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Fidarsi dei pazienti (2016) di F. Gazzillo: i test del paziente secondo la Control Mastery Theory – Recensione

Nel libro 'Fidarsi dei pazienti', F. Gazzillo, a partire dalla Control Mastery Theory, illustra come spesso il paziente sottoponga il terapeuta a dei test

ID Articolo: 162686 - Pubblicato il: 22 febbraio 2019
Fidarsi dei pazienti (2016) di F. Gazzillo: i test del paziente secondo la Control Mastery Theory – Recensione
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A volte un libro che richiede tanto tempo per essere letto è un pregio. Vuol dire che comprende tante informazioni da elaborare e assimilare. Fidarsi dei pazienti è il manuale di Francesco Gazzillo sulla Control Mastery Theory, una teoria degli anni 80 messa a punto da Joseph Weiss e Harold Sampson, psicoanalisti.

 

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio L’ho cominciato a leggere tipo kamikaze: mentre mangiavo, nei pochi minuti tra un paziente e l’altro, prima di addormentarmi, una volta perfino sulla cyclette in palestra. Poi ho dovuto rallentare perché ci voleva una certa quota di tempo e attenzione per leggere, comprendere e mettere insieme tutti i pezzi.

E forse dovevo concentrarmi anche sul ritmo delle mie pedalate.

Fidarsi dei pazienti: capire di cosa hanno bisogno

Lo studio di questa teoria è arrivato in una fase particolare della mia terapia con un paziente.

In vista dell’ultimo esame prima della laurea, che aveva già sostenuto più volte ma sempre con esito negativo, credevo fosse mio compito sostenerlo ed incoraggiarlo, soprattutto nelle settimane che avvicinavano sempre più la data della sessione. Ma più lo facevo, più il paziente si ritirava e si irritava. Parlava poco durante i nostri incontri, soprattutto dell’esame, era distante, una volta pare si sia dimenticato anche della nostra seduta. “Che strano”, pensai. Poi ragionai che in terapia niente è strano ma deve essere tutto letto in base al profilo interno del paziente e attraverso una piccola metacomunicazione, ho capito che stava succedendo.

Un test. Si eccolo, proprio quello di cui avevo sentito parlare durante una presentazione del libro a Napoli. Quello di cui due giorni prima stavo leggendo a letto, invece di dormire, a pagina 38. Il paziente mi stava testando. Ed io stavo fallendo.

Lui non voleva per nulla essere incoraggiato a dare l’esame. Cercava l’esatto opposto. Voleva sentire che io sarei stata dalla sua parte anche se avesse deciso di non di andare all’università quella mattina, anche se avesse fatto miseramente scena muta davanti al professore o all’assistente di turno. Voleva che facessi diversamente dai suoi genitori: accettarlo anche di fronte ad un fallimento. Non umiliarlo. E così fu. Non troppo stranamente, il paziente affrontò le giornate che precedevano l’esame con uno spirito diverso, si mise a studiare e provò ad impegnarsi organizzando al meglio le ore. Riprese dei vecchi appunti e si confrontava spesso con un collega per ripetere parti del programma.

A quanto pare il paziente si è sentito al sicuro e come è spiegato bene nel manuale, non esiste un modo per far sentire tutti i pazienti in questo modo perché ognuno di essi ha bisogno di cose diversi in tempi diversi, in funzione delle sue credenze e delle sue esperienze di vita.

I pazienti soffrono perché sono ostacolati dai raggiungimento di obiettivi sani e realistici da credenze patogene relative alla realtà e alla moralità; queste credenze fanno loro temere che, qualora provassero a realizzare quegli obiettivi, incorrerebbero in situazioni di pericolo. Non sarebbero al sicuro…queste credenze si formano nell’infanzia a partire da situazioni traumatiche reali da shock o da stress, in genere di natura interpersonali…i pazienti sono profondamente motivati a disconfermare, consciamente e inconsciamente, le loro credenze patogene perché esse sono costrittive e causa di dolore, ma al tempo stesso hanno paura di abbandonarle perché sono adattive, essendo state sviluppate per proteggersi dall’eventualità di nuovi traumi…Per capire in che misura possiamo sentirci al sicuro con una certa persona ed in una certa circostanza…noi mettiamo alla prova…la stessa cosa accade in psicoterapia. I pazienti fanno dei test ai loro terapeuti e se i pazienti li superano, disconfermando così le loro credenze patogene, si sentono più al sicuro nel realizzare i propri obiettivi e iniziano a muoversi in questa direzione… (Gazzillo, 2016, pag. 29).

Fidarsi dei pazienti.. e superare i loro test

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Esistono tre tipi di test: test di transfert associati a compiacenza o ribellione nei confronti di genitori traumatici, test di capovolgimento da passivo ad attivo e test osservativi. Rimando al testo per un approfondimento e per leggere degli interessanti esempi clinici.

Nel mio caso, con il mio paziente, si tratta di un test di primo tipo perché la necessità era che io reagissi in modo diverso rispetto al genitore traumatico.

Gazzillo ha scritto un bellissimo testo, curioso e appassionato su una teoria che, ammetto, solo ora sto addentrandomi a scoprire meglio. Fa tanti esempi, pratici, reali. Sfido ogni collega a non ritrovarsi in situazioni simili e a non volere una cornice di riferimento che spieghi come raggirarli. Ed è un libro che consola quando sottolinea la natura errante e umana di noi terapeuti. Il paziente ci testa. Noi falliamo. Possiamo farlo. E se dovesse accadere, recuperiamo. E se non ci riusciamo, fa niente. Non esiste il momento giusto per la terapia efficace né il terapeuta giusto per tutti: l’esito di una terapia basata sulla relazione dipende da tanti elementi molti dei quali sono incontrollabili. Noi esseri umani siamo pezzi di puzzle che si incastrano. Paziente e terapeuti non sono esenti dalle variabili del gioco. Nella nostra mente saperi e teorie non ci salvano sempre da errori. Ma avere bene a mente il profilo del paziente e come esso agisce è un buon punto di partenza. Vale sempre la pena soffermarsi qualche seduta in più per raccogliere e valutare bene il funzionamento del paziente. La terapia deve essere caso-specifica indipendentemente dalla scuola teorica di appartenenza. E deve essere pro-plan, cioè aiutare il paziente nel dirigersi verso quello che vuole.

Fidarsi dei pazienti supera appieno i miei test.

Ah, alla fine, il mio paziente, andò a fare l’esame. E lo superò.

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Bibliografia

  • Gazzillo, F. (2016). Fidarsi dei pazienti. Introduzione alla Control-Mastery Theory. Raffaello Cortina Editore.
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