La normalità del male – La criminologia dei pochi, la criminalità dei molti (2019) di I. Merzagora – Recensione del libro

Come può accadere che un intero popolo possa condividere il male estremo? Isabella Merzagora cerca una risposta in "La normalità del male".

ID Articolo: 170083 - Pubblicato il: 15 novembre 2019
La normalità del male – La criminologia dei pochi, la criminalità dei molti (2019) di I. Merzagora – Recensione del libro
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Autoritarismo, conformismo e deresponsabilizzazione; sordità della coscienza e negligenza; altrismo e pregiudizio nei confronti del diverso. Elementi centrali per lo sviluppo di intolleranza e razzismo che vengono sapientemente analizzati da Isabella Merzagora in La normalità del male.

 

Messaggio pubblicitario Il libro pone a domanda centrale come possa accadere che un intero popolo o comunque migliaia, centinaia di migliaia di persone possano condividere il male estremo. Non si occupa degli omicidi isolati citati dalla cronaca (senza nulla togliere alla loro gravità, in Italia, è bene saperlo, se ne commettono meno di 400 l’anno, e il loro numero sarebbe in diminuzione) bensì si interroga sui massacri di massa compiuti nel secolo scorso e, più in generale, sul perché talvolta le società, oltre che i singoli, sembrano non tollerare più i diversi e de-umanizzarsi. Scrive infatti Isabella Merzagora che:

Se la criminologia è la scienza del male, è con i massacri di massa, commessi da intere masse, che deve confrontarsi.

Dell’intolleranza per i diversi e delle molteplici forme del razzismo si sono occupati autori come Zigmunt Bauman, Hannah Arendt, Elie Wiesel; tuttavia la criminologia ufficiale, sia in Italia sia all’estero, stranamente sembra avere spesso trascurato quest’ambito di riflessione (ad esempio, un’analisi delle tredici principali riviste scientifiche internazionali di criminologia dal 1990 al 1998 ha messo in luce che su 3138 articoli pubblicati solo uno era dedicato al genocidio!).

L’autrice intende colmare questa lacuna, grazie a un testo particolarmente ricco e articolato, densissimo di informazioni, e tuttavia scritto, come è nel suo stile, con un linguaggio sempre scorrevole, gradevole e accattivante.

All’introduzione seguono quattro parti principali, ciascuna delle quali è articolata in brevi capitoli:

  1. La criminologia dei diversi
  2. Il mondo sapeva
  3. La criminalità dei normali
  4. Estote parati

La criminologia dei diversi

Isabella Merzagora inizia a inquadrare l’argomento in una prospettiva generale, che deriva dalla riflessione contemporanea sul concetto di razza. Sembra oggi meno in voga il pregiudizio basato sulle caratteristiche biologiche ed immodificabili della razza (pregiudizio essenzialista): all’ineguaglianza biologica delle razze viene infatti man mano a sostituirsi l’assolutizzazione delle differenze tra culture, ovvero il razzismo culturalista.

Si tratta di un razzismo sottile, che pur non basandosi più apertamente sulla razza, fa delle differenze culturali un motivo di pregiudizio, separazione e discriminazione. Gli altri vengono considerati diversi, e inferiori, non più per il colore della pelle, ma per il colore della cultura e dei modi di vivere. Sono fonti particolarmente autorevoli (la commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita presso la camera dei deputati ) a dirci che nel nostro paese sta diffondendosi ed è in crescita questo nuovo tipo di razzismo, o di altrismo: la sua essenza consiste infatti nel considerare l’altro diverso e minaccioso.

Come il razzismo tradizionale tuttavia l’altrismo va a finire dalla stessa parte: l’unità del genere umano è messa in discussione, l’altro è ritenuto inferiore al punto da essere de-umanizzato e demonizzato. Viene di conseguenza perseguitato non per ciò che fa, ma per ciò che è, ovvero diverso.

La domanda su come è possibile che persone comuni compiano dei crimini atroci non riferisce solo al passato e agli ebrei (da sempre termometro e specchio del livello di intolleranza raggiunto da una società), ma riguarda anche la contemporaneità e sempre più gli stranieri in genere.

Ci si chiede quindi se questo crescere dell’intolleranza per i diversi sia un fenomeno legato all’ignoranza e se le persone animate da pregiudizi razzisti siano solo un manipolo di zotici; se così fosse, basterebbe la cultura a metterci al riparo. Così però non è: anche se certamente ci sono anche gesti isolati e apparentemente sottoculturali, dietro le imprese culturali collettive di razzismo si ritrovano figure di intellettuali, che in modo più o meno diretto, le hanno alimentate. L’autrice passa in rassegna al riguardo gli scritti di Cesare Lombroso e di criminologi attivi al tempo della repubblica di Weimar. E sembra proprio l’opera di giuristi, psicopatologi, psichiatri e criminologi a porre le basi cosiddette scientifiche su cui verrà a reggersi il concetto di razza subumana (Untermenschentum). Una volta ritenuto verità scientifica il fatto che psicopatici e asociali esprimano una umanità inferiore, il passo che porta alle idee eugenetiche, all’igiene razziale e alle epurazioni naziste è breve.

Il mondo sapeva

E’ ormai assodato che nel XX secolo i genocidi hanno ucciso più esseri umani delle pur sanguinose guerre che l’hanno segnato (121 milioni di vittime nel primo caso, 82 milioni nel secondo). E’ dunque essenziale che la criminologia si chieda come mai la normale moralità possa essere sospesa in occasione dei genocidi. Tra di essi, l’antisemitismo e il suo culmine nella Shoah è stato il più studiato e presenta numerose teorie da prendere in considerazione. L’antisemitismo è poi la matrice prevalente di ogni razzismo e etnocentrismo, non foss’altro che per anzianità di servizio, dato che il pregiudizio contro gli ebrei ha una storia millenaria. Se è vero che l’antisemitismo è la madre di tutti i razzismi, sembra però riduttivo e fuorviante vedere alla base della Shoah soltanto la storia secolare dell’antisemitismo europeo. Ciò comporta, come scrive Isabella Merzagora, persino maggiore pessimismo: infatti i massacri possono ripetersi sotto parole d’ordine nuove e diverse.

Sinterizzando le principali considerazioni al riguardo.

La legge può essere intesa come assoluta e l’obbedienza all’autorità che la emana sempre necessaria, dimenticando che lo stesso concetto di legge non è assoluto, ma presuppone il rispetto della legge umana naturale.

Se si guarda ai processi dei gerarchi nazisti, questi per lo più sostenevano di essersi limitati a obbedire agli ordini.

Secondo Bauman, l’olocausto non rappresenta affatto una interruzione o una sospensione della modernità e della civiltà moderna, bensì un suo frutto: venne infatti portato avanti in modo del tutto moderno, ovvero pianificato, razionale, coordinato, e venne gestito da una burocrazia particolarmente efficiente. E’ probabilmente la stessa burocrazia, con la frammentazione delle procedure e la frantumazione dei compiti che la caratterizza, che ha consentito a chi partecipava a questa o quella funzione (es. stilare le liste dei deportati, arrestarli, metterli sul treno etc.) di non confrontarsi con il processo nel suo insieme e con le sue finalità omicide. Il problema veniva vissuto come tecnico e non come etico, in quanto le responsabilità, insieme alle funzioni, venivano distribuite e diluite.

Un’altra importante considerazione riferisce al conformismo. Isabella Merzagora cita in proposito i famosi esperimenti di Milgram (anni sessanta del novecento) sul conformismo; del gruppo di Adorno (anni quaranta) sulla personalità autoritaria; come pure le ricerche di Zimbardo (anni settanta) sul cosiddetto effetto Lucifero.

Mi limito a far cenno al lavoro di Zimbardo, forse meno noto (The Lucifer Effect. How Good People Turn Evil, 2007).

In breve, Zimbardo verificò in un esperimento presso l’università di Stanford, dove negli scantinati venne allestita una sorta di prigione, che uomini normalissimi, divisi in guardie e detenuti, potevano trasformarsi in pochi giorni in efferati aguzzini gli uni, e in vittime rassegnate gli altri. L’aggressività delle guardie fu tale che l’esperimento, che doveva durare due settimane, venne interrotto prima dello scadere della prima settimana.

La criminalità dei normali

Messaggio pubblicitario Secondo Steiner, gli altruisti costituiscono non più del due per cento della popolazione; per Bauman chi è dotato di autonomia morale è l’eccezione. Anche gli studi sperimentali di Baron Cohen documentano che l’empatia non caratterizza affatto l’intera popolazione umana (Simon Baron Cohen, The Science of Evil, 2011).

Certo, anche durante il nazismo non mancarono i ribelli, i giusti e gli eroi. Furono però delle nette minoranze.

Oltre al conformismo, un fattore psicologico che rende possibile l’incrudelire contro un altro essere umano è la riduzione animalesca dell’avversario, ovvero la tendenza a negare le qualità più tipicamente umane delle proprie vittime per poter aggirare quella forza inibente dell’aggressività che è costituita dall’identificazione. Se una percezione distorta ci porta a leggere l’altro come subumano, cattivo, animale o addirittura un oggetto invece che un soggetto, la crudeltà non è difficile. Il comandante dei lager di Treblinka, intervistato anni dopo, spiega che le umiliazioni nei confronti dei prigionieri erano funzionali a far sì che i loro aguzzini non li percepissero come umani: la vittima deve essere degradata e de-umanizzata in modo che l’uccisore senta meno il peso della sua colpa. Analoghe dichiarazioni vennero rese da un protagonista del genocidio in Ruanda.

Secondo Bauman:

La responsabilità viene messa a tacere quando si erode la prossimità; essa può alla fine trasformarsi in avversione una volta che i soggetti umani a noi vicini siano stati trasformati in altri…essendo inestricabilmente legata alla prossimità umana, la morale sembra conformarsi alla legge della prospettiva ottica. Essa appare grande e massiccia quando è vicina all’occhio. Al crescere della distanza, la responsabilità verso gli altri si riduce, la dimensione morale dell’oggetto si sfoca, finché entrambe raggiungono il punto di fuga e spariscono dalla vista.

Estote parati

Scrive Isabella Merzogora: niente accade in modo identico. Forse non vediamo davanti a noi una parata nazista (anche se talvolta ce ne sono: su You Tube si può osservare una parata nazista di liceali a Taiwan nel 2016); sappiamo però che lo sterminio del diverso è un punto di arrivo, che si prepara in modo progressivo.

Esiste ancora e addirittura si irrobustisce l’altrismo, che reputa alcuni gruppi umani diversi, inferiori, minacciosi. L’affermazione non succederà più, e comunque non succederà a noi, è ingenuamente ottimista.

Un documento di una certa ampiezza e con connotazioni ufficiali (La piramide dell’odio in Italia, Relazione finale della Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, approvata alla Camera dei deputati nel 2017), testimonia l’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile e offensivo normalizzato o banalizzante, e ai livelli superiori il linguaggio e i crimini di odio. Questi ultimi sono definiti come atti di violenza fisica, fino all’omicidio, perpetrati contro persone in base a qualche caratteristica come il sesso, l’orientamento sessuale, l’etnia, il colore della pelle o altro.

Un’altra ricerca effettuata nel 2015 da un think tank statunitense mostra l’Italia in pole position rispetto a paesi come la Francia, il Regno Unito, la Spagna e la Germania per quanto attiene la diffusione di pregiudizi nei confronti di minoranze quali rom, ebrei e musulmani. Amnesty International afferma che in Italia e nel mondo c’è una deriva sempre più veloce verso il razzismo, l’odio e la violenza.

La rete appare tutt’altro che estranea a questo fenomeno. L’impunità e l’anonimato che la caratterizzano sembrano favorire l’hate speech, l’opinione pubblica si trasforma in opinione digitale; nella comunicazione attraverso la rete l’altro non è presente. Come scrive Bauman, il venire meno della prossimità condiziona la morale, che finisce per uscire dal campo visivo.

Gli hate speech per di più trovano infinite casse di risonanza nelle fake news; qualsiasi notizia resterà vera per definizione finché qualcuno non si prenderà la briga di dimostrare la sua falsità. La nostra è diventata una democrazia dei creduloni. Aumentano in modo esponenziale i siti web razzisti: nel 1995 esisteva nel mondo un unico sito che incitava all’odio razziale, nel 1999 i siti erano 2500, nel 2004 erano diventati 4000. Certamente questo dato va parametrato all’aumento del traffico via web, tuttavia il dato non è certo confortante.

L’autrice conclude affermando che, sia a suo parere sia in relazione ai molti testi analizzati e citati, non c’è una causa sola dell’intolleranza e del razzismo, bensì ve ne sono diverse. Centralmente:

  • l’autoritarismo, il conformismo e la deresponsabilizzazione,
  • la sordità della coscienza e la negligenza per l’autonomia di giudizio,
  • l’altrismo e il pregiudizio nei confronti del diverso.

E’ quando gli altri sono visti come diversi da noi che cominciano i guai.

In definitiva. Un libro decisamente interessante, documentato, aggiornato, scorrevole; cattura dalla prima all’ultima pagina; costringe a riflettere; ci aiuta a sentirci responsabili di noi stessi e del tempo in cui viviamo.

 

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Bibliografia

  • Merzagora, I. (2019). La normalità del male. La criminologia dei pochi, la criminalità dei molti. Raffaello Cortina Editore.
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