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Coronavirus e psicoanalisi: dall’emergenza alla riflessione

Il momento di crisi legato al Covid-19 ha fatto emergere complessi irrisolti che soggiacciono nell’inconscio, che ora vengono posti in risalto o acuiti

ID Articolo: 173496 - Pubblicato il: 09 aprile 2020
Coronavirus e psicoanalisi: dall’emergenza alla riflessione
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Momenti di crisi ed emergenza, come quella sopraggiunta con il diffondersi del Covid-19, sconvolgono la nostra quotidianità e si impongono con forza all’interno dei nostri vissuti, mettendo a dura prova la nostra resistenza e le nostre difese.

 

Messaggio pubblicitario La mancata introspezione delle dinamiche che hanno luogo all’interno dei tessuti più profondi della mente può esacerbare queste difficoltà e condurre, così come è avvenuto nella nostra Nazione, a mettere in scena comportamenti che drammatizzano, sul palco della vita reale, scenari che si svolgono all’interno del proprio mondo psichico.

Le condotte agite dal singolo e dalla collettività (veri e propri acting out della vita quotidiana) si prestano ad esser lette come dovute ad una difficoltà di tenuta dell’assetto psichico di fronte ad un evento che, non rientrando in nessuno degli schemi mentali già in nostro possesso, richiede un accomodamento di tali strutture per consentirne l’inscrizione al suo interno.

Il nemico invisibile e inesorabile che stiamo affrontando, e che per via dei suddetti connotati si è così offerto ad acquisire le vestigia di un oggetto persecutore, non sembra aver slatentizzato psicopatologie latenti (o almeno dovremo aspettare del tempo prima di poter avere dati al riguardo), quanto piuttosto aver fatto leva su quel disagio psichico che soggiace in ognuno di noi, inducendo risposte disadattive nell’affrontare tale evento.

Queste modalità sono inquadrabili lungo l’asse, ipotizzato da Freud, di un continuum tra normalità e patologia, dove le differenze risultano essere di ordine quantitativo piuttosto che qualitativo; asserendo ciò Freud voleva evidenziare come in tutti siano presenti i germi di quei fattori che poi, moltiplicandosi come batteri di una flora alterata, conducono al manifestarsi di una psicopatologia.

Nessuno è immune dall’albergare, dentro di sé, conflitti inconsci.

Il momento di crisi non ha fatto altro che far emergere molti di quei complessi irrisolti che soggiacciono nell’inconscio e che sempre fanno sentire la loro influenza ma che, in un momento come quello che stiamo vivendo, vengono posti in risalto o acuiti.

Secondo quanto riportato dalle stime del Viminale, le denunce per inflazione delle restrizioni imposte sono più di 130.000; un numero che non può non farci chiedere che cosa abbia indotto queste persone a venir meno alle indicazioni e obblighi imposti dagli esperti.

Da questi dati si evince una profonda difficoltà nel dare un nuovo ordine alle proprie esigenze e priorità, una non tenuta del proprio principio di realtà e di contenimento offerto dalle capacità di pensiero, nei confronti del principio di piacere, con un conseguente impedimento nel far prevalere il bene della collettività rispetto al proprio.

Come scrive Freud in Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico, l’unico scopo del primo principio, che nell’infanzia dominava il nostro apparato psichico, è quello di adoperarsi al fine di ottenere il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri ed evitare il dispiacere senza badare alle conseguenze. Con l’instaurarsi, poi, all’interno dello stesso apparato, anche del principio di realtà, sorto proprio con la necessità di fare i conti con le reali condizioni imposte dal mondo esterno, l’io ha dovuto rinunciare all’immediato soddisfacimento in un’ottica di utile che mirasse a garantire un piacere più sicuro e duraturo, che tenesse conto delle necessità e divieti imposti dalla realtà.

Il principio di realtà può ritenersi come la base di ciò che è definibile “civile” all’interno della strutturazione di una personalità e nella sua instabilità si rileva anche una falla nel processo di maturazione dell’io, che ne risulta così intaccato in termini di forza e struttura.

Ogni situazione avvertita come difficile e pericolosa ha la capacità di indurre, all’interno del nostro apparato mentale, una regressione a stadi di sviluppo precedenti e il ritorno a un utilizzo maggiore di meccanismi di difesa più primitivi. La condizione da noi vissuta non fa eccezioni. Migliaia sono state le persone che hanno affollato treni e stazioni nella corsa per tornare verso i propri cari, mettendo in atto una negazione degli avvertimenti e delle conseguenze di questo comportamento.

Messaggio pubblicitario Si è così evinta una problematicità nella capacità di “reggere la situazione”, di cui parlava Winnicott; questa è un’acquisizione di cui l’individuo si rende capace col tempo, grazie all’introiezione del sommarsi delle esperienze positive nel periodo infantile, in cui era la madre a sostenere i momenti di tensione del e per il bambino. Queste introiezioni, che diventano così parte dell’io e del mondo interno, permetteranno all’individuo, una volta divenuto adulto, di essere in grado di reggere la situazione per qualcun altro senza risentimento.

In un’ottica dinamica, osserviamo come le routine possano offrire un senso di sicurezza al sentimento di continuità del sé e valutiamo le difficoltà incontrate dalle persone ad abbandonare abitudini non in linea con le disposizione del ministero della pubblica sicurezza, quali la passeggiata al parco o la corsetta in città, come una fragilità dell’io che non può fare a meno di munirsi di tali espedienti per mantenere un’illusione di tenuta.

Allo stesso modo gli slogan e i motti ripetitivi creati durante questo periodo, come ad esempio “andrà tutto bene”, “uniti ce la faremo” ecc., sono sorti con lo stesso criterio difensivo.

Parole e modi di dire ricorrenti, di cui tutti abbiamo fatto esperienza nella nostra esistenza, sembrano sorgere in momenti in cui sentiamo minacciata la nostra identità e svolgere una funzione di ponteggio a sostegno del sé. Così, le espressioni sopracitate sono diventate motti emotivi a cui legarsi per farsi forza, testimoni non solo di un vacillare individuale, ma dell’intera identità nazionale messa a dura prova dalle implacabili conseguenze portate a livello sociale, lavorativo ed economico dal virus.

Inoltre, la lettura transferale, attraverso cui possiamo commentare le modalità di risposta alle indicazioni e agli obblighi delle autorità, rileva ancora una volta la presenza di conflitti inconsci insoluti.

La disobbedienza manifestata verso l’autorità e una certa coloritura erotica, mai espressa prima all’interno di alcuni post sui social media nei confronti del presidente del consiglio Giuseppe Conte, rimandano a situazione edipiche irrisolte.

Configurazioni siffatte conducono, inevitabilmente, alla mancata integrazione di un super-io all’interno della strutturazione psichica che funga da guida nel processo di assunzione di responsabilità di sé stessi e delle proprie condotte, ma all’instaurarsi, invece, di un superi-io avvertito come duro e inflessibile, poiché immaturo nell’accogliere i bisogni dell’individuo (Loewald, 1979). A conferma di ciò, inoltre, vi è la constatazione da parte di molti di vivere tali misure precauzionali come punitive piuttosto che di presa in carico nei confronti della propria e altrui salute.

Non per ultima, la corsa ai supermercati, verificatasi ad ogni prima comunicazione su future restrizioni, rivela il venir meno di ciò che Bion definiva “capacità negativa”, un’incapacità di tollerare il dubbio e la frustrazione di fronte alle iniziali e più vaghe comunicazioni, nell’attesa di ulteriori chiarimenti sulla realizzazione attuativa dei provvedimenti, la quale ha sospinto, durante più notti, molte persone a riempire quello spazio creato dal dubbio con scorte alimentari accaparrate affollando le corsie dei supermercati.

Molteplici sono le letture che si potrebbero offrire ai diversi comportamenti presi in considerazione, ma è proprio questa moltitudine di possibilità dinamiche che deve spingere il nostro sistema sanitario e governativo a prendere atto della salute (psicologica) dei suoi cittadini, provvedendo alla possibilità che ogni individuo possa interfacciarsi, nel corso della sua vita, con un professionista della salute mentale.

Momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo, non possono non evidenziare con forza come negli esseri umani giochino un ruolo fondamentale le emozioni e di come comportamenti e decisioni seguano una logica della psiche che non sempre coincide con quella più razionale e comprensibile.

La sanità pubblica ha bisogno di rivolgere lo sguardo verso quelle realtà dove tali misure sono già state avviate e di osservare come ciò abbia radicalmente modificato i dati in termini di spesa pubblica, criminalità e welfare, poiché, parafrasando quanto detto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), non può esservi salute lì dove manchi la salute mentale.

 

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Bibliografia

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  • Freud, S. (1923). L’Io e l’Es. Opere, vol. 9. Torino: Bollati Boringhieri, 1989.
  • Freud, S. (1929). Il disagio della civiltà. Il disagio della civiltà e altri saggi. Torino: Bollati Boringhieri, 2008.
  • Loewald H., W. (1979). Il tramonto del complesso edipico. Riflessioni psicoanalitiche. Milano: Dunod, 1999.
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  • World Health Organization (2005). Affrontare le sfide, creare le soluzioni. Piano d’azione sulla salute mentale per l’Europa. Conferenza Ministeriale europea sulla salute mentale. Helsinki, Finlandia, 12-15 gennaio 2005
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