare sia le violenze rivolte ai trasgressori sia il numero di azioni trasgressive è quello della diffusione di responsabilità, ovvero quel processo che porta a favorire e legittimare socialmente un’azione di gruppo che compiuta dal singolo sarebbe considerata sbagliata (Darley & Latané 1968).

Distorsioni cognitive simili vengono a formarsi attraverso le euristiche, scorciatoie di pensiero che hanno lo scopo di semplificare la realtà, incorrendo però in errori logici (Kahneman 2002).

Ritornano al desiderio di esercitare un controllo sul proprio destino, esiste un bias in grado di spiegare alcuni procedimenti cognitivi che possono portare alla credenza erronea di aver la facoltà di gestire eventi che sfuggono invece al controllo: l’illusione del controllo. Si tratta di un errore di giudizio in base al quale gli individui sovrastimano le proprie probabilità di successo, sottostimando però i rischi e ostacolando il pensiero critico. Per riprendere l’esempio precedente, il corridore deciso a infrangere le norme potrebbe aver pensato prima di uscire “farò attenzione e quindi non contagerò nessuno”: questo pensiero lo avrà momentaneamente rassicurato, ma il suo ragionamento è fallace, perché non considera altri fattori sui quali non ha alcuna influenza.

Questi sono solo alcuni dei motivi che possono portare alla messa in atto di comportamenti antisociali durante il lockdown. A fianco dei fattori cognitivi, come le strategie disadattive e la perseverazione, intervengono anche fattori psicosociali, come la marginalizzazione e la diffusione di responsabilità, ma anche fragilità emotive e meccanismi di difesa primitivi, sia preesistenti che acuiti dalla situazione di emergenza. Basti pensare alle problematiche relazionali intrafamiliari che vengono accentuate durante il confinamento, senza la possibilità di allontanarsene. Per questi ed altri motivi i comportamenti antisociali cui si è assistito andrebbero osservati con flessibilità psicologica, senza legittimarli ma evitando anche di condannare a priori scopi e intenzioni.

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Bibliografia

  • Darley, J.M. & Latané, B. (1968). Bystander intervention in emergencies: diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology, 8(4), 377-383.
  • Erikson E. H., Erikson J. M. (2009).“I cicli della vita. Continuità e mutamenti”, Armando Editore.
  • Kahneman, D. & Frederick, S. (2002). “Heuristics and Biases: The Psychology of Intuitive Judgement”, Cambridge University Press.
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