Adolescenti e mediazione parentale nell’utilizzo della Rete

La mediazione parentale nell' utilizzo di internet può fare da ‘effetto cuscinetto’ rispetto ai rischi in cui gli adolescenti potrebbero incorrere online

ID Articolo: 149143 - Pubblicato il: 26 ottobre 2017
Adolescenti e mediazione parentale nell’utilizzo della Rete
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Negli anni in cui i nativi digitali sono alla seconda generazione non si può non considerare come e quale impatto possa avere l’utilizzo di Internet su bambini e adolescenti; la letteratura fa una disamina delle principali strategie di mediazione parentale che i genitori possono impiegare per monitorare le attività dei figli durante l’ utilizzo di internet.

 

Messaggio pubblicitario Secondo dati Audiweb aggiornati a Giugno 2017, 43 milioni di italiani dagli 11 ai 74 anni ha accesso a Internet da qualsiasi luogo o strumento, che sia da casa o in mobilità, da tablet o da pc.

Quello che ci viene mostrato è un quadro che definisce molto chiaramente come Internet sia uno strumento diffuso a 360° tra la popolazione, dai più piccoli alle casalinghe fino ad arrivare agli over 70. Pervasivo anche perché presente su differenti device, dagli smartphone alle smart tv fino ad arrivare alle console per videogiochi. Inoltre, i dati ci mostrano come per tutte queste categorie l’utilizzo sia in aumento rispetto ai dati dell’anno precedente. Quello che appare maggiormente esposto è il segmento di popolazione dei più giovani: gli studenti di scuole medie e superiori presentano un tasso di penetrazione superiore al 98%, per cui la quasi totalità dei giovani nella fascia 11-17 anni ha accesso e fa un abituale utilizzo di Internet; genere, città di appartenenza e area geografica non sono discriminanti.

Adolescenti e utilizzo di internet: i rischi per la salute mentale

Non passano inosservati i potenziali rischi che questa diffusione così capillare dell’ utilizzo di internet può comportare sulla salute mentale degli adolescenti. Come osservato da George e colleghi (2017) gli adolescenti passano molte ore al giorno connessi e diverse ipotesi sono state formulate su quanto questa iperconnessione possa fare da trigger o, viceversa, possa riflettere sintomi relativi alla salute mentale. Tanto tempo speso online può favorire fenomeni di isolamento sociale o depressione, quanto può invece essere espressione di problematiche pre-esistenti che trovano online il luogo in cui riflettersi ed esprimersi con maggiore chiarezza o dove, addirittura, possono essere esacerbate nel medio o lungo termine.

D’altro canto, la presenza online può essere legata a carenze in competenze sociali, carenze che si cerca di eludere attraverso l’utilizzo di comunicazione mediata dalle tecnologie. In questo quadro variegato, gli Autori riconoscono la possibilità di modelli in cui l’associazione fra tempo speso online e salute mentale può essere bidirezionale, per cui le attività online possono avere ricadute negative su adolescenti già a rischio ma, come lo studio stesso porta alla luce, possono anche portare a effetti positivi, come la riduzione di sintomi di ansia e depressione. Le analisi degli Autori mostrano una correlazione tra queste ultime e il tempo speso online: maggiore è il numero di ore connessi e minore è la presenza di sintomi depressivi o di ansia.

Quello che sottolineano gli Autori è che la presenza online ha avuto non solo un’impennata negli ultimi anni, dovuta perlopiù allo sviluppo di nuove tecnologie, ma anche una variazione nella tipologia di partecipazione che le tecnologie adesso richiedono e sollecitano: solo dieci anni fa quasi tutte le ricerche su queste tematiche erano orientate allo studio di tecnologie che potremmo definire di fruizione passiva (tv o videogiochi violenti) mentre adesso social media, giochi e attività on line prevedono l’interazione con altri, la condivisione e la partecipazione attiva a ciò che viene pubblicato e condiviso, portando gli utenti ad essere attori, e non solo spettatori, di ciò che avviene nel mondo virtuale.

Non si tratta di una implicazione da poco perché può dar luogo a due fenomeni: da un lato la mutua interazione tra utenti permette l’espressione e lo sviluppo di aspetti del sé, di relazioni in attività condivise e di modalità nuove di apprendimento e divertimento, dall’altro la connessione può includere la partecipazione di figure parentali (e adulte in generale) con una nuova funzione di mediazione e controllo rispetto a ciò che avviene nell’ambiente virtuale. Online i più piccoli e gli adolescenti possono essere esposti a rischi diretti, come cyberbulling, contenuti violenti, di natura pornografica o in generale non adatti, o rischi indiretti, come la diffusione di dati personali ad uso commerciale o di malintenzionati.

La mediazione parentale sull’ utilizzo di internet

L’analisi della letteratura (e.g. Collier et al., 2016; Symons et al., 2017) fa una disamina delle principali strategie di mediazione parentale che i genitori possono impiegare per monitorare le attività dei figli durante l’ utilizzo di internet.

Viene chiamata mediazione parentale attiva la spiegazione ed interpretazione dei contenuti da parte dei genitori: un commento sul comportamento di un personaggio, una domanda su come viene vista una situazione, una opinione su ciò che si fruisce, volti a sviluppare il pensiero critico nel ragazzo; la mediazione parentale restrittiva riguarda le limitazioni su tempo speso e contenuti cui i figli possono accedere, anche adoperando sussidi tecnologici che permettono di monitorare l’ utilizzo di internet e/o limitarne l’uso; infine, la mediazione tramite supervisione e co-utilizzo che consiste nel monitorare il figlio quando è connesso e/o utilizzare Internet insieme a lui.

Messaggio pubblicitario Secondo la meta analisi condotta da Collier e colleghi (2016), la mediazione parentale ha un effetto di filtro su contenuti e di moderazione su eventuali outcome negativi. Gli Autori hanno analizzato 57 studi e preso in considerazione per ogni stile di mediazione parentale diverse variabili su cui la letteratura ha mostrato solido interesse: il tempo speso on line, in assoluto e relativo a specifici contenuti (aggressivo, educativo, ecc.), è quello che si è mostrato più significativamente legato alla mediazione parentale, seguito da comportamento aggressivo (verbale, fisico, relazionale), abuso di sostanze (alcol, tabacco, droghe) e infine da comportamenti legati alla sfera sessuale (sesso prematuro, promiscuità, ecc.).

Anche dal lavoro di Symons e colleghi (2017) emerge come la mediazione parentale può fare da ‘effetto cuscinetto’ rispetto a questi rischi. Nel loro studio gli Autori hanno indagato le strategie messe in campo da parte di genitori di adolescenti di 13-17 anni nel rapporto con l’ utilizzo di Internet. Le prime difficoltà avvertite dai genitori riguardano i confini e la sovrapposizione di diversi aspetti della vita dei propri figli, aspetti che contemporaneamente vengono messi in gioco anche nelle interazioni online. Se da un lato viene riconosciuta l’importanza e la centralità della vita online dei ragazzi, dall’altro le preoccupazioni riguardano come i ragazzi si comportano, quali informazioni rendono pubbliche, con quali persone si relazionano e cosa questo comporta per esempio in termini di reputazione o di distrazione dalle attività offline. D’altro canto vengono riconosciuti anche i benefici del mondo virtuale come strumento di apprendimento e supporto alle attività scolastiche e alle relazioni con i compagni.

La mediazione parentale avviene online ‘connettendosi’ agli account dei ragazzi e diventando ‘amici’ nei social network e offline adottando uno stile di comunicazione aperto al confronto e al dialogo su ciò che avviene online, accompagnato da uno stile genitoriale tendenzialmente disponibile e un clima educativo di apertura e comprensione.

Una delle difficoltà incontrate dai genitori è modellare le diverse strategie in base all’età: col passare degli anni la spinta all’autonomia è sempre più sentita dagli adolescenti quanto dai genitori che comprendono il bisogno di spazi in cui il ragazzo possa sentirsi indipendente e libero nell’esplorazione.

Come sottolineano gli Autori, le tipologie di mediazione parentale variano di efficacia man mano che il bambino diventa adolescente: modalità restrittive e coercitive vengono vissute come positive linee guida dai più piccoli, ma come obblighi dai più grandi. Questi ultimi vivono una fase dello sviluppo in cui l’autorità parentale non viene più riconosciuta come negli anni precedenti soprattutto su alcuni domini della sfera personale come le amicizie e, in generale, tutto ciò che è determinato e ha conseguenze che riguardano l’ adolescente nella sua individualità.

I media sono agenti di socializzazione quanto le figure parentali, agenti che veicolano credenze e comportamenti nel percorso di crescita dei piccoli come degli adolescenti. Negli anni delicati della formazione il supporto parentale aiuta a creare il frame attraverso il quale le esperienze vengono interpretate, l’autonomia viene consolidata assieme all’auto-regolazione e al senso critico e in cui vengono sperimentate esperienze decisive con i pari.

Compito di chi segue la crescita dei ragazzi è guidare verso un utilizzo consapevole dei mezzi digitali attraverso un percorso che va dal fissare regole e limitazioni sensate allo sviluppo di un senso critico che porti verso scelte consapevoli, mature e responsabili.

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