La Gelosia: tra romanticismo e patologia

La gelosia non è né sinonimo né contrario di amore, è una spinta irrazionale che devasta i rapporti facendo ottenere il contrario di ciò che si desidera

ID Articolo: 171153 - Pubblicato il: 14 gennaio 2020
La Gelosia: tra romanticismo e patologia
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La gelosia nasce dalla paura e non, come si crede di solito, dall’amore. Dovrebbe essere intesa come la paura di amare. Spesso l’amore viene confuso con il possesso senza comprendere un fatto basilare della vita: quando possiedi un essere vivente, lo hai ucciso.

 

Francesco Algarotti, saggista del ‘700, afferma che:

la gelosia ha da entrare nell’amore, come nelle vivande la noce moscata. Ci ha da esser, ma non si ha da sentire,

Messaggio pubblicitario La contessa Maria de Champagne nel De Amore di Andrea Cappellano, quasi a voler confermare quanto sostenuto da Algarotti, rispondendo a una richiesta di due in procinto di diventare amanti, sostiene che “ ….Chi non è geloso non può amare”. Queste definizioni riportano una visione romantica della gelosia dando voce alle teorie che sostengono che essa è il contraltare dell’amore. La Dott.ssa Frandina, autrice insieme al Prof. Giusti del libro Terapia della Gelosia e dell’Invidia, sostiene che la gelosia romantica è quella

delle ardenti passioni, delle contrastanti emozioni, degli attimi traditi, del dico non dico, di una verità pubblica e di una menzogna privata. …. È la memoria di odori, è un messaggio rubato, è un gioco di intrecci e di passioni che ci emoziona, ci avvicina all’altro, ce ne allontana.

La visione romantica della gelosia, da non confondere con la gelosia romantica, tende a sottolineare che essa è un elemento essenziale dell’esperienza amorosa. Spesso il luogo comune ci porta a pensare che se una persona ama tanto non può fare a meno di essere gelosa. Eppure se cerchiamo la definizione di gelosia in un qualsiasi dizionario troviamo che essa è un  “ansioso tormento provocato dal timore di perdere la persona amata ad opera di altri”.

La gelosia nasce, dunque, dalla paura, non già, come si crede di solito, dall’amore. La gelosia, quindi, dovrebbe essere intesa come la paura di amare. In apparenza spesso in psicoterapia, in situazioni di crisi affettive sia matrimoniali che di fidanzamento o convivenza, sentiamo frasi del tipo “gli/le ho chiesto di allontanarsi (o mi sono allontanato/a) per capire se sento il suo bisogno, se sono geloso/a” ed, ancora, “mi sono accorto/a che non è geloso/a e quindi non mi ama”. Spesso l’amore viene confuso con il possesso tant’è che le persone a cui siamo affettivamente legate siamo abituati a considerarle una cosa personale (“la mia ragazza” o “mio marito”, “il mio amico”, “mio figlio”) e ragioniamo, anche senza esserne consapevoli, come se effettivamente ci appartenessero.

Marcel Proust, in contrasto con la visione romantica della gelosia, scrive che “la gelosia è sovente solo un inquieto bisogno di tirannide applicato alle cose dell’amore”. Spesso per amore si intende una specie di monopolio, una possessività, senza comprendere un fatto basilare della vita: quando possiedi un essere vivente, lo hai ucciso.

Il Prof. Volterra, autore del libro La Gelosia il Mostro dagli Occhi Verdi, sostiene che

lo stereotipo… è che la gelosia sia indice di amore quando è invece indice d’insicurezza per chi ce l’ha ed è un sentimento negativo e distruttivo, che fa soffrire sia chi ne è tormentato che la vittima.

Roland Barthes, celebre saggista e semiologo francese, mettendo in risalto la contraddizione tra razionalità e irrazionalità spesso presente nella gelosia, scrive:

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri (1977).

Da un lato, capiamo che l’essere gelosi comporta sofferenza e spesso non aderenza alla realtà, dall’altro, sembra che ci sia una forza invisibile che ci spinge a dubitare, a cercare, ad agire in modo sbagliato, a soffocare chi ci sta accanto.

Il prof. Zino, psicoanalista autore del saggio Gelosia, sostiene che

la domanda di analisi può presentare la gelosia come qualcosa da cui vuole difendersi, e rispetto ad essa invoca un argine, al limite una scomparsa; ma insieme avvertiamo con evidenza che la gelosia è ciò da cui il soggetto stesso è più catturato, e non può farne a meno. E’ la sua trappola ma ama il proprio carceriere. E’ la sua identità.

La gelosia, quindi, diventa un modalità patologica con cui si esprime l’amore.

Ma l’amore cos’è? Da dove nasce? Sono domande a cui non riusciamo a dare risposta. Non abbiamo ancora capito, o non siamo riusciti a dare spiegazioni scientificamente valide, sulle modalità per cui ci leghiamo ad una persona a fronte di milioni o miliardi di altri simili. Non siamo riusciti a spiegarci fino in fondo il cos’è e il come mai il cuore si mette in subbuglio di fronte ad una persona. Ciò che riusciamo a studiare, ad analizzare, a ricercare sono gli effetti ovvero le modalità di espressione dell’amore. Se ognuno di noi analizzasse il perché “amo”, troverebbe sicuramente una miriade di risposte e tra queste anche “perché sono geloso”.

Una delle espressioni dell’amore è l’attaccamento. Grazia Attili, nel suo libro Attaccamento e Amore, sostiene che la struttura che assume un legame sentimentale, le distorsioni dell’amore e la scelta del partner, siano da ricondurre alle aspettative che ciascuno di noi ha su stesso e sugli altri, esito della prima relazione avuta con la propria figura di attaccamento.

Il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pisa ha condotto una ricerca su Attaccamento romantico e sottotipi di gelosia ed ha esaminato la relazione tra stili di attaccamento e le cinque componenti della gelosia romantica identificate da Sbrana e coll. (2004): (a) autostima, (b) paranoia, (c) ossessività, (d) controllo del partner, (e) paura di abbandono, rilevando lo stile di attaccamento e la gelosia romantica attraverso due questionari multi-item: ECR (Brennan et al., 1998) e QUEGE (Sbrana et al., 2004).

I risultati mostrano che i soggetti con stili di attaccamento caratterizzati da maggiore ansietà (preoccupato e timoroso evitante) presentano punteggi maggiori ad ogni dimensione della gelosia romantica, rispetto ai soggetti con stile di attaccamento caratterizzato da bassa ansietà (Sicuro e Distanziante). Questi risultati sembrano avvalorare l’ipotesi che la gelosia rappresenti un indicatore aspecifico di una sottostante vulnerabilità personologica e/o psicopatologica.

Oscar Wilde scriveva che

le donne insignificanti sono sempre gelose dei loro mariti, le belle non lo sono mai. Sono sempre così occupate a essere gelose dei mariti delle altre.

Messaggio pubblicitario I risultati della ricerca e l’affermazione di Oscar Wilde ci indicano che bisogna avere una grande sicurezza personale per non cadere nella sofferenza, nella rabbia, nell’ansia della gelosia. Infatti, il sofferente di gelosia nel momento in cui ha la certezza dell’inganno, reale o presunto che sia, prova un sentimento di grave perdita, di lutto non solo verso il rapporto ma, soprattutto, verso il proprio sé a cui reagisce con rabbia, vendetta, lamento e, nei casi più gravi, paranoia.

La Dott.ssa Frandina (op. cit.) afferma che

il timore di perdere l’affetto della persona amata è legato alla soddisfazione dei bisogni di sicurezza affettiva, di contenimento, di holding. Alla base di questa forma di gelosia c’è la convinzione che la persona amata ci appartenga, il timore che qualcuno che sentiamo come rivale possa portarcela via, la previsione che, se ciò dovesse accadere, l’immagine del Sé risulterebbe profondamente colpita.

Esemplificativo a questo proposito risulta il dialogo che riportiamo tra Otello e Desdemona:

Otello: Quel fazzoletto che mi era tanto caro, e te l’avevo dato io, e tu l’hai dato a Cassio.
Desdemona: No: sulla mia vita e sull’anima mia. Mandatelo a chiamare e domandatelo a lui.
Otello: Guardati, anima dolce, dallo spergiuro. Guardati! Sei sul letto di morte.
Desdemona: Lo so: non per morirci ora.
Otello: Sì. Subito. E dunque confessa apertamente il tuo peccato; perché il negarlo in ogni suo punto con giuramento, non potrà smuovere mai né soffocare questa certezza che mi strazia. Devi morire.
Desdemona: Domani mi ucciderai. Lasciami vivere stanotte.
Otello: Ah, resisti?
Desdemona: Solo mezz’ora…
Otello: Ora. È deciso. Subito.
Desdemona: Il tempo di dire una preghiera.

Il Prof. Zino (op. cit.) ritiene che la ratio della gelosia è che

il bisogno di avere un senso, un fondamento, non passa più dall’amore ma dal risentimento. Come sappiamo quest’ultimo è una delle figure dell’odio, del lavoro dell’odio. La gelosia non è un discorso dell’amore … ma un discorso dell’odio. L’inganno, il sospetto, la malafede, diventano il nutrimento del geloso. Ed allora non sa più parlare d’amore.

Una citazione di Francois de La Rochefoucauld dà, meglio di mille parole, la dimensione dello scarto che c’è tra gelosia e amore: “nella gelosia c’è più egoismo che amore”.

La gelosia non essendo né “sinonimo” né “contrario” di amore, è una spinta irrazionale che devasta il legame affettivo e, spesso, produce l’effetto contrario a quello desiderato. Karl Kraus afferma che “la gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri”. Paradossalmente, a volte le profezie si auto avverano. Vi è un bellissimo film degli anni ’60 Il Magnifico Cornuto di Antonio Pietrangeli in cui il protagonista dopo aver commesso un adulterio inizia a sospettare della moglie che fino ad allora aveva tenuto un comportamento irreprensibile. La segue, la fa seguire, la tormenta con i suoi dubbi e i suoi sospetti, fino a quando, vittima di un incidente, non si convince che era stato colpito da una malattia (la gelosia) che gli procurava ansia e tormenti inutili. Peccato che la moglie nel frattempo, stanca delle continue illazioni, inizia una relazione con il medico che lo ha in cura.

La gelosia è una malattia? Difficile rispondere a questa domanda. In effetti il DSM non la elenca tra le patologie. Eppure in tutte le definizioni finora date abbiamo parlato di ansia, depressione, identità gelosa, strutturazione del Sé, ferita narcisistica, etc. Sul piano letterario e artistico, la gelosia è da sempre stata giustificata, anche nei casi più drammatici, come una componente essenziale dell’amore. Nell’Otello, da un lato, proviamo compassione per Desdemona che viene uccisa ingiustamente in base alla diceria di Cassio, ma dall’altro giustifichiamo lo stesso Otello, che una volta insinuatosi il dubbio, non poteva comportarsi in maniera diversa. Eppure egli aveva un’altra possibilità: credere e avere fiducia in Desdemona. Credere e avere fiducia nell’amore. La mancanza di fiducia e la scelta di Otello, sul piano scientifico non può non portarci ad una serie di riflessioni.

Però anche su questo piano si è molto dibattuto ed, in particolare, fino a che punto la gelosia può essere considerata normale e quando diventa patologica.

Nei comportamenti della persona gelosa si trovano due elementi che sono presenti nelle forme patologiche: offensività (il controllo) e la difensività (competitività). La persona gelosa può cioè intervenire o mantenere il controllo su potenziali “concorrenti” (persone, ma anche situazioni o ambienti) che si profilano, nell’idea che questi elementi possano separarlo dalla persona che ritiene “sua”. Altrimenti, c’è la gelosia offensiva, cioè quella in cui la persona agisce in assenza di reali o attuali concorrenti. Questa distinzione non è netta, perché la gelosia porta comunque a leggere come attuali o potenziali minacce elementi che invece altri non vedrebbero così, e va riferita semmai all’atteggiamento della persona amata, se cioè l’origine sia una infedeltà o promiscuità o atteggiamento ambiguo o libertino da parte del partner, oppure se la gelosia sia una modalità automatica di fissare la relazione nonostante una fedeltà senza ombre e l’assenza di minacce concrete. I tratti patologici della gelosia sono, quindi, da riferire alla visione reale o meno della situazione affettiva e del comportamento del partner. Ciò vuole anche dire che vi è un continuum tra gelosia e le forme di gelosia patologica. A questo livello il problema non è provare gelosia, cosa a cui va incontro ogni essere umano nel corso della sua esistenza, ma il modo di elaborare e strutturare le relazioni affettive.

Nell’ambito della gelosia patologica si distinguono, in base alle caratteristiche formali delle idee di gelosia, tre grandi gruppi:

  1. La gelosia ossessiva in cui il soggetto, così come avviene nel disturbo ossessivo compulsivo, ha bisogno di controllare continuamente il comportamento della moglie/marito. Alla base c’è un’idea ossessiva, la paura di essere abbandonato e lasciato dalla persona amata, a cui segue una compulsione costituita, spesso, da lunghi e quotidiani interrogatori, dal controllo della castità dell’abbigliamento del partner, dal controllo della corrispondenza, etc. Essi passano gran parte del loro tempo alla ricerca di comportamenti del partner che possono lenire la sofferenza di una ideazione di perdita.
  2. La Sindrome di Mairet in cui la gelosia è assimilata ad idee prevalenti in cui il desiderio di possesso e il senso di perdita divengono pervasive e tutta la vita ruota intorno a queste “idee prevalenti”. Alcuni autori hanno definito i soggetti colpiti da questa sindrome come contraddistinti da “iperstesia gelosa” in quanto le idee di gelosia tendono a riempire tutto il campo esperienziale. Questi soggetti, infatti, non sono solo gelosi all’interno delle relazioni di coppia ma anche in tutti gli altri aspetti della vita. Anche se queste idee mantengono un confronto con la realtà vengono vissuti dal contesto socio-culturale di riferimento come abnormi e patologici.
  3. La Gelosia Delirante o Sindrome di Otello in cui il soggetto si auto convince dell’infedeltà del partner e va continuamente alla ricerca di elementi che possono giustificare le sue supposizioni iniziali. In questo tipo di gelosia il soggetto non è interessato all’infedeltà del partner ma piuttosto a fargli/le ammettere la sua colpa. La vita di coppia diventa un misto di interrogatori e giustificazioni. Anche quando raggiunge il suo scopo ovvero una confessione, magari non reale ma dettata semplicemente dalla stanchezza di estenuanti interrogatori, l’ansia non si placa ma continua con la stessa intensità. Per quest’ultima caratteristica il presupposto di questo tipo di gelosia sembra essere la propria autoaffermazione con il contemporaneo annullamento dell’altro/a.

 

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