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Realtà Virtuale: un nuovo strumento per la diagnosi e il trattamento dei pazienti con ADHD

Attualmente l'interesse per l'utilizzo della Realtà Virtuale in campo diagnostico e terapeutico si sta dirigendo verso diversi disturbi, tra cui l'ADHD.

ID Articolo: 149233 - Pubblicato il: 25 ottobre 2017
Realtà Virtuale: un nuovo strumento per la diagnosi e il trattamento dei pazienti con ADHD
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Nonostante l’utilizzo della Realtà Virtuale sia stato inizialmente sperimentato per la maggior parte sui disturbi fobici, attualmente l’interesse nei confronti di questa interfaccia si sta dirigendo verso altri disturbi, tra cui il Disturbo da Deficit dell’Attenzione dell’Iperattività (ADHD).

Ilaria Perrucci e Stefania Luchesa – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto, PTCR Bolzano

 

Che cos’è la Realtà Virtuale?

Messaggio pubblicitario La realtà virtuale (RV) è uno strumento che permette una forma specifica di comunicazione (Riva, 1999). Attraverso un’interfaccia grafica e la manipolazione di tre variabili quali lo spazio, il tempo, l’interazione è possibile creare una dimensione caratterizzata da un forte senso di realtà, che permette di sperimentare l’esperienza di essere fisicamente presente in un mondo virtuale, al punto da poter interagire con esso, con sensazioni, emozioni e valutazioni tipiche della quotidiana interazione con il mondo. In questo modo il soggetto non è più semplice spettatore di ciò che accade sullo schermo, ma vive la sensazione di un coinvolgimento e di una partecipazione, nonostante quegli oggetti e quegli spazi esistano solo nella memoria del computer e nella mente del soggetto stesso (Botella et al. 1998).

Tipologie di Realtà Virtuale

In relazione al grado di immersione e coinvolgimento si distinguono tre tipologie di Realtà Virtuale, ovvero la Realtà Virtuale Immersiva (RVI), che si caratterizza da una forte sensazione di immersione nello spazio esplorabile visivamente e dalla possibilità di interagire con gli oggetti raffigurati nello spazio virtuale; la Realtà Virtuale Non Immersiva (desktop RV), nella quale manca la sensazione di coinvolgimento poiché il setting non viene percepito come reale; l’Augmented Reality o Realtà Aumentata (RA), che permette di sovrapporre le immagine generate dal computer a quelle reali aumentandone il contenuto informativo.

Molto spesso Realtà Aumentata e Realtà Virtuale vengono utilizzate come sinonimi per indicare la stessa tecnologia, in realtà tra di esse c’è una differenza fondamentale. La Realtà Virtuale è immersiva: i visori devono per forza escludere il mondo esterno. La Realtà Aumentata è progettata per mantenere la connessione dell’utente con il mondo reale, e questo significa che non serve un visore. La realtà aumentata quindi è stata pensata nel tentativo di amplificare i cinque sensi, come se permettesse di “acquisire la vista di un falco, l’udito di un cervo o l’olfatto di un cane” (Cantelmi T., Pensavalli M., Marzocca M., 2014). Alcuni esempi di realtà aumentata sono: VeinViewer, un dispositivo sanitario che proietta le immagini delle vene del paziente sulla sua pelle per aiutare i medici a individuare il punto esatto in cui fare le iniezioni; Word Lens, uno strumento che traduce delle parole attraverso la fotocamera dello smartphone, riconoscendo il testo e poi presentando all’utente un’immagine con la traduzione; HoloLens di Microsoft, prodotto in grado di trasferire alcune funzionalità del computer (es: mail) dallo schermo fisso ad altrove (es: parete, tavolo).

Nascita e applicazioni

Il termine Virtual Reality fu coniato alla fine degli anni ottanta del secolo scorso da Jaron Lanier, uno dei pionieri in questo campo, che ha fondato la compagnia VPL Research (Virtual Programming Languages, “linguaggi di programmazione virtuale”). Dopo pochi anni gli strumenti di realtà simulata iniziano ad essere utilizzati anche nell’ambito psicologico ed allo stesso tempo emergono le prime evidenze scientifiche a favore dell’efficacia del loro impiego, sia per quanto riguarda l’aspetto diagnostico che terapeutico dell’ intervento psicologico.

Posti a confronto con i tradizionali protocolli, gli ambienti di Realtà Virtuale mostrano numerosi vantaggi, in primo luogo, forniscono un contesto protetto per il paziente, dove è possibile sperimentare la situazione temuta, permettendo esperienze altrimenti quasi impossibili. Un’altra importante peculiarità di queste nuove tecnologie consiste nella possibilità di mediare tra lo studio del terapeuta e il mondo reale. In tal senso la Realtà Virtuale può essere usata in seduta e non la sostituisce escludendo gli elementi essenziali alla base di una buona psicoterapia.

Realtà Virtuale nel contesto terapeutico

Perché dunque potrebbe essere utile l’impiego della Realtà Virtuale nel percorso psicoterapico?

L’importanza dell’utilizzo della Realtà Virtuale nel contesto terapeutico è da ricercare nella diade paziente-terapeuta. In tal senso, il paziente ha la possibilità di sperimentare in maniera attiva e immediata le proprie modalità di gestione di emozioni, pensieri e comportamenti. Il terapeuta, a sua volta, ha l’opportunità di intervenire direttamente all’interno del setting per lavorare con il paziente nell’ottica di una maggiore acquisizione di consapevolezza dei propri vissuti e di una gestione più funzionale degli stessi.

Le prime applicazioni della Realtà Virtuale hanno interessato il trattamento delle fobie. L’idea è quella di presentare al soggetto la situazione ansiogena, dandogli la possibilità di stabilire il grado di intensità dell’esperienza, per il tempo necessario a far sì che la sua reazione emotiva si riduca per intensità e si estingua per abituazione.

Nonostante l’utilizzo della Realtà Virtuale sia stato inizialmente sperimentato per la maggior parte sui disturbi fobici, attualmente l’interesse nei confronti di questa interfaccia si sta dirigendo verso altri disturbi, tra cui il Disturbo da Deficit dell’Attenzione dell’Iperattività (DDAI) meglio conosciuta con l’acronimo di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder).

Che cos’è l’ADHD?

L’ ADHD, è uno dei disturbi del neurosviluppo più diffusi (Evans et al., 2006) e studiati (Vitiello e Sherrill, 2007). Esso interessa perlomeno il 7,8% della popolazione in età scolastica (Center for Disease Control, 2005). Molto spesso si sente parlare dell’ ADHD, tuttavia, in Italia esistono ancora numerose ombre su questo disturbo del neurosviluppo, in particolare per quello che concerne la diagnosi. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività costituisce un grave problema in età evolutiva, il quale può compromettere numerose aree dello sviluppo e rendere molto difficoltoso l’inserimento sociale del bambino nei vari contesti, interferendo così, in maniera significativa, con le attività quotidiane dello stesso.

Infatti, molto spesso il frutto del lavoro di un paziente con ADHD risulta essere incompiuto, poco accurato, disorganizzato e disordinato. Le persone con questo disturbo hanno una grande difficoltà a concentrarsi sullo stesso compito per un periodo di tempo prolungato. Mediamente, infatti, i tempi di attenzione nei pazienti con ADHD si aggirano intorno ai 15 minuti. Ragion per cui, tale deficit, costituisce un enorme limite rispetto agli obiettivi prefissati, soprattutto, nei contesti educativo-didattici. Infatti, tra le figure che si trovano a gestire i problemi dell’attenzione e l’iperattività e le difficoltà ad essi annesse, si trovano principalmente insegnanti, genitori, psicologi dell’età evolutiva e neuropsichiatri infantili. I segni più evidenti di questi problemi sono lo scarso autocontrollo dei propri comportamenti motori che si esplica pertanto, in una forte iperattività motoria, l’elevata distraibilità e l’impulsività. Tali problemi, pertanto, costituiscono i sintomi primari dell’ ADHD (American Psychiatric Association, 2000).

Attualmente esistono valide ed efficaci strategie di intervento che hanno origine dalla terapia cognitivo comportamentale e che possono notevolmente ridurre le manifestazioni del problema, aiutando a favorire le relazioni interpersonali dei pazienti nonché aumentarne i risultati accademici positivi, potenziando così la loro autostima.

Perché la Realtà Virtuale può costituire un nuovo strumento per la diagnosi e il trattamento dei pazienti con ADHD?

La risposta a questa domanda risiede nelle caratteristiche stesse della Realtà Virtuale, ovvero poiché permette di costruire degli scenari di esercizio in cui si controllano tutti i parametri. In tal senso una delle cose fondamentali è quella di misurare ciò che si fa, misurare la complessità degli esercizi che si propongono e di conseguenza di misurare i risultati di quello che i pazienti fanno.

La realtà Virtuale nella diagnosi dell’ ADHD

Per quanto riguarda la diagnosi dell’ ADHD essa si basa sulla raccolta anamnestica delle informazioni relative al bambino, nonché sulle osservazioni degli insegnati nel contesto scolastico e sulle osservazioni dei genitori all’interno delle dinamiche famigliari. Questo perché all’interno del DSM-5 è specificato che il disturbo deve essere pervasivo, pertanto presente, in almeno due contesti. Tuttavia, se per altri disturbi del neurosviluppo sono stati messi a punto numerosi test diagnostici, per l’ ADHD non esistono sufficienti strumenti di assessment in grado di determinare con accuratezza la presenza del disturbo.

A tal riguardo un particolare strumento impiegato frequentemente nei contesti sperimentali, l’Eye-Tracking, in applicazione alla Realtà Virtuale, potrebbe rappresentare una svolta decisiva per la valutazione dell’ ADHD, in quanto fornirebbe specifici marcatori fisiologici, i movimenti oculari involontari, in grado di stabilire con maggiore accuratezza la presenza o assenza del disturbo. La tecnica Eye-Tracking grazie alla registrazione della dilatazione e della contrazione delle pupille, consente di realizzare un effettivo tracciamento oculare che definisce l’intero percorso effettuato dall’occhio durante la visione. Pertanto, lo strumento permette di individuare dove è orientato lo sguardo e con quale livello di attenzione si sta osservando un oggetto o una scena.

Un studio pubblicato su Vision Research da alcuni ricercatori dell’università di Tel-Aviv ha evidenziato come i movimenti oculari involontari riflettano in maniera accurata la presenza dell’ ADHD così come è possibile ottenere dei benefici dalla loro stimolazione.

Hanno preso parte alla ricerca due gruppi di 22 adulti, un gruppo di soggetti con ADHD e un gruppo di controllo quindi senza ADHD, sottoposti ad un test computerizzato, volto alla diagnosi dell’ ADHD, chiamato TOVA (Test of Variables of Attention) e monitorati da un sistema eye-tracking che misurava i movimenti oculari involontari. Il primo gruppo con ADHD ha effettuato dapprima il test senza l’utilizzo del farmaco ed in un secondo tempo dopo aver assunto il Metilfenidato. Il secondo gruppo costituisce il controllo.

Dai risultati è emersa una forte correlazione tra ADHD e incapacità di sopprimere i movimenti oculari in corrispondenza di stimoli visivi. La ricerca, inoltre, ha messo in luce un miglioramento della performance dei partecipanti che hanno assunto il Metilfenidato, i quali hanno normalizzato la soppressione dei movimenti oculari involontari al livello del gruppo di controllo.

Pertanto, secondo il capo gruppo della ricerca, il Dr. Moshe Fried, il nuovo metodo potrà costituire una nuova frontiera economica e quindi accessibile agli esperti del settore.

L’utilizzo della Realtà Virtuale nel trattamento dell’ ADHD

Messaggio pubblicitario Per quanto riguarda la riabilitazione delle funzioni cognitive, ci sono degli esercizi per focalizzare l’attenzione su un determinato stimolo, per migliorare la capacità di inibire le informazioni esterne all’oggetto interessato, per potenziare le abilità visuo-spaziali e per implementare le abilità di pianificazione. In particolare, è possibile potenziare l’individuazione, la discriminazione, il riconoscimento, la sequenza e l’attenzione uditiva così da consentire alla persona di selezionare e di attribuire un significato ai suoni che sente; incrementare quel processo cognitivo che consente di focalizzare l’attenzione su di una ristretta gamma di stimoli, garantendo un’elaborazione di tali informazioni più accurata ed efficiente. Infine rafforzare il processo cognitivo che consente di mantenere l’attenzione per un tempo prolungato potenziandone la dimensione temporale.

Fin ad oggi il trattamento dei disturbi del neurosviluppo, come l’ ADHD, pone in rilievo l’adozione di un approccio metacognitivo, in grado di promuovere una maggiore consapevolezza del funzionamento della persona, al fine di favorirne una migliore regolazione interna ed un più efficace automonitoraggio emotivo. Le nuove tecnologie di Realtà Virtuale, pertanto, possono corroborare gli interventi cognitivi-comportamentali e psicoeducativi. Esse permettono di fornire alla persona un feedback dell’entità del proprio lavoro e solamente attraverso la consapevolezza dell’errore si può attuare una condotta correttiva migliorativa. Quindi il paziente piccolo o adulto è sempre molto ingaggiato in questa gara contro se stesso poiché ha sempre la possibilità di migliorarsi, con esercizi sempre nuovi che garantiscono il mantenimento di una buona motivazione.

Inoltre, alla base della riuscita degli interventi psicoeducativi e terapeutici adottati per il trattamento dell’ ADHD, la parola chiave è gratificazione. Infatti, gli ambienti di Realtà Virtuale essendo un setting protetto fornirebbero la possibilità di inserire il bambino in un ipotetico contesto scolastico nel quale poter lavorare sugli aspetti critici manifestati quotidianamente in classe. I vantaggi pertanto sarebbero principalmente due: in primo luogo, si ottimizzerebbero i tempi di applicazione del rinforzo; secondariamente il terapeuta, essendo concentrato sul singolo minore, avrebbe la possibilità di gratificarlo in maniera efficace.

Conclusioni

Partendo dai dati della letteratura scientifica, il trattamento ideale per l’ ADHD risulta essere di tipo multimodale, ovvero un tipo di trattamento che implica il coinvolgimento indiretto di scuola e famiglia e diretto del bambino stesso, oltre che in alcuni casi, l’utilizzo di un farmaco. Per questo motivo, prevedere all’interno di un percorso diagnostico-riabilitativo l’inclusione delle tecnologie di ultima generazione consentirebbe un approccio integrato ad un disturbo articolato e complesso, che necessità di un assessment adeguato e di un trattamento altrettanto sofisticato.

Attualmente nel panorama scientifico non sono presenti sufficienti dati che affermano l’efficacia di strumenti in grado di porre diagnosi accurate di ADHD. Pertanto, nonostante esista una maggior conoscenza in merito alle modalità di intervento, sarebbe opportuno approfondire le ricerche circa l’applicazione delle nuove tecnologie di Realtà Virtuale coadiuvate al processo diagnostico standard, poiché con un assessment adeguato è possibile strutturare trattamenti personalizzati per il singolo paziente.

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