Neuropsicologia dell’inconscio – Integrare mente e cervello nella psicoterapia (2017) di Efrat Ginot – Recensione del libro

Il volume 'Neuropsicologia dell’ inconscio' è impegnativo ma rende possibile contemplare in psicologia un’ottica integrativa, curiosa e capace di dialogare.

ID Articolo: 148363 - Pubblicato il: 22 settembre 2017
Neuropsicologia dell’inconscio – Integrare mente e cervello nella psicoterapia (2017) di Efrat Ginot – Recensione del libro
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Mi incuriosisce il fatto che in Neuropsicologia dell’ inconscio ci siano alcuni termini a me noti e mi interessa capire come vengono utilizzati in un approccio differente da quello cognitivo e cognitivo-comportamentale.

 

Messaggio pubblicitario Scelgo di recensire il testo della Ginot, Neuropsicologia dell’ inconscio, in preda al terror vacui nel vedere l’agenda vuota per tutto il mese di agosto. Mi faccio recapitare il libro, lo osservo velocemente e mi pento immediatamente della scelta fatta. Non sono assolutamente esperta né di neuropsicologia, né tantomeno di inconscio. Che competenze ho per valutare questo lavoro? Leggo la prefazione di Allan Shore, ricercatore e psicanalista statunitense, autore di numerosissime pubblicazioni, e confermo la mia idea. Scriverò alla redazione un sentito mea culpa, chiedendo di affidare a una persona più esperta questo incarico. Già, perché la prefazione parla di rimozione, trasfert-controtransfert, cervello destro e risulta poco comprensibile a chi non abbia dimestichezza con questi concetti. Figuriamoci a me, che se avevo una certezza sulle neuroscienze era ciò che mi diceva una collega ricercatrice, che non si parla più tanto di “aree deputate”, quanto di reti e connessioni.

Do un’altra possibilità alle mie di connessioni, provando a vedere se andando avanti riesco a capirci qualcosa. Efrat Ginot, psicologa e psicanalista, lavora come libera professionista a New York, insegna all’Institute for Contemporary Psychotherapy e collabora come supervisore al Fifth Avenue Center For Counseling and Psychotherapy.

Inaspettatamente, all’inizio del lavoro ho una sensazione di famigliarità quando leggo:

Il termine rimozione, per esempio, e più recentemente quello di dissociazione, vengono spesso usati per descrivere le funzioni difensive dell’ inconscio dinamico

O ancora quando leggo:

Si pensa che la persistenza di pattern ripetuti che non aiutano più l’individuo a ottenere ciò che desidera consapevolmente sia determinata da conflitti irrisolti, dalla fedeltà del paziente alle figure di attaccamento interiorizzate o da un “bisogno” inconscio di ripetere tali comportamenti per mantenere le connessioni Sé-oggetto che portano a un senso di benessere” (pag. 4).

Mi incuriosisce il fatto che in Neuropsicologia dell’ inconscio ci siano alcuni termini a me noti e mi interessa capire come vengono utilizzati in un approccio differente da quello cognitivo e cognitivo-comportamentale in cui sono formata.

Neuropsicologia dell’ inconscio: i temi trattati nel libro

Nell’introduzione di Neuropsicologia dell’ inconscio vengono forniti alcuni concetti necessari a comprendere il lavoro della Ginot. Si sottolinea la tendenza a considerare l’ inconscio come una struttura dinamica, non più solo custode di contenuti rimossi o inaccessibili, ma anche insieme di

reti neurali interconnesse costituite da affetti innati, dall’apprendimento condizionato che hanno prodotto, da una miriade di difese automatiche e dalle innumerevoli associazioni tra di esse” (pag. 8).

Di qui la definizione di inconscio dinamico.

Viene sottolineata la centralità delle regioni sottocorticali (gangli basali e cervelletto), ma non senza le relative connessioni con diverse aree. Non esiste quindi un’area del cervello che possiamo disegnare, colorare e scriverci vicino “Inconscio”, anzi “Freud”, se volessimo seguire l’esempio di Broca o Wernicke. E l’inconscio manco è così recondito come lo immaginavo io. Infatti l’autrice parla di continuum conscio-inconscio, che insieme al continuum rigidità-flessibilità rende comportamenti, emozioni e cognizioni più o meno consapevoli, più o meno accessibili in terapia, più o meno conosciuti dall’individuo.

È inevitabile che mi venga in mente, leggendo Neuropsicologia dell’ inconscio un certo parallelismo con modalità di azione e interazione automatiche di alcuni pazienti, ma non voglio peccare di riduzionismo e quindi tengo a bada le mie già provate connessioni.

Il secondo capitolo si focalizza sui fondamenti neuropsicologici della paura e dell’ansia, analizzando quindi nel dettaglio il ruolo dell’amigdala: la sua attivazione determina apprendimenti sulla minaccia alla propria sicurezza, talmente primitivi e rapidi da risultare inconsci.

Per di più, una via diretta all’amigdala, al di fuori della consapevolezza, favorisce l’impiego di pattern difensivi in risposta a stimoli sensoriali o percettivi anche molto deboli (Ohman, 2009). Questi meccanismi influenzano tutti gli aspetti della nostra vita adulta, a livello emotivo, comportamentale e delle interazioni sociali. Percepiamo gli stimoli, interpretiamo gli eventi e ci comportiamo in un certo modo senza sapere perché. Tale programma emotivo viene eseguito anche contro la volontà” (pag. 73).

Messaggio pubblicitario Nei capitoli seguenti di Neuropsicologia dell’ inconscio vengono illustrate le manifestazioni dell’ inconscio, ovvero la messa in atto di mappe inconsce che si esprimono attraverso agiti inter e intrapersonali, dando luogo a esperienze sempre più accessibili e consapevoli. In terapia questi pattern sono ancora più evidenti nelle resistenze al cambiamento e nella tendenza dei pazienti a riproporre comportamenti dannosi, che però sono noti e vengono applicati in automatico (o meglio, inconsciamente). Ma non solo: anche la definizione di sé e la lettura della propria storia di vita vengono plasmati da apprendimenti scritti in mappe neurali inconsce.

In ambito psicopatologico, il volume da spazio all’esemplificazione delle mappe inconsce nel disturbo narcisistico di personalità. Uno su tutti per descrivere la complessa realtà dei disturbi di personalità, scelto probabilmente anche per i notevoli risvolti in termini di transfert e controtransfert, che vengono rapidamente descritti.

Successivamente, in Neuropsicologia dell’ inconscio, viene dedicato un capitolo sulla terapia, troppo breve per essere esaustivo (e nemmeno è lo scopo del libro), che accenna ai momenti di insight del paziente, alla gestione del continuum rigidità-flessibilità e alla necessità di lavorare verso l’integrazione di affetti e cognizioni.

Dal momento che emozione e cognizione sono così strettamente intrecciate, esercitare la riflessività durante uno stato emotivo che compromette il benessere di un individuo può aiutare a ripristinare l’equilibrio tra le due (…). Divenendo più regolati, i comportamenti automatici e le emozioni non assumono più il controllo dell’intera esperienza cosciente di un individuo. Si guadagna maggiore prospettiva, il che può aiutare un individuo a calmarsi. A loro volta, stati più regolati possono influenzare la qualità dell’attenzione e dei processi cognitivi, nello specifico il livello di pensiero negativo” (pag. 233).

A me continua a venire in mente che la condivisione della concettualizzazione del caso con il paziente e la restituzione del suo funzionamento abbiano qualcosa in comune con quello che sto leggendo. Che sia come uno spiegargli ciò che finora ha fatto “in automatico”, specie se nel farlo contempliamo il pattern di attaccamento e le modalità che utilizza ora (su di sé e sugli altri) per evitare stati d’animo dolorosi o giudizi intollerabili su di sé. Lungi dall’essere la stessa cosa, sia chiaro, ma mi sembra che ci sia la possibilità di un confronto anche a partire da prospettive differenti. Che quando siamo nel nostro studio con il paziente siamo poi tutti di questa terra.

L’autrice di Neuropsicologia dell’ inconscio si sofferma anche sulla necessità di una terapia di lunga durata, citando studi di efficacia nel lungo termine, e affermando che il lavoro sull’ inconscio è troppo lungo e articolato per pensare che bastino poche sedute per ottenere risultati. La terapia cognitivo comportamentale viene descritta come breve e focalizzata sul sintomo: questa cosa mi crea un po’ di sconcerto e mi riporta nella realtà, dove si mantiene quella tendenza a competere più che a comprendere. Infine, viene dedicato un capitolo alla trasmissione intergenerazionale del trauma, anche qui si evidenzia come le mappe inconsce saranno pressoché inevitabilmente segnate dall’esperienza traumatica del genitore.

Il volume Neuropsicologia dell’ inconscio è impegnativo, ma lo stile di scrittura è piuttosto scorrevole. Sebbene un collega di formazione analitica possa apprezzarlo a pieno, il testo è comprensibile a chiunque operi nell’ambito. Alcuni argomenti meritano un approfondimento ulteriore, la scelta dei contenuti da trattare avrebbe potuto essere più lineare. Alla fine, l’insegnamento più grande per una profana di inconscio come me, è che al di là della frammentarietà tipica della nostra scienza, è possibile anche contemplare un’ottica integrativa, curiosa e capace di dialogare a ampio raggio nel rispetto delle differenze individuali.

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Bibliografia

  • Ginot Efrat (2017). Neuropsicologia dell’ inconscio – Integrare mente e cervello nella psicoterapia. Raffaello Cortina Editore, Milano
  • Ohman, A. (2009). Human fear conditioning the amygdala. In Whalen, P.J., Phleps, E.A. (a cura di), The Human Amygdala. Guilford Press, New York, pp. 118-154.
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