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Come alleggeriamo il nostro carico cognitivo: il Cognitive Offloading

Per Cognitive Offloading s'intende l'uso del proprio corpo e dell'azione fisica per elaborare le informazioni necessarie allo svolgimento di un compito, che consente al nostro sistema, che ha una capacità limitata di elaborazione delle informazioni, di ridurre il carico cognitivo richiesto.

ID Articolo: 156665 - Pubblicato il: 04 settembre 2018
Come alleggeriamo il nostro carico cognitivo: il Cognitive Offloading
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Ci sono diversi modi in cui possiamo liberare la nostra mente dal carico cognitivo richiestoci nello svolgimento di un compito attraverso l’uso dell’azione fisica: il Cognitive Offloading può essere attuato agendo su noi stessi (sul nostro corpo), sul mondo e gli oggetti esterni oppure sugli altri esseri umani.

Giuseppe Rabini – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Bolzano

 

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio Se pensassimo a quanto, nella quotidianità dei nostri giorni al lavoro, a scuola, a casa o con gli amici il nostro cervello sia impegnato a risolvere problemi, trovare soluzioni ed elaborare informazioni, ci renderemmo subito conto di una cosa: le nostre capacità cognitive hanno dei limiti.

Attenzione, percezione e memoria, come altre abilità cognitive, hanno un proprio quantitativo di saturazione che certamente può variare a livello individuale e contestuale, e che può essere alterato da condizioni fisiche, neuropsicologiche e psicologiche invalidanti, ma che nonostante ciò resta pur sempre presente.

Una delle peculiarità più affascinanti della mente umana risiede nella capacità di utilizzare il corpo e il mondo esterno per alleggerire il carico di elaborazione cognitiva richiesto per lo svolgimento di determinati compiti. Negli ultimi decenni un vasto numero di ricerche si è concentrato su queste tematiche e su una concettualizzazione più ampia della cognizione: ne sono un esempio le teorie sull’Embedded e Embodied cognition, Extended e Distributed cogntion.

Uno degli articoli scientifici di riferimento risale alla fine degli anni novanta (Andy Clark & David Chalmers,1998), in cui gli autori espongono chiaramente la linea teorica a cui ci si riferisce con Extended Mind. Gli autori sostengono infatti che la linea che separa la nostra mente dal mondo esterno sia così labile da poter concepire l’ambiente come facente parte della mente stessa. Una mente che opera manipolando il mondo esterno, e sul quale fa affidamento per compiere e facilitare le proprie operazioni, una ‘mente estesa’ appunto.

I temi e le argomentazioni che verranno presentate nel proseguo di questo articolo si possono ritrovare negli approcci teorici sopra riportati, il riferimento ad una concettualizzazione più ampia della cognizione umana accomuna infatti tali tematiche. Ciononostante, gli argomenti trattati cercherenno di riferirsi nello specifico ad un processo cognitivo chiamato Cognitive Offloading.

Cosa s’intende per Cognitive Offloading?

Con Cognitive Offloading generalmente si intende “l’utilizzo dell’azione fisica per alterare l’elaborazione dell’informazioni necessaria per lo svolgimento di un compito, in modo da ridurne la richiesta cognitiva” (Risko & Gilbert, 2016). Una traduzione letterale di Cogntive Offloading potrebbe identificarsi con “scaricamento cognitivo”: scaricare la nostra cognizione ci permette infatti di favorire l’attuazione del compito stesso, superare i nostri limiti e capacità di processamento, diminuire lo sforzo e l’impegno richiesti. Se nella vostra vita avete anche solo una volta contato con le dita, inclinato la testa per leggere un testo scritto con un particolare orientamento, appuntato note sui vostri quaderni a scuola, scritto gli appuntamenti della settimana sulla vostra agenda o se l’avete fatto segnandolo sui vostri smartphones, allora stavate agendo secondo quello che appunto chiamiamo Cognitive Offloading.

Risko e Gilbert (2016) evidenziano il fatto che, seppur la tematica sia presente in letteratura da decenni, solo recentemente essa sia diventata oggetto di sistematiche ricerche scientifiche, questo dovuto anche allo sviluppo esponenziale dei prodotti tecnologici che, come si può facilmente intuire, sono potenti strumenti sui quali poter scaricare la nostra cognizione.

Ma come viene studiato questo il Cognitive Offloading dal punto di vista scientifico? Guardiamo un esempio.

Nel loro studio, Risko e colleghi (2014) cercano di investigare come utilizziamo il nostro corpo, in particolare come incliniamo fisicamente la nostra testa, in un contesto di lettura di lettere o parole il cui asse di riferimento è ruotato. In una serie di tre esperimenti, gli autori hanno chiesto ai partecipanti di leggere ad alta voce, nel modo più accurato e veloce possibile, delle lettere (o parole) disposte su righe differenti e orientate in modo differente nelle diverse prove (gli stimoli venivano presentati sullo schermo di un computer). In diverse condizioni sperimentali veniva poi permesso, ristretto o incoraggiato il movimento della testa. I partecipanti venivano videoregistrati durante l’esperimento, in modo da poter osservarne l’eventuale comportamento attivo. I risultati principali indicano che le persone tendevano spontaneamente ad inclinare la testa tanto più aumentava il costo associato alla lettura del testo ruotato presentato. Questo era particolarmente evidente nella condizione in cui non venivano presentate sequenze di singole lettere ma quando venivano presentati a schermo dei brevi paragrafi di testo. In tale condizione non solo i partecipanti ruotavano maggiormente la testa, ma questo favoriva lo svolgiemento del compito, riducendone la compromissione dovuta alla rotazione dello stimolo.

Sembrerebbe quindi che le persone valutino la difficoltà e lo sforzo necessario per l’esecuzione di un compito per decidere quale strategia utilizzare, in questo caso utilizzare il proprio corpo per risolvere l’esercizio. Risko e collaboratori si riferiscono a questa strategia come ‘normalizzazione esterna’. Infatti, per risolvere il compito (lettura di lettere o frasi orientate i modo anomalo) si potrebbero utilizzare tre diverse strategie. La prima prevede di visualizzare il testo e ruotarlo mentalmente per favorirne la lettura (normalizzazione interna); la seconda e la terza prevedono di agire sull’ambiente esterno per favorire il compito (normalizzazione esterna), in questo caso si potrebbe quindi ruotare la propria testa per allineare il sistema di rifereimento del sistema visivo con quello del testo (come nell’esempio sopra riportato), oppure si potrebbe agire direttamente sullo stimolo, ruotandolo in modo da riportarlo all’orientamento canonico di lettura.

In quali modi possiamo quindi scaricare il nostro carico di lavoro mentale, quando lo facciamo e quali risultati porta questo comportamento?

Come accennato anche nell’ultimo paragrafo, possiamo solitamente effettuare Cognitive Offloading in tre modalità differenti: agendo su noi stessi (sul nostro corpo), sul mondo e gli oggetti esterni, e infine sugli altri esseri umani (Risko & Gilbert, 2016).

Per esempio, pressocchè in ogni conversazione utilizziamo dei movimenti delle mani e delle braccia, dei gesti, per esprimere al meglio ciò che stiamo dicendo e allo stesso tempo farci comprendere meglio dagli altri. Ci aiutiamo con le mani per figurare caratteristiche strutturali e relazioni spaziali tra oggetti, per esprimere fisicamente delle misure; se siamo impegnati al telefono e una persona ci chiede delle indicazioni stradali, possiamo utilizzare le mani per indicare il percorso da effettuare, senza dover esprimere alcuna parola e superando così la nostra capacità ‘limitata’ di parlare con una persona alla volta. E ancora, possiamo utilizzare i movimenti oculari e lo sguardo per riferirci a persone o cose anche distali nell’ambiente esterno.

Un esempio divertente a cui la maggior parte delle persone ha assistito almeno una volta è il gioco della morra. In questo gioco, molto brevemente, due persone mostrano contemporaneamente con le dita di una mano dei numeri, lo scopo è quello di indovinare la somma dei due. Il punto interessante è che ogni giocatore “conta con l’altra mano” il proprio punteggio. Questo gli permette di giocare senza dover continuamente memorizzare e aggiornare mentalmente i punti fatti.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Quando invece parliamo di scaricamento cognitivo nel mondo (into-the world) ci riferiamo a tutti quei casi in cui utilizziamo oggetti ed elementi esterni a noi come dei luoghi nei quali depositare le nostre rappresentazioni cognitive, in particolare riguardanti la memoria (Risko & Dunn, 2015).

Anche qui, la nostra esperienza quotidiana ci fornisce svariati esempi. In questa area rientra tutto ciò che riguarda la cosiddetta memoria prospettica (Brandimonte et al., 2014), cioè la memoria per eventi ed intenzioni future, come ricordarsi di andare all’appuntamento dal dentista il prossimo mese. Di conseguenza scriviamo i nostri appuntamenti sull’agenda, ci appuntiamo le cose che dobbiamo o non dobbiamo fare su post-it da attaccare sul frigo di casa, in generale troviamo stratagemmi utili per alterare in qualche modo l’ambiente esterno, in modo che funga da attivatore di memoria (Gilbert, 2015). Tali azioni vengono considerate nello specifico come esmpi di intention-offloading, perchè appunto l’oggetto dello scaricamento cognitivo riguarda un’intenzione futura.

Infine, possiamo utilizzare altre persone come depositi di memoria. Ancora una volta, come fonte di memoria prospettica, possiamo per esempio chiedere al nostro amico di ricordarci di andare ad un appuntamento particolare, o ad un collega di ricordarci di rispettare le scadenze di consegne lavorative. In questi casi possiamo dire che utilizziamo la memoria di altri individui come una nostra memoria esterna. Possiamo inoltre suddividere memorie e conoscenze all’interno di un gruppo e riferirci a livello teorico al filone di ricerca sulla memoria transattiva (transactive memory). Con questo termine si intende un sistema in cui le informazioni e le conoscenze vengono distribuite tra più individui, in modo che il gruppo (sistema) abbia delle capacità più elevate e abbia un livello di conoscenza più alto rispetto al singolo individuo (Harris et al., 2014; Risko e Gilbert, 2016).

Un ulteriore passo verso la comprensione delle modalità di attuazione di questi comportamenti e delle conseguenze che questi hanno a livello di prestazione, si ritrova nella concettualizzazione metacognitiva del Cognitive Offloading (Dunn & Risko, 2016; Risko & Gilbert, 2016). Gli autori propongono un modello metacognitivo nel quale, a fronte di un problema da risolvere, la decisione riguardante se affidarsi ad elaborazioni interne o scaricare questa elaborazione sul mondo esterno, si basa su una valutazione metacognitiva delle nostre capacità e delle capacità dei sistemi esterni a cui ci affidiamo (il nostro corpo o il mondo). Questa valutazione metacognitiva, sia chiaro, può anche essere errata e distorta e non portare alcun vantaggio a livello concreto. Essa può infatti dipendere dalla nostra pregressa esperienza sulle nostre capacità, sull’efficacia delle strategie comportamentali utilizzate in passato e sul possibile guadagno percepito a livello di tempo, sforzo ed impegno mentale richiesto.

L’accesa discussione su queste tematiche ha portanto anche i ricercatori a soffermarsi su come attualmente utilizziamo la tecnologia (Dror, 2008), sempre più pervasiva e onnipresente nella nostra vita quotidiana, come strumento di scaricamento cognitivo, aprendo ulteriormente diatribe sull’effetto di queste strategie comportamentali sullo sviluppo cognitivo (Carvalho & Nolfi, 2016). Tuttavia questo delicato argomento non verrà trattato nel presente articolo.

Alcuni spunti di riflessione rispetto all’ambito clinico

Dopo questo breve escursus sulla conoscenza di questa affascinante modalità di Cognitive Offloading che la nostra mente utilizza per affrontare la risoluzione di situazioni e problemi quotidiani, ci si potrebbe chiedere quali possibili applicazioni pratiche in campo clinico si possanno attuare.

Nel campo dei disturbi della memoria, a livello neuropsicologico, potremmo far rientrare tutte quelle tecniche che vengono identificate all’interno delle metodologie aspecifiche in campo riabilitativo, come l’adattamento delle condizioni ambientali, l’addestramento all’uso di ausili mnemonici esterni e attivi, che si avvalgono di tutta una serie di elementi (reminders) per “sostituire” e promuovere un funzionamento più funzionale a livello personale, domestico, sociale (Mazzucchi, 2006).

Anche nel campo della psicoterapia cognitivo comportamentale vengono sovente utilizzati strumenti come il diario personale o compiti che richiedono di annotarsi durante la settimana, a seconda dello stato di avanzamento della terapia, pensieri ed emozioni, frasi e appunti che aiutano a supportare processi mnemonici e favorire la persona nel percorso di miglioramento del proprio stato emotivo, cognitivo e sociale.

Ciò fa emergere quanto questi processi di utilizzo finalizzato del mondo esterno siano ormai integrati nel nostro comportamento e quanto siano potenzialmente efficaci, tanto da poter essere utilizzati come strumenti di riabilitazione.

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