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La violenza: un trofeo da esibire su telefonini e social network?

Nell'uso dei social network oggi gli adolescenti condividono sempre più video, immagini o messaggi che hanno un contenuto di violenza.

ID Articolo: 164946 - Pubblicato il: 13 maggio 2019
La violenza: un trofeo da esibire su telefonini e social network?
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Online e attraverso i social network è ormai possibile condividere praticamente qualsiasi tipo di contenuto e sono soprattutto gli adolescenti a fare uso di questa modalità di comunicazione attraverso l’esibizione del proprio corpo o di attività quotidiane, a volte però la rete viene usata anche per divulgare registrazioni di contenuti di violenza (sessuale o fisica), noncuranti delle possibili ripercussioni a livello legale e dei danni inflitti alla vittima.

Manuela Scarpantoni

 

Ostentare e farsi vedere… Ciò che non si vede non esiste…
(Baltasar Graciàn)

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio Attualmente, in una società dominata da incertezza, disoccupazione, precarietà economica, i media comunicano notizie (in numero crescente) su fenomeni di violenza (sessuale, fisica, psicologica) esercitata in particolare da gruppi di minori, adolescenti o “giovani adulti”. Quest’ultimi non si limitano a manifestare condotte aggressive o violente ma mostrano e diffondono tali comportamenti, come fossero trofei, mediante video o immagini sui telefonini o sui social network.

I video delle aggressioni e delle torture hanno consentito di attribuire responsabilità precise agli otto giovani sottoposti a fermo dalla Polizia (…) I giovani si sarebbero ripresi con i telefonini mentre sottoponevano la vittima a violenze e torture… per poi diffondere i video nelle chat di Whatsapp (Quotidiano.net; 30 aprile 2019).

I due, dice ancora il giudice, hanno commesso “reiterati abusi” sulla donna… Sono diversi gli spezzoni video ripresi con i cellulari, uno dei quali dura circa sette minuti, e iniziano con la ragazza ancora a terra… (Quotidiano.net; 30 aprile 2019).

La violenza è un’azione o un comportamento inflitto alla persona contro la sua volontà e che reca dei gravi danni (fisici e psicologici). Essa può essere definita come una tendenza all’uso della forza e aggressività.

Alcune condotte violente vengono tollerate in alcune società mentre in altre vengono disapprovate (Masala, Preti, Petretto, 2002).

Diversi autori hanno attribuito significati positivi e negativi all’aggressività. Galimberti (1994), ad esempio, la definisce come una propensione che può essere presente in una fantasia o un comportamento con l’obiettivo di auto o eterodistruzione oppure di autoaffermazione. L’approccio psicoanalitico ha definito l’aggressività sia come una pulsione legata all’istinto di morte (Freud, 1977) o come un elemento importante nel percorso evolutivo dell’individuo (Erikson, 1950; Fenichel, 1945; Klein, 1921).

L’approccio cognitivo-comportamentale ipotizza un collegamento tra cognizione (pensieri, giudizi e teorie) e aggressività (emozione, comportamento), quest’ultima intesa come elemento causato o generante i processi cognitivi. Le situazioni di conflitto con altre persone, ingiustizie ipotizzate o subite, competizione per una quantità di risorse limitata possono generare pensieri, emozioni e comportamenti legati all’aggressività. La Rabbia, più facilmente delle altre emozioni, può creare situazioni di allontanamento, irritazione o critica negli altri (Baldini, 2004).

Disturbi psicologici e aggressività

Secondo il DSM 5, il disturbo esplosivo intermittente e il disturbo della condotta (disturbi diagnosticati nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza) sono caratterizzati dalla presenza di rabbia e di comportamenti aggressivi impulsivi sproporzionati verso persone e cose (Reichenberg, 2014).

Ostilità e aggressività appartengono ad altre problematiche come il Disturbo Borderline di Personalità dove la disregolazione emotiva e l’impulsività determinano rabbia e comportamenti auto (abuso di sostanze, autolesionismo, suicidio …) ed eterodiretti (abusi, risse…) o il Disturbo Antisociale di Personalità dove la scarsa osservanza delle regole della società porta la persona a manifestare comportamenti violenti (Baldini, 2004). Anche la persona con Disturbo Narcisistico di Personalità, in particolare il narcisista maligno e manipolatore, può sperimentare sadismo ed eccessi di rabbia che in casi estremi possono sfociare in violenza fisica o omicidio. Oltre il Sé grandioso, la persona sperimenta una dimensione di onnipotenza dove le regole non contano, perdono valore. (Kernberg 1975, 1987).

Violenza di gruppo

Molti adolescenti replicano condotte aggressive che vivono costantemente nella loro vita quotidiana: in particolare, riproducono in un altro contesto le regole della vita sociale che sono state trasmesse con modalità dirette o indirette. Alcuni comportamenti violenti possono scaturire da uno stato di mancanza affettiva derivante da un disagio sperimentato in famiglia o nella società in cui il giovane si sente privo di un percorso gratificante di accompagnamento alla crescita e all’autonomia (Bourcet, Tyrode; 2002).

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Quando viene emesso un comportamento violento è importante comprendere il collegamento tra la personalità dell’individuo, il tipo di condotta e l’ambiente circostante. Bandura (1986) sostiene che in questa relazione detta “determinismo reciproco e triadico”, ogni elemento influenza e viene condizionato dagli altri fattori della triade. Un ruolo fondamentale viene attribuito alla personalità del soggetto e all’ambiente, ma sono da considerare anche i meccanismi cognitivi impiegati per giustificare la violenza. La giustificazione morale, ad esempio, è un processo attraverso il quale i comportamenti violenti vengono tollerati personalmente e socialmente mediante una ristrutturazione cognitiva (Bandura, 1996). Nelle situazioni di vita quotidiana, tanti atti aggressivi vengono giustificati con l’obiettivo di mantenere l’onore e la nomea (Cohen, Nisbett, 1994). Un altro meccanismo usato può essere quello della diffusione della responsabilità, il quale permette di distribuire fra diversi individui la responsabilità derivante dall’attività violenta e illegale e di comportarsi in maniera crudele. Infine, la disumanizzazione della vittima consente di rappresentare la vittima con caratteristiche indegne e spregevoli, in modo da infliggere azioni spietate ed evitare l’insorgere di emozioni negative come l’angoscia alla vista della sofferenza impartita.

In gruppo, le persone agiscono in modo più disumano rispetto a quando si ritengono individualmente responsabili dei loro comportamenti (Zimbardo, 1969, 1995). Alcuni studi dimostrano che i membri di un gruppo compiono azioni aggressive quando quest’ultime sono interpretate come “ciò che è giusto fare” in una data situazione (Moghaddam, 2002).

Lo stupro compiuto dai giovani in gruppo permette di consolidare l’unione e le regole del gruppo e di svolgere un ruolo importante nella violenza esercitata (Wright e West, 1981). I componenti del branco impiegano maggiormente azioni “affettuose” come baciare o accarezzare la vittima (Holmstrom, Burgess, 1980; Amir, 1971) con lo scopo di motivare quest’ultima a “collaborare” e facilitare lo stupro.

Per un membro di un gruppo, esercitare una violenza significa da una parte favorire la perdita d’identità e di responsabilità personale, dall’altra valorizzare il senso d’identità sociale e l’anonimato (Goldstein, 2002; Krahe, 2001).

Il desiderio di esibirsi mediante cellulari o social network

Attualmente, nella nostra società si assiste ad un comportamento costante, quello di “mostrarsi” non solo in televisione ma anche su Facebook, su Youtube o sui telefonini. L’esibizione è in aumento perché un messaggio da comunicare al mondo è che “ciò che è davvero importante per me” viene trasmesso mediante lo schermo, il telefonino o i social network. Ciò potrebbe essere una strategia per definire il proprio Sé (Avenia, Pistuddi, 2012) e acquisire autostima.

Nel mondo digitale, le immagini trasmesse hanno il potere di comunicare pensieri ed emozioni e di sottolineare la presenza del Sé (Marinelli, 2005). L’identità può essere molteplice e il virtuale diventa uno spazio dove poter aumentare la disinibizione o emancipazione (Pravettoni, 2002).

Mediante l’esibizione di filmati o video, la persona oltre definire il proprio Sé, può soddisfare due bisogni: il bisogno di ammirazione e quello di appartenenza. Le immagini, i progetti e gli obiettivi raggiunti possono essere condivisi con un vasto pubblico in modo tale da ricevere “ammirazione”; in secondo luogo, il rapporto con conoscenti ed estranei attraverso messaggi o video permette di formare e consolidare interazioni sociali (Katz, Blumler, Gurevitch, 1974; Papacharissi, Mendelson, 2011).

Il bisogno di ammirazione e di appartenenza possono essere soddisfatti dalla dimensione dell’“amplificazione”. Sui social network o sul web, un messaggio aggressivo può essere letto da moltissime persone in tutto il mondo e dunque avere un impatto molto differente da quello ipotizzato (Wallace, 2015). Lo stesso si potrebbe dire della diffusione di video mediante cellulari.

Attualmente, l’esibizione non si limita al mostrare ad esempio il proprio corpo o attività quotidiane mediante immagini o video sui telefonini o sui social network, ma riguarda anche il divulgare registrazioni di azioni violente (sessuali o fisiche) essendo noncuranti delle possibili ripercussioni a livello legale e dei danni inflitti alla vittima.

È interessante approfondire se in una persona il desiderio di esibire comportamenti violenti mediante video sui cellulari o social network sia il fattore determinante o la conseguenza di una scarsa osservanza delle regole morali e indifferenza alle conseguenze legali.

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Bibliografia

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  • Baldini (2004). Homework: un’antologia di prescrizioni terapeutiche. Mcgraw-Hill.
  • Bandura (1986). From thought to action: Mechanisms of personal agency. New Zealand Journal of    Psychology, 15, 1-17.
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  • Bourcet, Tyrode (2002). Adolescenti violenti. Crescendo.
  • Cohen, Nisbett (1994). Self-Protection and the Culture of Honor: Explaining Southern Violence.
  • Erikson (1950). Childhood and Society. New York. W.W. Norton.
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  • Kernberg (1987). Disturbi gravi della personalità. Trad. it Bollati e Boringhieri, Torino.
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  • Pravettoni (2002). Web psichology. Guerini e Associati.
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  • Zimbardo (1995). The psychology of evil: A situationist perspective on recruiting good people to engage in anti-social acts. The Japanese Journal of Social Psychology, 11(2), 125-133.
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