Il Dono e i legami sociali

All’interno di un sistema simbolico, il soggetto da significato al suo senso di appartenenza scegliendo il gruppo o la comunità cui appartenere.

ID Articolo: 166211 - Pubblicato il: 27 giugno 2019
Il Dono e i legami sociali
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Il riconoscimento di sé avviene per differenza tra l’immagine reale e l’immagine proiettata dallo specchio. Allo stesso modo la psicologia sociale ha presupposto che uno dei cardini del senso di comunità sia la differenziazione. Io mi riconosco in ciò che è simile a me e mi differenzio dal “diverso”.

 

Freud, in Al di là del principio del piacere  e in Psicologia delle masse e analisi dell’Io aveva parlato di due pulsioni, solo in apparenza dicotomiche, Eros e Thanatos.

Egli scrive letteralmente

La massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche forza

e questa forza o potenza è la libido. Per libido è da intendersi tutto ciò che nel linguaggio comune si chiama, liebe, amore.

Freud e la libido nei legami sociali

Messaggio pubblicitario Freud aggiunge che libido è in fondo la forza motrice che porta alla conoscenza e ai legami. L’eros, così come descritto da Platone, liberandosi dagli appetiti sessuali, cambia oggetto investendo mete culturali e socialmente sintoniche. In questo modo la libido nasce come amor per poi trasformarsi in caritas che indica l’amore casto per il prossimo, per la chiesa, per Dio. Alcuni hanno parafrasato questa fase in greco sostenendo che la libido nasce come amore e si trasforma in agape. Il dono secondo questa visione rappresenterebbe il mezzo attraverso il quale l’Eros si esprime alla ricerca di legami sociali.

Platone nel convivio rappresenta l’eros come il cavallo nero che tira la biglia. Allo stesso modo Jean-Luc Nancy rileva che la pulsione, nel significato originale del termine tedesco trieb, indica un’azione come attività come la crescita di una pianta o le cure che si elargiscono ad un animale che cresce.  Ciò che spinge l’uomo è il vivere che ha come causa finale la ricerca del piacere. Freud, riprendendo Schopenhauer e Nietzche, ritiene che l’essenza della vita in genere e, in particolare, dell’uomo sia l’Eros. Tutto ciò che gli esseri umani fanno, dicono e intraprendono va interpretato come una manifestazione di Eros. Anche il dono, quindi, è una manifestazione di questa energia vitale chiamata Eros.

Freud, comunque, in Al di là del principio del piacere ha scritto che Eros non spiega tutto. Infatti, in Psicologia delle masse e analisi dell’io sostiene che data la presenza della pulsione di vita (Eros) deve esserci il suo opposto ovvero la pulsione di morte o distruzione (Thanatos).

In effetti, in quest’ultimo volume, egli si sofferma su ciò che disgrega un collettivo, su ciò che scioglie i legami sociali che in termini di dono sono l’antidono o, come vedremo in appresso, il dono perverso.

I quattro tipi di disgregazioni sociali di Freud

Freud individua quattro forme di disgregazione sociale: il panico, l’odio per gli altri, l’innamoramento e la nevrosi.

Nel panico che s’impadronisce della folla, vengono meno “tutti i riguardi che altrimenti i singoli componenti mostrano gli uni verso gli altri”.  In questa fase ognuno inizia a pensare per sé, a salvare la propria pelle.

L’odio per gli altri nasce dalla coazione a ripetere e trova le sue fondamenta nelle prime esperienze infantili. Sembra che nell’essere umano sono presenti degli stimoli o delle pulsioni che tendono a disgregare i movimenti e la solidarietà collettiva. Romolo uccide Remo per diventare re di Roma o, ancora, la chiesa cattolica, che seppur fondata sull’amore di Dio e “sull’ama il prossimo tuo come te stesso”, spesso si è mostrata intollerante verso gli esterni e i diversi. Dice Freud è come se l’odio estirpato all’interno del collettivo si sia riversato verso l’esterno e cioè verso gli “infedeli”, gli “eretici”, i “libertini”, etc. A questo stesso destino sono sottoposte tutte le organizzazioni collettive come il socialismo e il comunismo. Freud non crede che possa esistere una società buona e felice poiché la pulsione di morte continua a lavorare affinchè venga disgregata. Sembra che questa visione di Freud derivi da studi di carattere biologico e, in particolar modo, provenienti dalla chimica.

Io credo che il dualismo tra istinto di vita e di morte, della lotta tra il bene e il male, vadano ricercate nelle origini ebraiche di Freud. Nell’ebraismo il dualismo bene-male costituisce il presupposto su cui si snoda tutta la vicenda umana. Durante la fuga dall’Egitto Mosè è il bene, il tramite attraverso cui Dio dona agli uomini le tavole della legge. Il costruttore del vitello crasso rappresenta l’odio per gli altri e, specificamente, per Mosè.

In termini di dono l’odio per gli altri è rappresentato dall’incapacità a donare o dall’inserire doni perversi.

La nevrosi isolando gli individui colpiti dalla vita sociale tende disgregare il collettivo. In sostanza essa non permette l’instaurazione di legami e relazioni sociali.

L’ultima caratteristica disgregativa Freud la individua nella coppia innamorata. In termini di legami la suddetta affermazione sembrerebbe in antitesi poiché ogni società pare fondarsi sulle relazioni familiari e, quindi, sull’amore di coppia. Ciò cui allude Freud, molto probabilmente è quando l’amore è guidato esclusivamente da ciò che, come vedremo in seguito, Scabini e Cigoli hanno definito il pathos senza tenere conto dell’ethos. Ciò espone il legame a tutti i capricci di tipo emozionale: resta un bambino che vive delle emozioni e dei capricci del momento, e non permette lo sviluppo del legame, necessario per affrontare le tappe che la vita ci propone. In sostanza, la coppia totalmente innamorata perde il suo rapporto con il sacro e con le esigenze razionali del convivere civile. E’ un fatto che le società millenarie basate su una visione collettiva, di costruzione di legami collettivi abbiano imposto forme quasi severe di comportamento sessuale. E’ stato così per il cristianesimo, per l’islam, per l’Inghilterra di Cromwell, per lo stanlismo e per la costruzione della repubblica popolare cinese.  Raimondo Spiazzi (1990) in “Lineamenti di etica familiare” scrive

Il matrimonio unico e indissolubile era infatti un punto di arrivo di tutto un processo ascensivo della società, svoltosi principalmente sotto l’influsso del cristianesimo, che nel contesto socioculturale seguito alla decadenza dell’Impero Romano e formatosi attraverso le vicende e le prove delle invasioni barbariche e del medioevo, aveva fatto della famiglia monogamica e stabile il cardine della civiltà da esso fecondata.

San Tommaso nella Summa Theologica afferma che

l’indissolubilità del matrimonio sembra doversi annoverare tra i precetti secondari della legge naturale …..

sicchè

nelle leggi che lo concernono, bisogna badare a ciò che giova al bene di tutti, piuttosto che a ciò che può competere a uno solo.

San Tommaso nelle sue riflessioni fa riferimento alla ragione nel momento in cui scrive che il matrimonio ha un triplice bene:

  • Dell’intera umanità, e sotto quest’aspetto è naturae officium, retto direttamente dalle inclinazioni e dai dettami della ragione circa i rapporti tra i sessi e la procreazione;
  • Della società civile, ed è quindi regolato dagli ordinamenti della legge statuale;
  • Della Chiesa, e soggiace quindi al regime ecclesiastico.

Il punto di vista di Freud sulla coppia

Messaggio pubblicitario Freud, seppure segua strade diverse, sembra concordare perfettamente con le considerazioni di San Tommaso quando afferma che la coppia innamorata, totalmente dedita al pathos, è una forza disgregatrice dei legami sociali. Infatti, per Freud Eros non è la tendenza solo ed esclusivamente verso il piacere, ma è la ragione che ci distoglie “dal vivere come bruti” e che ci spinge a “seguire virtute e conoscenza”. Molti, a mio parere in maniera frettolosa, hanno scritto che nei saggi, che stiamo analizzando, egli introduce la pulsione di morte. Io credo, al contrario, che Freud in questi saggi mette in risalto la pulsione di vita. Eros è ciò che ci spinge a incontrare l’altro o gli altri e a fare legame/i con esso/i.  E’ ciò che ci spinge a combattere per una causa, a fare gruppo o comunità.  Poiché teso all’incontro con l’altro, non può essere semplicemente letto e analizzato in maniera intrapsichica ma sicuramente è un meccanismo interpsichico. In termini husserliani è trascendentale nel senso che è dotato d’intenzionalità. In sostanza, Eros non è totalmente inconscio ma è una funzione dell’io e, poiché tale, della razionalità e della ragione. In sostanza per mantenere i rapporti sociali e i legami matrimoniali oltre al pathos è necessario l’ethos.

Essendo dotato d’intenzionalità l’incontro con l’altro comporta un’azione, l’intezione di legarsi all’altro, che in psicologia è stata studiata soprattutto riguardo alla formazione dei gruppi. Cosa ci spinge a inserirci in un gruppo o in svariati gruppi e a riconoscersi in essi? Nell’ambito dei processi di riconoscimento abbiamo già visto che il soggetto per riconoscersi ha bisogno di costituire legami con l’altro che non necessariamente è un “tu”, ma, spesso, è un “noi”.

Si tratta di capire, dopo aver descritto i processi che portano alla costituzione della molecola (coppia) e dell’unione di molecole (organi – famiglia), quali sono i processi che legano gli individui e che li portano a riconoscersi all’interno di un altro che si costituisce come gruppo, comunità, stato, nazione, mondo.  Se quasi tutte le teorie concordano nel riconoscere l’esigenza per il soggetto di fare legami come antropologica, il riconoscersi, come abbiamo visto, pone il problema dell’identità sia essa individuale sia di gruppo o comunitaria. Il riconoscimento di sé è anch’essa una esigenza di carattere antropologico. Lacan, attraverso lo specchio spezzato, indica un vero e proprio stadio dello specchio nel momento in cui il bambino inizia a specchiarsi al fine di riconoscere il proprio essere biologico – il proprio corpo (). Per il riconoscimento di sé abbiamo bisogno di specchiarci sia in senso fisico sia metaforico al fine di avere consapevolezza della propria identità. E’ chiaro che l’atto dello specchiarsi, utilizzando il linguaggio lacaniano, è lo spazio dell’altro e quest’ultimo è sempre situato nella intersoggettività. Ho detto in precedenza che l’intersoggettività è lo spazio in cui si formano i legami e, quindi, il soggetto nell’atto dello specchiarsi crea un legame con l’immagine che gli è restituita. L’immagine dello specchio è un’immagine “altra” che, addirittura essendo costitutiva del soggetto, precede quella del soggetto e, quindi, si crea un debito tant’è che Lacan ha introdotto il concetto di “frammentazione del corpo”. Quest’ultima misura il difetto tra immagine dello specchio e quella reale. Se vi è un debito-difetto, il legame che si costituisce tra le due immagini può essere inserito nell’atto del donare? A mio modo di vedere certamente si: il soggetto dona la sua immagine allo specchio il quale lo contraccambia con un’altra alla quale, all’interno di un processo circolare, conforma il proprio sé.

Il processo sarebbe semplice se il luogo dell’altro fosse uno solo, al contrario, durante lo sviluppo evolutivo, i luoghi dell’altro sono molteplici: la madre, il padre, i fratelli, i parenti, gli amici, i gruppi sociali, le istituzioni, le norme sociali, lo stato e, come vedremo in seguito, la propria storia generazionale. Un altro luogo dell’altro è anche il simbolico e il culturale. Se i luoghi dell’altro sono diversi e molteplici, non vi è dubbio che il processo del riconoscersi per difetto sia un processo dinamico ed evolutivo attraverso il quale riconoscendo lo scarto tra l’immagine dello specchio e la mia tendo a innescare un nuovo processo di riconoscimento e, quindi, a instaurare nuovi legami (). La complessità del riconoscersi aumenta nel momento in cui il luogo dell’altro è il simbolico e il culturale: io mi riconosco all’interno di un determinato contesto che, come ci informa G. Bateson (1975), è la matrice dei significati.  Lacan, come ho scritto in precedenza, considera “l’altro nome del padre” come il significante in relazione con i significanti avvicinandosi parecchio alla definizione di Bateson. Per Lacan il contesto culturale e simbolico è costituito dal significante ovvero da ciò che da significato alle singole azioni o ai singoli comportamenti con cui, il soggetto nel luogo dell’interpsichico si relaziona, o meglio, visto dal nostro punto di vista, si lega senza che il soggetto sia fuori dalla dinamica del significante. E’ nel rapporto tra percettum e percepiens che questa dinamica trova riscontro. Il percettum è la catena dei significanti che ha una sua strutturazione cui partecipa anche il percepiens. In altre parole, il soggetto percepisce all’interno di un campo percettivo che anche lui contribuisce a costruire e, nello stesso tempo, è effetto della catena dei significanti e funzione del percepito. Il sociale, i gruppi, la comunità in quest’ambito sono lo specchio attraverso il quale il soggetto sperimenta il riconoscimento di sé e, nello stesso tempo, costruzioni dello stesso soggetto attraverso i legami interpischici.

Legami sociali e riconoscimento dell’identità

Dalle considerazioni sopra esposte si evince che il riconoscimento di sé avvenga per differenza tra l’immagine reale e l’immagine proiettata dallo specchio. Allo stesso modo la psicologia sociale ha presupposto che uno dei cardini del senso di comunità sia la differenziazione. Io mi riconosco in ciò che è simile a me e mi differenzio dal “diverso”. Abbiamo già analizzato come il riconoscimento permette di dare un senso contemporaneamente sia all’altro sia a me stesso mostrando sia i tratti comuni sia le differenze. Identificare l’altro come simile significa sviluppare un sentimento di condivisione che nasce da elementi di somiglianza e comunanza.  E’ sempre il processo di riconoscimento che permette la creazione dei gruppi sociali in modo da poterci specchiare e, nello stesso momento, essere specchio sia nella dimensione della similitudine sia in quella della diversità. Il riconoscimento è il processo su cui si costruisce la nostra identità individuale: allo stesso modo un gruppo d’individui con caratteristiche simili interagisce al fine di essere riconosciuto in modo da far emergere l’identità collettiva.

Con Freud l’identità si costituisce nei vari passaggi evolutivi o nelle fasi di sviluppo da lui stesso individuati in conformità alle norme e ai valori dominanti rendendo gli individui complementari e garantendo un’integrazione tra il proprio sistema interno e quello esterno. Lacan sposta l’attenzione sulla relazione ovvero il soggetto si riconosce nello specchiarsi con l’altro che rappresenta il culturale o il sociale (il significante tra i significanti). Il soggetto s’inserisce all’interno del sistema sociale, quindi, nell’adeguarsi alle norme sociali (l’io come luogo di mediazione tra le esigenze dell’es e del super-io) nel primo caso, o specchiandosi con l’altro, nel secondo caso. In ambedue i casi “la patologia sociale” o la devianza è da far risalire a un mancato funzionamento del sistema difensivo dell’io.

Anche in sociologia si segue lo stesso schema, da lato vi è la visione funzionalista e dall’altro, quella fenomenologica e/o d’interazionismo simbolico.

Nella prima visione si fa riferimento agli studi di Parsons () che ipotizza che l’integrazione sociale è il risultato dell’interazione di tre sottosistemi, quello culturale, quello sociale e quello della personalità. L’identità sarebbe il frutto proprio del mantenimento e dell’adesione di questa ultima alle norme sociali e culturali condivise. In questa visione il riconoscersi è frutto di un equilibrio tra le componenti dell’ambiente e il sé. Il legame tra l’ambiente esterno e quello interno, in sostanza, è funzionale al mantenimento dell’identità.

La visione fenomenologica pone la formazione dell’identità all’interno di dell’interazione tra il sé e l’altro che produce un processo di comunicazione simbolica che influenza la capacità di guardare a se stessi sia dal punto di vista dell’altro che dal punto di vista del sé. L’interazione ha come effetto i processi di differenziazione che costituiscono la base dell’identità la quale si forma per effetto e all’interno, dello spazio dei legami.

I processi di costruzione dei legami sociali

Già nella mia tesi di laurea (1986) ho messo in risalto che i concetti sopraesposti se li inseriamo come possibili paradigmi per l’analisi dei fenomeni devianti comportano il valutare questi ultimi come l’effetto di fenomeni patologici che s’inseriscono all’interno dello sviluppo intrapsichico, di quello interpsichico e/o nella cultura dominante. I processi e i percorsi di socializzazione, siano esse frutto di legami intrapsichici che interpsichici, devono tendere, come assunto di base, al conformismo e, quindi, la devianza deve essere frutto di qualche errore nei legami. Al massimo in questa visione essi possono essere il frutto di subculture della devianza per cui specchiandomi con collettivi devianti riconosco il mio sé con norme in contrasto con quelle condivise o ufficiali. Un sistema sociale siffatto sarebbe poco dinamico, non in grado, cioè, di incorporare il cambiamento. Se lo dovessimo leggere in termini sistemici, il rapporto tra individuo, sistema culturale e sociale tenderebbe alla morfostasi non sarebbe in grado cioè di incorporare i cambiamenti. Noi sappiamo, al contrario, che i sistemi sono per loro natura morfogenetici in grado cioè di sopportare le spinte al cambiamento se queste non sono lette come distruttive per l’intero sistema.  La devianza, quindi, quando non diventa distruttiva per il sistema, può essere letta e analizzata come una spinta al cambiamento.

Matza (1969), addirittura, sostiene che c’è una sovrapposizione tra i fenomeni devianti e quelli tesi al conformismo. Alla base dei comportamenti devianti, quindi, non ci sono legami patologici. Ecco perché bisogna pensare alla formazione dell’identità come a un processo orientato sulla base di significati costruiti soggettivamente, e che si compie all’interno di relazioni significative. Se bisogna attribuire scopi e significati su una base soggettiva non vi è dubbio che il legame tra sistema e soggetto produca una relazione dialogica per cui l’individuo attribuisce significati in base al sistema sociale di riferimento e quest’ultimo cambia in funzione dell’attribuzione dei significati soggettivi e, all’interno di questa circolarità che, a livello meta comunicativo, scopre la natura del rapporto tra il sé e l’altro.  Contemporaneamente riscopre, però, la propria soggettività che trasforma in un’identità narrata che gli permette di relazionarsi con il gruppo e con la comunità.

La narrazione, il racconto della propria storia biografica, dotandola di senso e significatività, lo fa sentire membro di una storia più grande cui si sente di appartenere. Se appartengo a una storia, non sono più solo e partendo da quest’assunto sono inserito in un mondo di legami.

Legami sociali e dono

Il sentirsi solo è una condizione in cui si trovano gli anziani nel nostro sistema sociale in cui i cambiamenti avvengono con una tale velocità che essi non riescono a elaborarlo e, quindi, vivono il disagio del sentimento di non appartenere. Appartenere significa inserire il legame all’interno di un sistema mitico, simbolico e culturale condiviso. Interessante è a questo proposito la risposta che da il “puparo” nell’ultima puntata della serie tv “La piovra” al commissario Cattani: “La droga ha avvelenato il sangue di chi se la inietta nelle vene …. A noi ha avvelenato la testa”. Non si riconosce più all’interno della “comunità mafiosa” i cui valori sono cambiati con l’avvento della droga. La scena è interessante anche perché il pentimento avviene per salvare la figlia adottiva. Si scontrano due mondi di valori simbolici cui riferire la propria condotta: la vecchia e la nuova mafia.

Interessante è anche la sovrapposizione dei valori tra comunità civile e comunità mafiosa che trova riposta anche nel libro intervista, “Cose di Cosa Nostra”, di Marcelle Padovani con Giovanni Falcone soprattutto nel momento in cui il giudice nel III capitolo parla di contiguità.  Egli sostiene che ciò che lo rende speciale come giudice che si occupa di mafia è che è nato a Palermo ed è vissuto negli stessi ambienti degli uomini di cosa nostra e, quindi, conosce i codici simbolici per metterli a loro agio e poterli far parlare. Ciò significa che all’interno di un sistema simbolico, sociale e culturale, il soggetto da significato al suo senso di appartenenza scegliendo, in base a molteplici variabili da ricercare nella narrazione della propria storia personale, il gruppo o la comunità cui appartenere.

In termini di legame e del paradigma del dono, che ho sostenuto dall’inizio di questo capitolo perdere, acquistare e mettere in comune ancora una volta:

  • si deve mettere in comune per la condivisione di un sistema di valori culturali e simbolici;
  • si deve perdere in soggettività per acquistare all’interno di un valore di legame o, al contrario, si guadagna in soggettività al fine di produrre i necessari cambiamenti all’interno del sistema simbolico.

In sostanza, il processo non può che essere lineare così come non può non essere dinamico ed evolutivo nel senso del cambiamento.

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Bibliografia

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  • Lacan, J. ,  Il seminario. Libro XX. Ancora. 1972-1973, Torino: Einaudi, 2011
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  • Matza, D. (1969),Becoming Deviant, Prentice-Hall, Englewood Cliffs NJ. (trad. It. Come si diventa devianti, Bologna:  Il Mulino, 1976
  • Nancy, J. L., (2009), Sull’Amore. Torino: Bollati Boringhieri
  • Parsons,T.,  Bales,(1955)  Famiglia e socializzazione, in.  Jedwloski, Il mondo in questione. Roma:  ed.Carocci, 2009
  • Spiazzi, R. (1990), Lineamenti di Etica Familiare. Bologna, ESD Edizioni Studio Domenicano
  • Tommaso d’Acquino, Summa Theologiae. Bologna, ESD Edizioni Studio Domenicano

 

 

 

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