Into the wild: la natura selvaggia fuori e dentro di sé. Una riflessione psicologica sul film di Sean Penn

Into the wild è un film dal profondo significato psicologico, capace di raccontare la dolorosa sofferenza della ricerca di sé e il bisogno di fuga dal reale

ID Articolo: 164304 - Pubblicato il: 19 aprile 2019
Into the wild: la natura selvaggia fuori e dentro di sé. Una riflessione psicologica sul film di Sean Penn
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Into the wild è un film tratto da una storia realmente accaduta, che suscita interesse per la peculiarità del viaggio, della partenza, della ricusazione di un mondo ‘corrotto’, a favore di un mondo puro e incorrotto che accomuna, almeno nello spirito, tanti giovani uomini.

 

“La fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza”.

Messaggio pubblicitario La voce narrante descrive e introduce alla storia – personale e di vita – di un ragazzo dell’alta borghesia americana che, dopo il conseguimento della laurea, decide di abbandonare il suo mondo borghese e di mettersi in viaggio da solo e senza mezzi verso l’Alaska, meta e metafora – per lui – del mondo selvaggio e primordiale, perfetta antitesi del suo mondo borghese e formale.

Into the wild è un film tratto da una storia realmente accaduta, che suscita interesse per la peculiarità del viaggio, della partenza, della ricusazione di un mondo ‘corrotto’, a favore di un mondo puro e incorrotto che accomuna, almeno nello spirito, tanti giovani uomini.

Parafrasando l’incipit (citazione tratta dal film attraverso le parole della sorella minore) si delinea la natura di Christopher, il protagonista di Into the wild: diverso rispetto ai suoi coetanei, con una sensibilità e finezza d’animo che rappresentano di primo acchito più una singolarità di temperamento che una discrepanza rispetto a comportamenti ‘normati’.

La personalità e i suoi tratti

Il primo tratto distintivo che emerge della sua personalità è un bisogno di ricerca inesausta, un’esigenza – vestita dei panni di una quasi necessità – d’indomabile superamento continuo del limite e soprattutto del limitante orizzonte della vita borghesemente intesa.

In questa sete, il suo assetto di fronte alla vita si fonda, solo apparentemente, su un approccio vivo alle cose, che tiene conto – e cerca di mantenerne la sua originale unità – del rapporto tra la realtà fuori di sé e il proprio mondo interiore, attraverso tante domande che “le cose” destano nella sua mente. Egli stesso dice che ciò che sommamente cerca è la verità: una ricerca quasi maniacale. Più che i soldi, più che il benessere apparente, più che il successo professionale o un rapporto amoroso, è la verità il suo solo traguardo, sempre irraggiungibile.

Verità è la sua meta ‘spirituale’; Alaska la meta ‘esistenziale’. Dunque, per lui la verità è perseguibile solo all’interno del contesto primitivo (come luogo fisico) e primordiale (come impostazione non borghese) della natura selvaggia e selvatica, decostruita e destrutturata di inutili orpelli, per l’appunto Into the wild.

Christopher vive dentro una grande solitudine (rispetto a rapporti amicali o altre relazioni) che potrebbe, all’apparenza, non rappresentare una sua ‘stranezza’ o un suo ipotetico ‘isolamento sociale’, coperta dal desiderio di trovare la corrispondenza alla sua voragine interiore nell’autorevolezza di autori che lo accompagnano in intense letture e meditazioni.

Con il suo stile di vita e la sua decisione di abbandonare tutto vuole sottolineare l’opportunità di cambiare il modo solito di guardare le cose, come egli stesso afferma: non necessariamente, e non solo, nei rapporti con le persone ma attraverso una comunione più ampia con il ‘sistema natura’.

Per farlo ha bisogno di cambiare anche il nome: Jung direbbe che il nome che hai è la tua essenza. Per separarsi dal passato aveva dunque bisogno di un nuovo nome, simbolo della sua vera essenza: Alexander Supertramp, un nome (perciò una essenza) superlativo. Quasi megalomane.

Il contesto familiare e l’ambiente

Messaggio pubblicitario La scaturigine esistenziale (come accidente storico) di questa inarrendevolezza e inquietudine è la storia familiare: i suoi rapporti con i genitori sono burrascosi, con la scoperta – nel tempo – di un segreto familiare che riguarda direttamente la sua nascita e da cui inevitabilmente vengono modellati i rapporti parentali. Infatti, entrambi i figli sono nati da una relazione extraconiugale, mantenuta segreta, rispetto all’altra famiglia del padre, vissuta da questi apertamente.

Christopher ha un legame sotterraneo e forte con la sorella, anche se questo non gli impedisce di negarsi anche a lei nelle sue ragioni di fuga.

La considerazione che ha degli altri non è positiva. Per lui le gioie della vita non vengono principalmente dai rapporti tra le persone, che sono in qualche misura, malvagie. Solo la natura è veramente amica.

Una lettura clinica di Into the wild

In Into the wild il modo estremo attraverso cui Christopher asseconda questa inestinguibile sete rivela per certi versi una matrice adolescenziale, che può introdurci alla considerazione della congruità personale rispetto all’esame di realtà. Partendo dal presupposto che l’esame di realtà – oltre alla capacità di differenziare sé dagli altri – implica la capacità di valutare realisticamente le personali concezioni e i propri comportamenti nel quadro della ‘norma’ sociale (quindi una matrice ecologica, batesonianamente intesa, che tiene conto del rapporto profondo tra la propria natura e la natura del contesto).

L’esame di realtà può essere valutato in svariate circostanze che gli si presentano durante il suo lungo viaggio verso l’Alaska. Poco realistico il suo misurarsi, errata considerazione delle reali forze da lui possedute e del pericolo di fronte al quale si trova: l’affronto del mare, il buttarsi dalla scogliera senza saper nuotare o il non tener in debito conto le condizioni della natura esterna ed estrema, non controllabile, ma considerare come unico scopo quello di ‘sentirsi forte’, come sua dimostrazione o dimostrazione di sé.

In Into the wild il concetto di fuga dal reale (inteso come circostanze, all’interno delle quali l’individuo si trova a dover affrontare problematiche e soluzioni) è ipostatizzato fino all’atto estremo della fuga fisica; ciò che rende drammatica questa forma di fuga è la totale negazione del contesto, negazione che lo pone in una specie di utopia. Una psicosi apparentemente senza delirio: delirano gli atti compiuti. Selvaggio è ciò che non si conosce, ‘selvaggia’ è l’angoscia psicotica.

Altro tratto adolescente è la credenza che vivere, molto ed intensamente, coincida con una quantità piuttosto che con una qualità. Come se la vita ordinaria, nei ritmi sempre uguale a se stessa, e la variegata vorticosità del globetrotter possano essere pesati, in diminuzione della prima.

L’esame di realtà si ritrova nella concezione radicalizzata della natura umana: quasi solo istinto, enfasi, azione; l’esercizio del pensiero quasi non esiste.

Nella considerazione, poi, delle relazioni interpersonali, queste sembrano quasi – kleinianamente – trasformate in rappresentazioni interiorizzate di relazioni in cui esse non corrispondono affatto al ‘reale oggetto esterno’.

Chris ha una concezione delle persone abbastanza polarizzata sul versante estremo negativo. Eppure, non si accorge che, contrariamente a tale concezione, tutte le persone che incontra lungo il suo cammino sono benevole con lui, gli portano un pezzo di esperienza cui lui può attingere. Colgono in lui l’aspetto positivo: “Sembri un bambino che è stato amato”, lo descrive la donna della coppia di girovaghi in caravan. Sembra strano che non riesca a trarre le conseguenze da questi incontri. Nemmeno dal rapporto ‘paterno’ con l’anziano che – metafora della trasmissione delle generazioni – lo vorrebbe designare erede dei suoi beni. Chi genera fa anche ereditare. E sembra quasi che ci sia per lui una possibilità di riposare in quel rapporto, in cui ogni condizione di pace è ravvisabile, ma l’immagine preconcetta della verità che lui inseguiva ed aveva in testa non lo ha smosso: negando il suo stesso principio delle ‘nuove esperienze’ come motore della conoscenza, raggiungibile per lui soltanto nelle terre selvagge.
Ma, antitesi simbolica di questo, è l’orso bruno che – fiutando l’odore della morte ormai imminente in lui – si volge e gli passa oltre. La natura selvaggia – da lui prefigurata amica e meta ultima del suo cammino – è in realtà indifferente al dramma ultimo che si compie in lui.

Nel suo testamento scritto (i suoi appunti), ultima ed estrema consapevolezza, forse c’è la risposta – non goduta in vita – al grido che è stata la sua esistenza totale: “La felicità è reale solo quando condivisa”.

 

INTO THE WILD – Guarda il trailer del film:

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