Razzismo come costruzione sociale

Secondo alcuni psicologi il razzismo è un fenomeno sociale che si sviluppa all'interno dell'interazione con l'altro e prevede una percezione di superiorità del proprio gruppo rispetto ad un altro.

ID Articolo: 152413 - Pubblicato il: 07 marzo 2018
Razzismo come costruzione sociale
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Per quanto un individuo possa agire in autonomia, sganciato da associazioni o movimenti, l’idea stessa di razzismo e di odio etnico rimanda ad un gruppo al quale riferirsi ed appartenere in opposizione a qualcun altro. È nei momenti di conflitto tra gruppi che questo tipo di fenomeno prende piede e si radicalizza, diventando a sua volta carburante per alimentare, amplificare e perpetuare tale scontro.

Carlo Boracchi, Alberto Mascena

 

L’incontro con l’altro e il razzismo

Occidente e Islam, hutu e tutsi, ariani ed ebrei, bianchi e neri, cattolici e protestanti, serbi e croati, autoctoni e immigrati, lombardi e terroni, indiani e cowboy. La discriminazione razziale ha da sempre declinato il concetto di “altro” in modi diversi, cambiando maschera e appoggiandosi a criteri anche molto differenti a seconda dei contesti storici, politici o geografici.

Il comune denominatore a questi molteplici esempi è però sempre il medesimo: l’incontro con la diversità diventa uno scontro, e l’altro è percepito come inferiore.

Come scatta questo meccanismo? Come si costruisce la discriminazione e, soprattutto, l’odio per l’altro?

Nessuno è razzista da solo. Per quanto un individuo possa agire in autonomia, sganciato da associazioni o movimenti, l’idea stessa di razzismo e di odio etnico rimanda ad un gruppo al quale riferirsi ed appartenere in opposizione a qualcun altro. È nei momenti di conflitto tra gruppi che il razzismo prende piede e si radicalizza, diventando a sua volta carburante per alimentare, amplificare e perpetuare tale scontro.

 

Il concetto di razza

Messaggio pubblicitario Ma quando nasce l’idea di “razza” dato che oggi è scientificamente infondato il concetto di razza?

Il concetto di “razza” è proposto per la prima volta dal medico e viaggiatore francese Bernier nel 1684. Successivamente, saranno Linneo (1735) e Buffon (1749) a sviluppare maggiormente tale concetto. Entrambi questi studiosi ritenevano, infatti, di aver individuato delle specifiche caratteristiche morfologiche e fisiche che permettevano una chiara differenziazione dei gruppi umani in razze distinte.

Oggi tale definizione è stata tuttavia categoricamente scientificamente disconfermata: studi genetici, antropologici e antropometrici hanno rivelato l’impossibilità di definire differenti razze umane (come invece può avvenire parlando di cani o cavalli), favorendo la sua sostituzione con il termine “etnia”, che attribuisce le differenziazioni tra gruppi umani a fattori culturali e antropologici più che strettamente biologici.

Carlo Tullio-Altan individua cinque fattori costitutivi l’etnicità e che possono essere resi salienti attraverso forme di narrazione che li pongono come determinanti rispetto ad altri nascosti e trascurati.
Tali elementi sarebbero:
1) epos: la memoria storica esaltata e celebrata in un passato comune;
2) ethos: il complesso delle istituzioni e norme etiche e religiose;
3) logos: la lingua comune;
4) genos: trasfigurazione simbolica dei legami di discendenza comune;
5) topos: identificazione del gruppo con il territorio;
Quali di questi elementi vengano utilizzati e come siano plasmati risulta arbitrario e mutevole. Quando si parla di cultura, etnia e religione, non ci si riferisce a concetti reali, esistenti nel senso materiale del termine (come invece avviene per “tavolo”, o “mela”) ma costruiti e sostenuti grazie ad un accordo tra persone e declinati attraverso l’interazione sociale, a stretto contatto con il contesto storico-politico.

Il razzismo e il senso di superiorità rispetto agli altri

Stabilito questo, come si passa dalla definizione di un gruppo, alla discriminazione degli altri? Perché il nostro gruppo ci appare migliore degli altri?

Secondo Fabietti e Matera (1999), il razzismo oggi si fonda su una forma di narrazione del passato, una costruzione artificiale della memoria operata attraverso la selezione di ricordi e informazioni che esaltano alcuni specifici aspetti rispetto ad altri, collegati a costruire una storia utile a giustificare l’odio verso l’altro. Un passaggio chiave in questo processo è la creazione del concetto di “identità etnica”, che da concetto astratto, inesistente, finisce per essere percepita come un’entità reale, naturale. Secondo gli autori questo passaggio chiave avverrebbe attraverso processi esterni all’individuo (esasperazione delle differenze tra gruppi e minimizzazione delle somiglianze per dare realtà e sostanza all’identità etnica) e interni (costruzione del senso di appartenenza e riconoscimento dell’idea di etnia come di una cosa reale, esistente).

Concetti simili vengono espressi anche da Tajifel e Turner, con la loro “Teoria dell’identità sociale”, nella quale sostengono che quando si entra in contatto con soggetti appartenenti al nostro stesso gruppo sociale le differenze vengono minimizzate e le somiglianze accentuate, e specularmente, quando abbiamo a che fare con soggetti appartenenti ad un gruppo diverso dal nostro le differenze vengono sovraconsiderate, mentre le somiglianze tendono ad essere minimizzate o contestualizzate.

Se pensiamo ai casi di cronaca che costellano il panorama sociale attuale, ritroviamo diversi esempi di come l’azione criminosa possa essere intrepretata in modo molto differente, se a commettere il reato è un membro del nostro gruppo o di un altro: nel primo caso gli attributi negativi saranno legati alla singola persona, mentre nel secondo tendono ad essere letti come tipici di quel gruppo.
Le quattro affermazioni che seguono esemplificano ciò che abbiamo appena detto: “Un rom ruba perché tutti i rom rubano”; “Se un rom sventa un furto, è perché sarà lui ad essere particolarmente onesto (…o ne ha avuto qualche altro vantaggio…)”. Al contrario: “Se un mio concittadino ruba, è perché sarà lui ad essere un delinquente”; “Se un mio concittadino sventa un furto, è perché noi siamo gente onesta!”

La psicologia clinica come ha affrontato questa dinamica e cosa ne pensa del razzismo?

Ne “Il disagio della civiltà” (Freud, 1929) Freud parla di “narcisismo delle piccole differenze”, attraverso cui tenta di spiegare come la coesione intragruppale è costruita e mantenuta a partire dall’inferiorizzazione degli altri gruppi socialmente o geograficamente vicini, verso cui sono proiettate le istanze aggressive insite al gruppo stesso. Il gruppo che proietta può percepirsi “migliore” direzionando l’aggressività verso i gruppi che presentano delle minime “differenze”, i quali a loro volta diventano oggetto di disprezzo e ostilità.

In pratica Freud sostiene l’esistenza di un meccanismo di proiezione delle proprie parti negative all’esterno, sui gruppi più prossimi (anche perché più accessibili), attraverso il quale distinguiamo il nostro gruppo rispetto agli altri, e ci sentiamo gratificati nell’appartenervi.

Questa prospettiva spiega bene, ad esempio, l’intensa ostilità di alcune forme di campanilismo anche tra gruppi concentrati in un fazzoletto di terra, o la rancorosità spesso presente nei convertiti rispetto agli appartenenti al proprio gruppo religioso precedente.
Sempre nell’alveo della tradizione psicoanalitica non può essere trascurata l’interpretazione offerta da Wilhelm Reich, che nell’opera “Psicologia di massa del fascismo” pone attenzione al ruolo sociale svolto dalla sessualità e a tutte quelle dinamiche psicologiche che “affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano”. Conformemente al ruolo centrale attribuito all’energia orgonica nella concettualizzazione reichiana, l’ideologia razziale è intesa come “una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente”.

Reich include il razzismo tra le molteplici manifestazioni dell’irrazionalismo sociale, attraverso le quali dei soggetti incapaci di scaricare la propria eccitazione fisica e mentale, esprimono e canalizzano le istanze aggressive e la propria perenne frustrazione.

La teoria di Bateson

Naturalmente la psicoanalisi non è stata l’unica corrente psicologica ad affrontare il tema delle “differenze” e delle loro ripercussioni nelle relazioni tra soggetti e gruppi.
Uno dei maggiori autori ad aver affrontato questo tema è Gregory Bateson, che ha incentrato il concetto stesso di differenza alla base del processo conoscitivo umano, attraverso l’assioma per cui “l’informazione corrisponde sempre alla percezione di una differenza”.
Bateson rileva come la conoscenza non possa che procedere per distinzioni, per cui conoscere significa “conoscere attraverso le differenze”: “vi è un numero infinito di differenze […] da questa infinità noi ne scegliamo un numero limitatissimo, che diviene informazione. In effetti, ciò che intendiamo per informazione è una differenza che produce differenza”.
Secondo questo autore, più due gruppi interagiscono, più hanno bisogno di differenziarsi, rimarcando le rispettive caratteristiche idiosincratiche. È così che nasce la “schismogenesi”: la dinamica psico-sociale che porta due gruppi a discriminarsi l’un l’altro. Nella sua formulazione originaria di tale concetto, Bateson afferma che la “schismogenesi è un processo di differenziazione nelle norme comportamentali derivante dall’interazione cumulativa tra individui“.
Ciò significa in concreto che, come abbiamo già detto, più due gruppi interagiscono, più hanno bisogno di marcare le reciproche differenze.
Le modalità con cui i gruppi, una volta distintisi, interagiscono tra loro possono essere simmetriche (più l’altro si mostra aggressivo, più io mi mostro aggressivo) o complementari (più l’altro si mostra aggressivo, più io mi mostro pacifico).

Il conflitto avviene quando nell’interazione tra gruppi compare una sola delle due modalità, poiché si dà avvio ad un’escalation (simmetrica o complementare) insostenibile all’infinito, che culmina con lo scontro. Unica via d’uscita dall’escalation è il ricorso estemporaneo ad un’inversione di ruoli tra i gruppi o il cambio di modalità interattiva, utile a ridurre la quota di contrapposizione (“generalmente rispondo all’aggressività con l’aggressività, ma ora rispondo con la distensione” o “generalmente rispondo con l’accettazione, adesso invece mi oppongo”).
In assenza di tali momenti di riequilibrio della tensione tra gruppi (che Bateson individua nel rituale chiamato “Naven”) lo scontro è inevitabile.

A partire dalla premessa quindi che la mente non sia individuale, ma collettiva, generata cioè dall’interazione degli individui del sistema, secondo l’ottica batesoniana possiamo dire che “il razzista” altro non è che colui che esprime l’escalation conflittuale all’interno di un determinato gruppo, del quale ne incarna la componente più aggressiva nella modalità di confrontarsi con il diverso.
La discriminazione e la violenza altro non sono che l’espressione comportamentale di questa tensione, l’agito che incarna la percezione del soggetto.

Il razzismo come distinzione tra noi e loro all’interno dell’interazione sociale

Messaggio pubblicitario Ciò che si può riconoscere come punto comune nelle elaborazioni di questi autori, appartenenti a discipline ed orientamenti diversi tra loro, è il pensiero che le differenze poste come cardine della distinzione“noi-loro” siano costruite dentro l’interazione sociale stessa, e che proprio quegli elementi su cui si avvia il processo di distinzione, diventino progressivamente sempre più marcatamente distanti.
Se tuttavia la distinzione è posta in modo arbitrario, essa potrebbe anche essere più facilmente trasformabile: una polarizzazione più significativa in un determinato momento storico, può diventare insignificante in un altro, smorzando il conflitto tra quegli specifici gruppi.

Se negli anni ’70 in Italia, il conflitto tra borghesi e proletari ha raggiunto livelli di tensione culminati nel terrorismo, questa stessa contrapposizione ha perso significato pochi anni dopo.

È quindi possibile, e certamente auspicabile, che proprio quelle categorie sulle quali si concentrano oggi le tensioni più violente, possano in un futuro prossimo diventare insignificanti. Ciò non escluderebbe tuttavia la loro sostituzione con un nuovo asse di discriminazione, secondo parametri che forse oggi ci risultano totalmente indifferenti, permettendo un avvicendamento di discriminazioni che può (forse) limitare l’escalation tra soggetti.

Questo a patto di non essere come i due protagonisti di una barzelletta sentita raccontare da Moni Ovadia: un vecchio Texano razzista (perché, a proposito di discriminazione, i texani “ovviamente” sono tutti razzisti…) si reca a New York e, salito sulla metropolitana, rimane folgorato vedendo davanti a sé due uomini indiscutibilmente neri come la notte. Non è tuttavia il colore della loro pelle, ciò che lo colpisce di più. Non è nemmeno il fatto che quei due uomini così indiscutibilmente neri, siano anche indiscutibilmente gay, dato che si tengono teneramente mano nella mano.
Ciò che lo colpisce e lo schifa ancora di più, è che quei due uomini così neri e così gay indossino la kippah e portino sotto il braccio libri scritti con caratteri indiscutibilmente ebraici, al che il vecchio Texano, un po’ frastornato da un simile concentrato umano, domanda a quei due: “Scusate, ma a voi non bastava essere semplicemente negri?”

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Bibliografia

  • Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.
  • Fabietti, U., e Matera, V. (1999). Memoria e identità. Roma: Meltemi editore
  • Linneo, C. (1735). Systema Naturae.
  • Buffon, G. L. L. (1749). Histoire naturelle, générale et particulière.
  • Tajfel, H. (1999). Gruppi Umani e Categorie Sociali. Bologna: Il Mulino.
  • Taylor, D. M., e Moghaddam, F. M. (2001). Teorie dei Rapporti Intergruppi. Padova: Imprimitur.
  • Tullio Altan, C. (1995). Ethnos e Civiltà. Identità etniche e valori democratici. Milano: Feltrinelli.
  • Reich, W. (2009). Psicologia di Massa e del Fascismo. Torino: Einaudi.
  • Freud, S. (2010). Il disagio della civiltà. Torino: Einaudi.
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