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Un pianeta che non c’è – Recensione della canzone e intervista a Frankavilla

Un pianeta che non c'è di Frankavilla è un singolo dall' affascinante sound anni ottanta che parla del rapporto tra sogni e realtà

ID Articolo: 164319 - Pubblicato il: 23 aprile 2019
Un pianeta che non c’è – Recensione della canzone e intervista a Frankavilla
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Quando un vortice emozionale ci sequestra ogni battito e i pensieri sembrano rincorrere senza sosta ricordi e memorie di un passato che non sbiadisce, forse è il domani che sta forgiando per noi, istante dopo istante, la chiave per ripartire e finalmente, esistere.

 

Messaggio pubblicitario A veicolare il messaggio è il mottolese Frankavilla che affida le sue riflessioni al brano Un pianeta che non c’è (prodotto da Beat Sound Milano di Beppe Stanco e Giovanni Rosina), in rotazione radiofonica e su tutte le piattaforme digitali dall’otto marzo, data scelta per omaggiare l’universo femminile di un ideale e graditissimo bouquet musicale.

Il lavoro segna l’atteso ritorno di un artista – reduce dai riscontri incassati con la cover di Edoardo Bennato e con il pezzo Vivo così con il quale ha aperto nel 2018 la Partita del Cuore giocata allo stadio Marassi di Genova – che annovera nel suo bagaglio anche la partecipazione come ospite al Premio Lunezia, storico evento strettamente legato al Festival di Sanremo, ideato dal patron Stefano de Martino per esaltare il valore musical-letterario delle canzoni (kermesse che ha visto avvicendarsi sul palco mostri sacri della musica italiana).

Ma Frankavilla non smette di stupire.

VIVO COSì – GUARDA IL VIDEO:

 

Un pianeta che non c’è – il nuovo singolo di Frankavilla

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Lo dimostra con il suo ultimo singolo, tassello esistenziale tradotto in note accattivanti impreziosite da una semplicità strutturale che non scivola mai nella banalità ma che sa sfiorare le corde più intime dell’animo umano.

Empatia. Respirare le esperienze altrui perdendosi in occhi non nostri per poi trasporle in musica miscelandole al proprio vissuto. Si, empatia. È racchiuso lì il segreto della musica d’autore.

E Frankavilla centra l’obiettivo.

Lo fa, di nuovo, con Un pianeta che non c’è che custodisce tutti gli ingredienti di un successo annunciato: un affascinante sound anni ottanta, un velluto melodico ricamato su cadenzati che ben si muovono tra il ritmo della batteria e il sensuale sax d’apertura. Chiudono il cerchio, un arrangiamento che del classico ruba solamente la purezza ed un testo affatto scontato.

Ci parlano del rapporto ideazione/realtà passaggi come

Ti stai svegliando
mentre un nuovo sole sta nascendo
la luna va morendo. Qui non passa il tempo
Mentre penso a cosa stai facendo

dove il cognitivo spazia fra i desideri pronto ad accogliere, fluendo nella sfera del cognitivo, quel riflesso di noi che ancora non ci appartiene.

Un voler stringere i sogni convinti che dalla loro finestra (si consenta una citazione personale) filtri sempre la realtà.

UN PIANETA CHE NON C’E’ – GUARDA IL VIDEO:

Un pianeta che non c’è: intervista a Frankavilla

Quanto sono importanti per il cantante pugliese? Parliamone con lui.

Intervistatore (I): Qual è a tuo avviso, se esiste, il confine tra i nostri sogni e la realtà che viviamo?

Frankavilla (F): Innanzitutto devo ammettere di essere un sognatore, io che molte volte sogno ad occhi aperti. Il confine tra i sogni e la realtà secondo me è rappresentato da una linea sottile. Questa linea sottile è l’avventura della nostra esistenza. I miei sogni mi han sempre dato la spinta per andare avanti. Noi essere umani passiamo 1/3 della nostra vita a dormire, di conseguenza a sognare. Ecco perché dico che i sogni e la realtà son divisi tra loro da una linea sottilissima. C’è chi sostiene che i sogni aiutino a vivere. Io seguo questa tesi. Poi chiaramente dipende sempre dall’entità dei sogni che ognuno di noi ha. Perché i sogni per me sono uno stimolo per raggiungere degli obiettivi. Io ho sempre sognato di fare musica, ho sempre sognato di far ascoltare le mie canzoni a più gente possibile. E questo sogno a poco a poco si è avverato. Un altro sogno che ho sempre avuto è quello di vedere un mondo in pace, armonia e civiltà. Ma questo non è un sogno, bensì utopia. E le utopie si sa, sono irrealizzabili.

I: Nel singolo parli di pianeta: “Sospeso su un pianeta che non c’è / suona un vecchio vinile mentre scrivo qui per te”. Il tuo pianeta ideale è abitato da…?

F: Il mio pianeta ideale è abitato per l’appunto dalla pace, dall’armonia. Sul mio pianeta vige il rispetto per gli altri, prima che per noi stessi. È un pianeta in cui sono sempre verdi quei valori morali, quelle tradizioni andatesi via via smarrendo. Un pianeta utopistico direi, perché la realtà è totalmente diversa. Mi rifugio su questo pianeta per trovare la mia vera dimensione. Proprio perché non mi riconosco in questa società con ritmi frenetici, nella quale il dio denaro, la cattiveria, l’invidia e l’egoismo ormai la fanno da padrone.

I: I ricordi sgradevoli preferisci archiviarli o rileggerli in un nuovo format? Come dire, le ferite del passato per te sono un peso o un dono che comunque arricchisce?

F: Tra archiviarli e rileggerli in un nuovo format, preferisco inserire i ricordi sgradevoli nella seconda ipotesi. Perché secondo me i vissuti, il passato, rappresentano sempre un dono, mai un peso. Al di là che si parli di ricordi positivi o negativi. Questo, perché ho sempre cercato di far tesoro dei miei vissuti. Soprattutto quando ho commesso degli errori, ho provato subito a correggermi, a limarli. E se mi ritrovo ad essere un uomo buono, equilibrato, generoso, socievole, lo devo soprattutto alla mia esperienza. Il fatto di essere una persona vera poi, mi porta a non avere rimorsi o rimpianti. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto finora.

I: Grazie per l’intervista e grazie, a nome dei tuoi fan, per il tuo ultimo prodotto discografico.

F: Grazie a te e alla redazione di State of Mind per lo spazio dedicato.

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