Vulnerabilità psicologica in soggetti affetti da disturbo depressivo maggiore (o unipolare) nel periodo di quarantena

Come l'isolamento e la quarantena dovuti all'emergenza covid-19 potrebbero impattare su chi soffre di depressione? Come aiutare questi pazienti?

ID Articolo: 174164 - Pubblicato il: 28 aprile 2020
Vulnerabilità psicologica in soggetti affetti da disturbo depressivo maggiore (o unipolare) nel periodo di quarantena
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Nelle persone con depressione l’emergenza sanitaria da Covid-19 non fa altro che acuire il senso di inadeguatezza e di chiusura verso il mondo. Come possono essere aiutati questi pazienti a superare il periodo di quarantena?

 

Messaggio pubblicitario L’Italia, il nostro paese, oramai funge da svariati mesi da emblema e da monito riguardo le conseguenze che uno Stato potrebbe, e nel nostro caso è costretto, affrontare per fronteggiare i problemi di natura organica, economica e psicologica dei quali il virus in questione, il Covid-19, ne è la causa. Tra le tante patologie di natura psicologica i disturbi del tono dell’umore sono estremamente diffusi. Questi consistono in alterazioni emotive, di entità tale da causare, al soggetto che le esperisce, gravi problemi e persistenti disfunzioni, accompagnate da un marcato disadattamento alle normali condizioni ambientali di vita. La perdita delle minime e semplici incombenze della quotidianità, aggravata dalla situazione contingente, fanno del disturbo depressivo una condizione atroce. Ma cos’è la depressione?

Il termine depressione viene utilizzato in modo generico ed estensivo nel linguaggio colloquiale in riferimento ad una sensazione di lieve sconforto o di tristezza momentanea scatenata da un evento o da un pensiero capace di provocare, nel soggetto che lo esperisce, uno stato di malessere transitorio. Tuttavia, volendo uscire dalle imprecisioni di uso comune, è bene sapere che il disturbo unipolare fa riferimento ad uno stato di malinconia di tipo patologico, della durata all’incirca di più di due settimane. Sebbene i principali sintomi identificativi appaiono ben chiari, non lo sono altrettanto le cause, ancora imperfettamente note. Come si fa a fare una diagnosi del disturbo?

I criteri diagnostici maggiormente utilizzati sono quelli che fanno riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), redatto dall’American Psychiatric Association e ormai giunto alla quinta edizione (DSM 5 – APA, 2013). Secondo i criteri dell’attuale DSM 5, per fare diagnosi di Depressione Maggiore il paziente deve presentare almeno cinque o più tra i seguenti sintomi per un periodo di almeno due settimane (criterio A di diagnosi). Nei cinque o più sintomi devono comparire “umore depresso” o “perdita di interesse o piacere”. I sintomi elencati nel DSM 5 comprendono:

  1. Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
  2. Marcata diminuzione di interesse o piacere (anedonia) per tutte, o quasi tutte le attività, per la maggior parte del giorno.
  3. Perdita di peso significativa in assenza di diete o aumento di peso (ad esempio, può essere significativa una variazione del peso corporeo superiore al 5% nell’arco di un mese), oppure riduzione/aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
  4. Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
  5. Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
  6. Faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno.
  7. Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati quasi ogni giorno.
  8. Ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione quasi ogni giorno.
  9. Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ideazione suicidaria senza un piano specifico, oppure tentato suicidio o piano specifico per suicidarsi.

Sempre facendo riferimento al DSM 5, gli altri due criteri che necessitano di essere soddisfatti al fine di porre diagnosi sono:

  • CRITERIO B: I sintomi devono causare disagio o compromissione clinicamente significative in ambito sociale, occupazionale o in altro ambito funzionale importante.
  • CRITERIO C: l’episodio depressivo maggiore non deve essere attribuibile all’uso di particolari sostanze o ad altra condizione patologica.

Quindi i soggetti affetti da disturbo depressivo come possono essere aiutati in questo periodo di quarantena?

Messaggio pubblicitario Come già detto in precedenza, non sono chiare le cause alla base dell’origine del disturbo; le teorie più recenti propendono verso un modello eziologico che considera l’interazione di alcuni elementi quali la vulnerabilità biologica e quella caratteriale assieme ad eventi di vita stressanti, come ad esempio la presenza di eventi traumatici multipli nel corso della vita. A tal proposito il malcontento generale dovuto allo stato obbligatorio di quarantena non fa altro che acuire il senso di inadeguatezza e la chiusura in soggetti depressi, che sovrapponendosi alla già conclamata patologia crea una sorta di doppio trauma.

Inoltre, la mancanza di lavoro, soprattutto per alcune categorie di cittadini che sono impossibilitati a svolgere le loro mansioni abituali anche da casa, e il basso livello socio-economico rappresentano altri fattori di malessere. In situazioni del genere, diviene pertanto necessaria la presenza della figura del terapeuta, seppur a distanza, ma non solo, poiché di fondamentale importanza sono anche l’avere adeguate relazioni sociali, nonché il supporto di quei familiari che vivono all’interno dello stesso nucleo del soggetto depresso, che ora più che mai ha bisogno di dover ricevere il giusto incoraggiamento, il sostegno e l’aiuto da parte delle persone a lui più vicine.

L’impegno e la costanza dei propri cari nel fornire un supporto è molto importante, poiché rappresenta una fonte di speranza verso una possibile guarigione e un senso di utilità per i parenti dell’affetto. Questo perché lo scompenso depressivo non causa unicamente sofferenza e malessere al soggetto che ne soffre, ma solitamente presenta delle conseguenze negative anche nei confronti dei familiari e di chi gli sta attorno. In effetti è esperienza comune dei soggetti vicini alla persona depressa quella di essere “contagiati” dal suo cattivo umore.

Purtroppo bisogna dire anche che molti individui affetti dalla patologia provano un profondo senso di vergogna che spesso porta ad avere difficoltà nell’ammettere di esserne colpiti, acuendo maggiormente la propria situazione in una sorta di circolo vizioso infernale. Pertanto il primo passo alla base della ripresa consiste proprio nell’accettare la patologia, considerandola come un problema ormai diffuso e comune. Colui che accetta la propria condizione, riesce più facilmente a trovare i meccanismi e le soluzioni più adeguate, atte ad affrontarla e a porvi fine.

 

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association- APA, (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, American Psychiatric Publishing, Washington, DC.
  • Giovanni Jervis (2002). La depressione. Bologna: Il Mulino
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