L’amico di Wigner e la psicoanalisi relazionale

La realizzazione del Wigner's friend paradox che era stato finora solo un esperimento mentale, ha portato verso una riformulazione del concetto di relazione

ID Articolo: 168508 - Pubblicato il: 24 settembre 2019
L’amico di Wigner e la psicoanalisi relazionale
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Il concetto di osservatore in fisica ci porta verso una riformulazione della nozione di relazione, sia in natura che in psicologia. Relazionale, allora, è la natura nel suo nucleo più profondo, dove nulla è quello che è se non in relazione a qualcos’altro che funge da osservatore, che ne è la misura.

 

Messaggio pubblicitario Da pochi mesi il gruppo di lavoro guidato da Alessandro Fedrizzi (viennese, di italiano ha solo il nome) presso la Heriot-Watt University di Edimburgo ha portato a termine un esperimento che, fino ad oggi, era stato solamente un esperimento mentale conosciuto come Wigner’s friend paradox, successivamente immaginato nella sua possibile realizzazione dal fisico austriaco Caslav Brukner ed infine, realizzato, appunto, dal team di Fedrizzi. In cosa consiste l’esperimento mentale da cui è poi partita la ricerca? Eugene Wigner (Nobel per la fisica nel 1963) si chiedeva che cosa sarebbe successo se nel laboratorio nel quale c’era la scatola col “gatto di Schrodinger” un suo amico avesse proceduto alla misura dello stato di sovrapposizione gatto vivo gatto morto, facendone collassare la funzione d’onda in uno dei due stati possibili. A quel punto poi, Wigner stesso, avrebbe potuto a sua volta procedere con la sua misura del dato già osservato dall’amico nel laboratorio accanto, senza saperne il risultato. La questione scientifica fondamentale sottostante è semplicemente questa: i due osservatori vedrebbero la stessa cosa? Questo è in sintesi l’esperimento mentale dell’amico di Wigner che si interroga sull’esistenza di una realtà oggettiva indipendente dall’osservatore in meccanica quantistica (O – observer indipendent facts) e sulla libertà degli osservatori di scegliere quale misura effettuare (F – free choice), oltre a chiedersi, infine, se le scelte operate da un osservatore non influenzino il risultato di un altro osservatore in un sistema entangled (L – Locality). L’esperimento dell’Università scozzese ha dimostrato proprio come queste tre assunzioni appena accennate, O, F, L, siano incompatibili con la meccanica quantistica.

Vediamo in breve come è stato progettato l’apparato sperimentale. Come si vede dalla figura (Imm. 1) che segue ci sono tre sorgenti di coppie di fotoni entangled (6 fotoni), So, Sa, Sb, che interagiscono nelle due scatole degli amici di Alice e Bob, dentro le quali i due fotoni a, b vengono misurati attraverso gli altri fotoni α1 e β1 che scompaiono. Altri due fotoni invece, entangled con i precedenti, chiamati α e β raggiungono Alice e Bob, così come pure i primi due fotoni a, b raggiungono Alice e Bob. Ricordiamoci che tutti i 4 fotoni sono ora intricati, cioè legati tra loro indissolubilmente. A questo punto quello che possono fare Alice e Bob è scegliere se fare una loro nuova misura sui fotoni a ed α che li hanno raggiunti contemporaneamente, oppure registrare la misura del fotone α già misurato dai loro amici, spegnendo semplicemente lo splitter di fascio posizionato nell’apparato sperimentale. Il risultato finale, davvero notevole, è il fatto che, sia per Alice che per Bob, il dato relativo alla misura fatta nelle scatole dei loro amici e la nuova misura fatta da loro stessi, non corrisponde, i due osservatori hanno visto cose diverse, pur essendo tutte le particelle in gioco sottoposte a entanglement.

Questo significa due cose fondamentali: primo, ciò che è osservabile lo è in relazione ad un osservatore, qualunque cosa sia l’osservatore (uomo, macchina, computer, particella elementare), non esiste cioè una realtà oggettiva indipendente dall’osservatore; secondo, le assunzioni di località, indipendenza e realismo, assunzioni sovrane in fisica classica, non sono compatibili con la meccanica quantistica, non valgono nel mondo dell’infinitamente piccolo.

Il paradosso dell amico di Wigner e la psicoanalisi relazionale - Psicologia IMM1

Imm. 1 – Apparato sperimentale. Una coppia di fotoni entangled dalla sorgente S0 viene distribuita, nelle modalità a, b, agli amici di Alice e Bob i quali misurano i loro rispettivi fotoni se sono su asse verticale o orizzontale, attraverso la sorgente di fotoni entangled Sa, Sb. utilizzando uno splitter di fascio polarizzato (Pbs). I fotoni in modalità α1, β1, sono rilevati attraverso un cavo superconduttore (Snspd) che evidenzia il successo della misura effettuata, mentre i fotoni in modalità α e β, registrano la misura degli amici di Alice e Bob. Ora Alice e Bob possono fare la loro misura su a, α (b, β) oppure registrare, spegnendo lo splitter, il risultato già ottenuto dagli amici (Contenuto ricavato da Fedrizzi et al. 2019)

Ora, in cosa consiste l’analogia tra il mondo dell’infinitamente piccolo con la dimensione della clinica psicologica a orientamento dinamico?

Facciamo una piccola digressione; la definizione di psicologia dinamica non è sufficiente a descrivere il cambiamento paradigmatico che voglio sottolineare. In sintesi, la svolta relazionale in campo psicoanalitico suggerisce di abbandonare il mito della mente isolata, così come l’interpretazione pulsionale e intrapsichica; non è poco se pensiamo come la psicoanalisi sia nata proprio con queste premesse e le abbia mantenute, pur se in forme e dottrine differenti, per oltre un secolo. Non si tratta, tuttavia, di un nuovo modello univoco a cui fare riferimento; anzi, vi ritroviamo proprio la cifra esatta della postmodernità, una pluralità di riferimenti concettuali che si arricchiscono reciprocamente, che funzionano come griglie interpretative da utilizzare nella relazione analitica quali strumenti a disposizione dell’analista nell’attualizzazione del paradosso analitico giocato tra la simmetria e l’asimmetria che caratterizza il rapporto analista-paziente.

Più nello specifico, come emerge dal bel lavoro di sintesi ad opera di Vittorio Lingiardi per l’editore Cortina, convergono sotto il paradigma relazionale gli approcci della psichiatria intersoggettiva americana (Sullivan), la psicologia evolutiva britannica (Fairbairn, Winnicott), l’infant research (Lachmann, Fosshage), gli studi sul terzo analitico intersoggettivo (Ogden), l’ecobiopsicologia complessa (Frigoli), l’evoluzione delle teorie dell’attaccamento ed alcune aree di ricerca neuroscientifica (Knox, Fonagy), i moderni studi sul femminismo e sulle identità di genere (Benjamin). Tanti autori e studi diversi ma, tutti, sia sul versante della teoria che su quello della pratica clinica, incardinati sul presupposto scientifico della natura relazionale ed intersoggettiva della psiche così come lo è profondamente il rapporto analitico tra analista e paziente. Le conseguenze sul piano clinico non sono poche rispetto a ciò che si può fare nella stanza dell’analisi, in termini di astinenza vs partecipazione dell’analista, di analisi del controtransfert, così come rispetto alla relativizzazione della quota verbale nella comunicazione. Un nuovo modo di intendere la cura psicologica che, dal punto di vista epistemologico, non è riconducibile né all’empirismo, né alla fenomenologia. Non all’empirismo poiché non si cerca all’esterno della psicoanalisi un appoggio scientifico più solido come, per esempio, si vorrebbe fare attraverso gli studi della divisione 12 dell’Apa a proposito degli Est (Empirically Supported Treatments). I due volumi pubblicati dall’American Psychological Association, rispettivamente dalle divisioni 12 e 49, Treatments that work e Psychoterapy relationships that work, danno perfettamente conto della differenza di impostazione e interpretazione sia nella ricerca che nel fare psicoterapia. Non alla fenomenologia poiché non si cerca di sminuire ed emarginare teoria e conoscenza dell’analista nel processo terapeutico. Quello che si cerca di promuovere è, piuttosto, un approccio ermeneutico costruttivista, non oggettivante e relativo ad un presunto sapere assoluto detenuto dall’analista scienziato, senza tuttavia cadere nelle secche di un relativismo aleatorio e inconsistente dove nulla ha un nome e niente è definibile. Si tratta di ridefinire il ruolo della asimmetria analista-paziente e di ridisegnare la realtà co-costruita del lavoro analitico inteso come una diade indissolubile.

Messaggio pubblicitario Fine della digressione; torniamo alla nostra analogia con il mondo della fisica delle particelle. In cosa consiste? È proprio il concetto di osservatore in fisica, come abbiamo visto nell’esperimento di Fedrizzi, che ci porta verso una riformulazione della nozione di relazione, sia in natura che in psicologia. Relazionale, allora, è la natura nel suo nucleo più profondo, dove nulla è quello che è se non in relazione a qualcos’altro che funge da osservatore, che ne è la misura, ben oltre a qualsiasi effetto relativistico previsto da Einstein, che per tutta la vita ha sempre comunque pensato ad una realtà oggettiva, indipendente dall’osservatore. Ogni particella elementare è quello che è in relazione ad un osservatore qualunque esso sia, un fotone, un apparato strumentale, la coscienza dell’uomo. Allo stesso modo, nel campo della psicologia, perdono il primato le definizioni categoriali della psicopatologia per fare posto ad un paradigma epistemologico di tipo probabilistico, olistico (nella sua quota non deterministica), emergentista, in una sola parola, relazionale.

L’analogia con la fisica teorica, naturalmente, riguarda il paradigma scientifico sottostante e comune, che impressiona perché ci costringe a rivedere la storica differenza tra scienze della natura e scienze dello spirito che ha contraddistinto la cultura occidentale moderna, fino ai giorni nostri. Non è poco, da una parte, così come dall’altra, non ci si può spingere oltre per la sola ragione che ci sono almeno 30 ordini di grandezza tra la realtà della psiche e il mondo dell’infinitamente piccolo (30 zeri), così come i due ambiti sono divisi dal tempo profondo dell’evoluzione biologica, circa 3,5 miliardi di anni. Allora, tra le due scienze, la fisica elementare e le psicologie del profondo, l’affascinante analogia epistemologica suggerisce di superare ogni velleità deterministica oggettivante, senza tuttavia commettere l’errore di scambiare una metafora con una spiegazione.

Chiudo con una considerazione sul lavoro di definizione e sintesi del modello relazionale ad opera di Greenberg e Mitchell, a cui dobbiamo la principale sistematizzazione storica e concettuale del paradigma, sintesi nella quale non viene presa in considerazione in alcun modo l’opera di Jung. La complessità di un pensiero poco sistematico e, per certi versi, paradossale è nota ed infatti, anche in questo caso, è come se i due autori newyorkesi non fossero riusciti ad inquadrare e collocare Jung rispetto alla svolta relazionale nelle psicologie del profondo.

Non è certo la prima volta che Jung venie frainteso o associato impropriamente a interpretazioni, anche opposte tra loro, proprio a causa di una sorta di indeterminatezza delle sue teorizzazioni da una parte e della vastità ed eterogeneità degli argomenti trattati, dall’altra. Anche in questo caso, emerge una certa paradossalità della posizione junghiana in merito al primato della relazione nel contesto clinico. A prima vista sembra proprio che la psicologia analitica abbia una concezione monopersonale della psiche, non pulsionale naturalmente, ma riconducibile all’interno di un quadro interpretativo intrapsichico, come ben esprimono le formulazioni teoriche che riguardano sia gli archetipi sia il processo di individuazione. Entrambi i concetti, infatti, rimandano all’ambizione di costruire una psicologia generale, universale o, diremmo oggi, evidence based. Si tratta dello Jung scienziato che, insieme ad altri, ha cercato una strada che conducesse la psicologia verso l’appartenenza alle discipline scientifiche in un contesto storico fondativo per una branca della ricerca e della cultura appena nata. Poi, però, c’è anche lo Jung clinico, da sempre attento al ruolo e all’identità del terapeuta (a lui dobbiamo l’analisi didattica), che, attraverso lo studio e la considerazione degli aspetti dissociativi della psiche, intesi quali naturali meccanismi regolatori del funzionamento psichico, ha sempre insistito e sottolineato l’importanza del coinvolgimento della psiche dell’analista contro ogni assurda pretesa di neutralità del lavoro analitico. In questo senso, i fenomeni di enactment e di self-disclosure, così centrali nel dibattito scientifico contemporaneo nell’ambito psicoanalitico relazionale, sono analizzati e discussi da Jung in molte parti della sua opera, come inevitabili dimensioni della mutualità analitica, che, per sua stessa natura, mai potrà ricondursi ad una asettica neutralità interpretativa.

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