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Un luogo (stabile) per il pregiudizio

Ricerche recenti suggeriscono come a livello individuale i pregiudizi razziali non siano un’attitudine stabile e immutabile ma piuttosto un fenomeno sociale

ID Articolo: 166878 - Pubblicato il: 09 luglio 2019
Un luogo (stabile) per il pregiudizio
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I nostri pregiudizi razziali sono frutto di atteggiamenti radicati in noi in anni e anni di esposizione a opinioni pregiudizievoli della società nella quale viviamo o sono semplici credenze che, sporadicamente e temporaneamente, si attivano e occupano la nostra mente influenzando le nostre valutazioni lasciandoci più esposti e vulnerabili alla discriminazione?

 

Messaggio pubblicitario I pregiudizi sono considerati degli atteggiamenti di natura ostile e discriminatoria, semplicistici e spesso infondati, automatici, frutto di processi di pensiero rigidi e che tendono alla generalizzazione, che si formano all’interno di un gruppo sociale sia esso la famiglia, il gruppo amicale, la società (Fazio & Olson, 2003).

Dato il loro impatto significativo sui problemi di convivenza, quando differenti gruppi umani si trovano a dover co-abitare e ad interagire all’interno dello stesso ambiente, i pregiudizi sono stati oggetto di numerosi studi e teorie volte soprattutto a comprenderne la natura e la stabilità nel corso del tempo.

Come mai i pregiudizi razziali sono stabili nel tempo?

Attorno agli inizi degli anni 90’, le prime teorie sul pregiudizio assumevano e sottolineavano il suo carattere stabile nel tempo, rigido e non modificabile (Devine, 1989), mentre le teorie degli ultimi decenni, come quella di Lai, Hoffman & Nosek, (2013) ne affermano il carattere implicito ma più malleabile soprattutto se la persona viene sottoposta a diversi interventi come lo spostamento dell’attenzione o l’imagery mentale per ridurne l’impatto sui processi decisionali individuali.

L’evidenza più forte di questo dato di stabilità nel tempo dei pregiudizi razziali è stata mostrata dallo studio sperimentale e longitudinale di Lai e colleghi (2016), il quale prendeva in esame nove interventi aventi come obiettivo la riduzione di pregiudizi razziali impliciti, su una popolazione di studenti universitari dispersi geograficamente in vari campus in tutto il territorio americano. Lo studio in questione includeva tre fasi: una di pretest in cui venivano misurati i punteggi relativi alla presenza e all’intensità di pregiudizi razziali impliciti, una di intervento e una di post intervento con successivo follow-up a pochi giorni.

I risultati ottenuti hanno evidenziato come tutti i nove interventi volti alla riduzione dei pregiudizi razziali negli studenti fossero efficaci solo nella fase immediatamente successiva all’intervento, mentre tendevano a non persistere nella fase di follow-up.

Tali conclusioni hanno indotto i ricercatori a ritenere che questi bias razziali fossero estremamente persistenti nel tempo e rigidi anche a fronte di dati empirici che al contrario ne verificassero la pertinenza e la coerenza, come se gli individui ostinatamente, anche dopo vari interventi che ne mettessero in dubbio la loro fondatezza, tornassero di nuovo in linea con il loro pensiero pregiudizievole (Lai, Skinner, Cooley et al., 2016).

A tal proposito, il nuovo articolo di Vuletich e Payne, del dipartimento di psicologia e neuroscienze dell’University of North Carolina at Chapel Hill, suggerisce un’interpretazione alternativa ai risultati ottenuti da Lai e colleghi (2016). A loro parere infatti l’inefficacia degli interventi, riscontrata nei punteggi dei follow-up, anziché essere determinata dalla rigida consistenza e persistenza dei pregiudizi razziali a livello individuale, potrebbe essere in realtà frutto di una stabilità relativa al contesto sociale nel quale gli individui sono inseriti e non al pregiudizio in sé.

In linea con il modello del “bias della folla” di Payne, Vuletich & Lundberg (2017), Vuletich e Payne ritengono che i pregiudizi siano generati da una più facile accessibilità cognitiva a concetti legati a categorie di stereotipi sociali tale per cui le persone tendono a recuperare ed utilizzare queste categorie con una maggiore probabilità nel momento in cui processano implicitamente una certa tipologia di informazioni quando si trovano all’interno di uno specifico aggregato sociale.

Pertanto, la chiave di volta per la lettura e l’interpretazione del pregiudizio risiederebbe in tale accessibilità che varia sistematicamente in funzione della situazione in cui la persona si trova anziché essere una caratteristica individuale e stabile della persona; tale lettura è ulteriormente sostenuta dal fatto che le misure prese in considerazione riguardanti i pregiudizi hanno mostrato una loro propensione all’instabilità e alla transitorietà oltre che una bassa correlazione con misure di differenze individuali (Cameron, Brown-Iannuzzi & Payne, 2012)

L’accessibilità di un contenuto è influenzata da numerosi fattori, quali la presenza di stereotipi sociali condivisi, l’esposizione mediatica e anche il fenomeno della cosiddetta “saggezza della folla”, quello per cui le conoscenze parziali di ciascun individuo, costituente il gruppo, si aggregano con quelle di altri, dando origine ad una stima, una valutazione più stabile e accurata delle parti che la compongono. Tale stima costituisce la media del livello degli stereotipi culturali e delle iniquità strutturali degli individui facenti parte quel contesto (Payne, Vuletich & Lundberg, 2017).

L’influenza del contesto sociale e culturale sui pregiudizi

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA In questa nuova cornice teorica, lo studio di Vuletich e Payne (2019), ri-analizzando i dati ottenuti da Lai, Skinner, Cooley e colleghi (2016), ha voluto indagare l’influenza del contesto sociale e culturale dei campus universitari, geograficamente disposti in diversi stati degli Stati Uniti d’America, sulla stabilità degli stereotipi collettivi presenti nei punteggi individuali degli studenti riguardanti il pregiudizio razziale, considerando le ineguaglianze strutturali come potenziali fonti stabili di pregiudizi, ineguaglianze plausibilmente riscontrate in alcuni monumenti con evidenti segni storici di razzismo, nella minoranze razziali presenti nei vari campus e infine nella percentuale di studenti appartenenti alle fasce di reddito più basse.

Le analisi di Vuletich hanno suggerito come a livello individuale il pregiudizio non sia affatto un’attitudine o proprietà stabile e immutabile nel tempo come ipotizzato in precedenza, ma sia piuttosto un fenomeno sociale che come un’onda talvolta travolge gli individui aggregati in un gruppo e pertanto è passibile di cambiamento ogni qualvolta la persona si trova ad abitare un contesto con norme e condotte sociali differenti.

Tali analisi infatti, nel passaggio dalla fase di pre-test a quella post intervento, hanno riscontrato una leggera stabilità nel tempo dei punteggi individuali suggerendo come, a seguito degli interventi di riduzione del pregiudizio, i giudizi individuali si siano in parte modificati sebbene non in modo sistematico o significativo.

Ciò che invece è apparsa da subito significativa è stata la differenza tra i punteggi ottenuti dagli studenti presi nella loro individualità e quelli ottenuti considerandoli come unico corpo, gruppo aggregato e compatto, all’interno di ciascun campus universitario, differenza che si è mostrata in linea con il modello del bias collettivo preso come riferimento teorico dagli autori dello studio (Vuletich & Payne, 2019).

In conclusione

A parere degli autori, alcuni contesti sembrerebbero predisporre e incoraggiare maggiormente l’individuo a formulare pensieri o idee discriminatori, indipendentemente dai suoi peculiari processi decisionali e pertanto la soluzione o meglio l’opportunità di cambiare in modo sistematico e duraturo certi atteggiamenti di pensiero, spesso inconsapevoli, risiederebbe negli ambienti di vita anziché nella mera modifica dei singoli processi di pensiero, tramite la correzione di quegli elementi associati all’ineguaglianza strutturale che rendono maggiormente accessibile un contenuto ostile o discriminatorio.

Ben lontani dal considerarli stabili e immutabili, i ricercatori terminano lo studio con una metafora: a livello individuale potremmo considerare i pregiudizi simili al tempo meteorologico, in cui per avere una condizione diversa basta semplicemente aspettare qualche giorno per avere degli effetti diversi sebbene più labili e temporanei. Al contrario, ad un livello più contestuale, si potrebbero assimilare al clima, nel quale i processi di cambiamento sono più lenti ed impegnativi ma i suoi effetti appaiono ben più incisivi e persistenti.

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