Aspetti psicologici del ghosting e dell’orbiting nella vita fuori e dentro i social networks

Ghosting e orbiting: fenomeni da cui difendersi o su cui interrogarsi sul proprio e altrui funzionamento in relazione agli eventi che si verificano?

ID Articolo: 169520 - Pubblicato il: 30 ottobre 2019
Aspetti psicologici del ghosting e dell’orbiting nella vita fuori e dentro i social networks
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Ghosting e orbiting: fenomeni che coinvolgono internet, contesto che facilita l’interruzione di un rapporto venendo meno le componenti principali della comunicazione non verbale, come guardarsi negli occhi, vedere le reazioni corporee dell’altro.

 

Messaggio pubblicitario Ho spesso pensato a Facebook, o a Instagram, come una sorta di locale ampio in cui si riuniscono i conoscenti, i famigliari e gli sconosciuti, da cui ci si può congedare quando si desidera, nel quale ci si ritrova senza appuntamento ma la comunicazione, come è già stato ampiamente dibattuto, è ridotta a parole scritte, video e fotografie. Mi viene in mente una situazione surreale in cui le persone in carne ed ossa formulano un invito scarno a partecipare, comunicano tra di loro, si escludono, osservano o non perdono occasione per farsi notare e rincorrere chi non ha assolutamente desiderio di interagire con loro. Alcuni si annoiano subito, altri continuano a restare ad aspettare o entrano per promuovere l’attività, magari sperare che qualcuno si faccia avanti. Surreale perché effettivamente nella vita fuori dagli schermi non si interagisce con tutti i 200 o 2000 amici e in certi casi si stabilisce un legame con chi non rientra neanche nella lista.

Nel mondo virtuale si inseriscono due fenomeni ormai celebri, ghosting e orbiting, rispettivamente interrompere un legame all’improvviso senza dare spiegazioni e ritornare quando si desidera, visualizzando le storie, commentando o assegnando mi piace e cuori senza però frequentarsi, manifestando l’intenzione di tenere un rapporto non definito. Nella metafora del locale che ho descritto, il ghosting, per esempio, mi evoca varie persone e situazioni, appunto perché non esiste un prototipo di ghoster e i bisogni che muovono quella sparizione improvvisa possono essere svariati, così come “gravitare” attorno ad una o più persone per non perdere i contatti. Posso immaginare chi desidera fare due chiacchiere per poi andarsene quando ha finito, chi è convinto di avere di fronte un amico o il vero amore, troncando la conversazione indesiderata quando si accorge che non è scattato niente, che l’altro non rispecchia i suoi valori o gli interessi, chi attacca strategicamente bottone per tastare il terreno su eventuali progetti di interesse e fuggire quando comprende di non poter cogliere opportunità.

In sostanza mi sovvengono vari tipi di persone, e quindi di motivazioni, per recidere una relazione nel silenzio, forse perché nelle ultime conversazioni si è detto qualcosa che ha urtato la sensibilità morale o personale a tal punto da ravvisare una perdita, da sperimentare il disprezzo per le idee e le opinioni e decretare la fine di un rapporto che non può avere un seguito; oppure perché la magia dei primi contatti svanisce e non si tollera la delusione. In altri casi si sparisce perché si avverte la costrizione di un rapporto in evoluzione o la pretesa di essere protetti e accuditi da chi pensa anche o solo a sé. E così il silenzio può diventare un mezzo per attirare o allontanare le attenzioni; per chi le subisce, le sparizioni sono attese o inaspettate e questo dice molto del funzionamento relazionale, dei segnali che uno ha accuratamente celato e l’altro accantonato o di quelli palesi e minatori. Ghosting e orbiting, quindi, non sono necessariamente congiunti; il primo si verifica spesso isolatamente nei soggetti dai pattern di attaccamento evitante, per prevenire l’intimità relazionale, mentre nei pattern coercitivi si assiste sovente ad un’alternanza tra sparire e riapparire, per esercitare un controllo sulla relazione sentimentale, amicale o professionale.

Messaggio pubblicitario Tali fenomeni coinvolgono internet poiché diventa più facile interrompere un rapporto davanti ad uno schermo che, in quanto tale, spezza le componenti principali della comunicazione non verbale, come guardarsi negli occhi, vedere le reazioni corporee dell’altro, e così via; per la stessa ragione è più semplice gravitare con like e visualizzazioni, restando comodamente di fronte ad una tastiera. L’orbiting, azione prevalentemente coercitiva, in certi frangenti assume lo scopo di mantenere uno stato relazionale seppur annacquato e traballante; quell’implicito “ci sono ancora” può nascondere la vergogna di essere spariti senza ragione che trattiene dall’esporsi completamente o delineare un tentativo di tenere allacciato quel legame potenzialmente utile per regolare alcune emozioni intollerabili, come la paura di essere soli o incapaci di fronte ad un problema.

Leggendo vari articoli sull’argomento, noto un proliferare di ricette pre-confezionate su come difendersi da ghosting e orbiting, interpretazioni univoche, un’assidua demonizzazione che impedisce di riflettere sulle motivazioni per cui accadono; predomina spesso l’immagine del mascalzone narcisista, manipolatore che miete vittime insicure e deboli, da correggere con lo schiaffo della verità: non è interessato, scordatelo. Ecco, questo porta ad alimentare l’errore comune, quello di porsi in una posizione vittimistica e rabbiosa, crogiolandosi nella sofferenza e nella ragione assoluta e attribuendo acriticamente all’altro superficialità e incapacità di comunicare. Prima di tutto invito a valutare il contesto: è ben diverso un ghosting improvviso o minacciato, dopo anni di relazione, da uno conseguente ad una frequentazione breve, reale o virtuale, e un orbiting in una fase di riavvicinamento in seguito ad un periodo burrascoso, da una tendenza abituale quando il rapporto è ormai sepolto. Di conseguenza non va dimenticato il ghoster, i segnali che potrebbe aver lanciato e che non sono stati considerati, il perché torna e come ci si potrebbe comportare per recuperare o accettare che la storia è finita.

Da tali considerazioni non trovo necessariamente dannosi e allarmanti tali fenomeni a prescindere dal contesto; sparire dopo qualche appuntamento o una chiacchiera online può essere vissuto con dolore da alcuni e indifferenza da altri, pertanto è cruciale soffermarsi sulle aspettative, sull’effetto suscitato e sul perché tale evento ha urtato, cogliendolo come spunto per imparare qualcosa su come si funziona, senza incolparsi o incolpare. Oltre a ciò, non mi sembra una soluzione vincente bloccare i contatti nel caso di orbiting costante, come spesso si consiglia, proprio perché sembra una strategia rapida ed esteriorizzata per polverizzare la sofferenza e allontanare la tentazione di ricascarci, senza lavorare sulla paura di rifiutare ed essere rifiutati, di comunicare esplicitamente i vissuti o di accettare che quel tipo di rapporto non può evolvere secondo i nostri desideri. Aggiungerei che le soluzioni rapide e preconfezionate non incentivano la curiosità a conoscersi ma ad arrovellarsi in un giro di pensieri ed emozioni di colpa verso di sé o verso l’altro, di delusione e di rabbia che impediscono una crescita costruttiva basata sulla comprensione del proprio e l’altrui funzionamento in relazione agli eventi che si verificano.

 

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