L’immagine corporea nell’obesità e l’insoddisfazione per il proprio corpo

Persone con obesità solitamente presentano insoddisfazione per la propria immagine corporea, anche per le pressioni sociali e culturali.

ID Articolo: 147750 - Pubblicato il: 01 settembre 2017
L’immagine corporea nell’obesità e l’insoddisfazione per il proprio corpo
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Persone con problematiche di obesità riporterebbero grandi livelli di insoddisfazione riguardo la propria immagine corporea (Sarwer, Thompson, Cash, 2005). Quest’ultima si genererebbe a partire dallo specifico contesto in cui questi soggetti sono situati. Oltre alle ovvie complicanze fisiche, anche il contesto sociale assume un ruolo fondamentale. 

Alessandro Zucchetti, Giorgia Cipriano

 

Immagine corporea e schema corporeo: due dimensioni intrecciate

Messaggio pubblicitario Il concetto di immagine corporea è piuttosto complesso e richiede delle precisazioni preliminari. Le prime definizioni risalgono a Paul Ferdinand Shilder, psicologo austriaco che nel 1935 definisce l’immagine corporea come “l’immagine del corpo che formiamo nella nostra mente, il modo in cui il corpo appare a noi stessi”.

Un altro importante studioso in questo campo, Slade (1988), la definisce come
l’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo”.

In questo modo l’immagine corporea diventa un concetto dimensionalmente vario rispetto alla prima definizione di Shilder, in cui componenti percettive, attitudinali, affettive e comportamentali si intrecciano tra di loro.

Più recentemente, Cash (2002) parla dell’immagine corporea come un “insieme di percezioni e atteggiamenti di ciascuno collegati al proprio corpo, tra cui pensieri, convinzioni, sentimenti e comportamenti”. L’autore, seguendo una prospettiva cognitivista, distingue tra body image evalutation e body image investiment (Cash, 2002). Nel primo caso si parla della soddisfazione o insoddisfazione per il proprio aspetto, che deriverebbe dalla discrepanza o meno tra percezione del proprio corpo e ideali estetici riguardo esso. Nel secondo caso invece si fa riferimento all’importanza psicologica che gli individui danno al proprio aspetto fisico.

Alla luce di ciò, è importante però sottolineare come il concetto di body image venga, in questo modo, considerato in maniera prevalentemente riflessiva, inerente a ciò che il soggetto pensa riguardo a tale concetto. Come si genera dunque tale insieme di immagini? Qual è l’origine affinchè la corporeità possa venire pensata? E’ necessario a questo punto distinguere tra body image e body schema. All’inizio del XX secolo Bonnier (1905) fa di quest’ultimo concetto un rimando alla percezione immediata, spaziale, orientativa del nostro corpo. In tale prospettiva si muoveranno poi gli studi sulla fenomenologia della percezione di Maurice Merleau-Ponty (1945), il quale, accantonando da un lato l’idea del corpo oggetto (korper) e dall’altro il soggettivismo tale per cui la rappresentazione del proprio corpo nascerebbe da una mente osservabile in maniera a sé stante, giunge alla definizione chiasmatica di chair, corpo vissuto, l’essere-sempre-mio del corpo, in cui propriocezione sensoriale e rappresentazione psicologica si confondono in maniera inestricabile.

Secondo Gallagher (2005) body schema origina proprio da quella dimensione propriocettiva, tale per cui l’immagine corporea (body image) sarebbe da pensare come a una appropriazione, un coglimento cognitivo di una dimensione che sarebbe già in atto, già presente. Questa differenza emerge in maniera evidente in particolare in alcune patologie. Secondo l’autore:

Penso che l’immagine corporea coinvolga un livello personale di esperienza del corpo. Normalmente esperisco il corpo come il mio. Esistono però patologie in cui ciò non accade [come] in alcuni casi di anosognosia […]. Il senso di proprietà, o il fallimento di questo senso in una particolare parte del corpo può essere basato su un mancato feedback sensoriale” (Gallagher, 2005. Traduzione mia)
In questa direzione, le rappresentazioni mentali che possiamo avere riguardo al nostro corpo sono generate da un’esperienza incarnata e costantemente agita.

Immagine corporea e obesità

Fatte certe premesse il concetto di body image viene inquadrato come un fatto non esclusivamente psicologico ma in continuità con l’esperienza sensoriale corporea, situazionale, emotiva, in cui i soggetti si trovano a vivere.

Persone con problematiche di obesità riporterebbero grandi livelli di insoddisfazione riguardo la propria immagine corporea (Sarwer, Thompson, Cash, 2005). Quest’ultima si genererebbe a partire dallo specifico contesto in cui questi soggetti sono situati. Oltre alle ovvie complicanze fisiche, anche il contesto sociale assume un ruolo fondamentale. In una società in cui è posta l’enfasi sulla magrezza estrema, su standard di vita lontani dalla quotidianità e dalle reali possibilità di esistenza, vengono ad essere interiorizzati modelli che finiscono quasi con il demonizzare tutto ciò che vi si discosta.

Secondo il Modello Tripartito di Influenza (Thompson et al., 1999; Kerry, van den Berg, Thompson, 2004; in Nerini, Stefanile & Mercurio, 2009) esisterebbero tre fonti primarie nello sviluppo delle problematiche legate all’immagine del proprio corpo: il gruppo dei pari, la famiglia e i mass media. I modelli sociali, lungi dall’essere relegati soltanto all’ambito della comunicazione mediatica (sebbene in questo campo possano trovare la loro sorgente principale) si intrecciano in numerosi altri ambienti sociali, finendo ad influenzare possibilità e aspettative.

Si rende così il terreno fertile a situazioni di diniego, derisione, rifiuto nei riguardi di ciò che il contesto culturale non considera adeguato: nel caso dell’obesità, numerosi studi legano esperienze di discriminazione legate al peso durante l’infanzia ad un aumento dell’insoddisfazione dell’immagine corporea nell’adulto (Jackson, Grilo, Masheb, 2000). Coerentemente con la distinzione tra body image/schema, è sensato ipotizzare che il soggetto viva uno scarto, generalmente piuttosto ampio, tra le richieste di accettabilità da parte del contesto sociale (dalla famiglia alla cultura più in generale) e le condizioni pre-noetiche (Gallagher, 2005) che il soggetto, a causa principalmente del peso ma non solo, si trova a esperire.

Sebbene la distribuzione di obesità tra uomini e donne sia piuttosto simile, le donne sarebbero molto più soggette degli uomini a percepire insoddisfazione nell’ immagine corporea rispetto agli uomini. Le donne con problematiche di obesità riporterebbero da moderato a estremo imbarazzo in situazioni sociali, dal lavoro ai contesti meno formali (Sarwer, Thompson, Cash, 2005).
In questi pazienti è evidente inoltre come un calo del peso si accompagni, solitamente, ad un miglioramento dell’ immagine corporea, e come d’altro canto la situazione opposta ne aumenti l’insoddisfazione (Sarwer, Grossbart, Didie, 2001). Tuttavia, questa situazione non è stata sempre confermata da altri studi (Sarwer, Thompson, Cash, 2005).

E’ interessante constatare che alcuni studi non hanno trovato particolari correlazioni tra l’insoddisfazione dell’  immagine corporea e l’indice di massa corporea (BMI) in donne obese e sovrappeso. D’altro canto non tutte le persone obese sembrano nutrire elevata insoddisfazione nei confronti della propria immagine corporea, dato quello che emerge ad esempio nel confronto tra donne statunitensi caucasiche e afroamericane dove queste ultime risulterebbero possedere immagini corporee meno negative delle prime (Celio, Zabinski, Wifley, 2002).

In un altro studio (Cash, Counts, Huffine, 1990) è emerso come non sempre la perdita di peso si correli a un miglioramento dell’ immagine corporea. Gli autori hanno definito questo fenomeno phantom fat, che sottolineerebbe la necessità di valutare insoddisfazioni riguardo la propria immagine corporea di questi pazienti in maniera più approfondita.

In queste persone il peso risulta possedere un ruolo centrale nel modellamento dell’ immagine corporea, ma non per questo isolabile da altri fattori esperienziali e contestuali.

Variazioni socioculturali

Stice, nel 2002, dimostrò come le variabili socioculturali influenzino la percezione della propria immagine corporea. Nel 2004, con il Modello Tripartito di Influenza, Thompson e colleghi individuarono nei pari, nei genitori e nei mass media la causa dell’influenza che rinforzerebbe l’attuale standard irrealistico di bellezza collegato, alla straordinaria enfasi alla magrezza, influenzando così la percezione distorta della propria immagine corporea.

Messaggio pubblicitario Sono state effettutate numerose ricerche che valutano le differenze socio culturali sull’ obesità e la percezione dell’ immagine corporea; in particolare lo studio di Lopes de Sousa (2008) ha evidenziato come età, genere, livello socioeconomico e depressione influiscano sulla percezione distorta dell’ immagine corporea negli adolescenti, mentre il livello di scolarità, l’ attività o l’inattività fisica e il successo scolastico non incidano. In un interessante studio di Parker et al. (1995) è risultato come adolescenti femmine americane bianche e afroamericane differiscano in maniera antitetica rispetto alla percezione dell’ immagine corporea: in tal senso emerge come questi ultimi nonostante abbiano un peso nella norma o siano in sovrappeso percepiscano se stesse come più magre rispetto a quello che in realtà sarebbero. D’altro canto adolescenti bianche sembrano percepirsi con un peso maggiore. Se ne può dedurre che l’appartenenza a culture in parte differenti contribuisca a generare differenti percezioni nei confronti della propria immagine corporea. In uno studio più recente (Puoane, Tsolekile, Steyn, 2010) emerge come un terzo del campione di donne afroamericane intervistate (60 soggetti) abbia maggiori preferenze nei confronti di una corporeità più robusta motivata principalmente da un maggiore bisogno di forza fisica e associata ad una maggiore rispettabilità sociale rispetto ad una magrezza eccessiva. D’altro canto l’eccessiva magrezza veniva collegata dai soggetti a problematiche di salute come l’HIV o l’AIDS.

L’argomento resta in ogni caso complesso poiché non tutti gli studi sembrano andare nella stessa direzione (Flynn, Fitzghibbon, 1998) e sono necessari approfondimenti e studi più aggiornati.

Sviluppi futuri

Sosteniamo che il concetto di immagine corporea risulti essere un costrutto di grande valore nell’approfondimento degli aspetti psicologici annessi all’ obesità, che tuttavia richiede di ulteriori studi in direzione soprattutto di una chiarificazione concettuale di un tema così complesso.

 

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Bibliografia

  • Bonnier P. (1905), L’Aschematie. Revue neurologique, 13, 605-609
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  • Flynn KJ, Fitzgibbon M. (1998). Body immane and Obesity risk among black females: a review of the literature. Ann. Behav. Med.; 20(1); 13-24.
  • Gallagher, S. (2005). How the Body Shapes the Mind. New York: Oxford. University Press
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  • Molinari, E., Morosin, A., & Riva, G. (1995). ALESSITIMIA E PSICOPATOLOGIA IN UN CAMPIONE CLINICO DI SOGGETTI OBESI. Minerva Psichiatrica, 36(3), 133-138.
  • Parker S., Nichter M., Nichter M., Vuckovich N., Sims C. & Ritenbaugh C. (1995). Body immane and weight concerns among African American and White Adolescent female: differences that make a difference. Human organization vol 54, n° 2 pp 103-114.
  • Puoane T., Tsolekile L., Steyn N. (2010). Perceptions about body image and sizes among black african girls living in Capetown. Ethnicity & disease volume 20.
  • Sarwer DB, Wadden TA, Foster GD. Assessment of body image dissatisfaction in obese women: specificità, severity and clinical significante. J. Consult Clin Psychol 1998;66(4) 651-4.
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  • Slade PD. Body image in anorexia nervosa. Br J Psychiatry Suppl. 1988 Jul;(2):20-2
  • Schilder P. (1935). The Image and Appearance of the Human Body. London: Kegan Paul (2002). Body image: A handbook of theory, research, and clinical practice. New York: Guilford Press.
  • Schilder, P. (1935). The Image and Appearance of the Human Body. London: Kegan Paul.
  • Slade, P.D. (1988). Body Image in Anorexia Nervosa. British Journal of Psychiatry, 153 (suppl.2), 20-22.
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