CrossFit e Terapia Metacognitiva Interpersonale: la metacognizione favorisce l’accesso alle parti sane nello sport

La terapia metacognitiva interpersonale è un modello cognitivo che individua gli schemi disfunzionali in atto e può essere utile nel campo del CrossFit

ID Articolo: 143238 - Pubblicato il: 06 febbraio 2017
CrossFit e Terapia Metacognitiva Interpersonale: la metacognizione favorisce l’accesso alle parti sane nello sport
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La Terapia Metacognitiva Interpersonale è un modello teorico cognitivo comportamentale di “terza ondata” che da diversi anni sta contribuendo al modo di fare terapia oggi. Le peculiarità del modello della terapia metacognitiva interpersonale nascono dalla necessità di dotarsi di strumenti di intervento per pazienti con specifiche caratteristiche che ne rendevano difficile il trattamento con i metodi cognitivi standard finora presenti (Semerari, 1999). Come può essere utile nell’ambito del Crossfit?

 

La relazione mente-corpo: gli effetti benefici dello sport e del Crossfit

Mi trovo nello spogliatoio dopo un denso allenamento di CrossFit, letteralmente madido di sudore e a corto di fiato, osservo le mani arrossate ed ancora sporche di magnesio, il mio corpo inizia a rilassarsi dopo un intenso stato di sforzo e tensione producendo una sensazione difficile da definire, ma mi accorgo che sto sorridendo. Mente e corpo sono come allineate in una sorta di stato di energica quiete. Mi sento soddisfatto e ripenso a quel momento in cui, un’ora prima, dopo aver finito di lavorare, avevo combattuto con il solito “no dai oggi non vado, sono stanco…” ed invece ora mi sento pieno di energia, i pensieri di una giornata lavorativa sembrano più lontani ed i buoni propositi e le idee si accendono sulla mia testa come la lampadina di Archimede della Disney. Qualcosa ha funzionato bene! Non è il primo allenamento che faccio e so per certo che mi porterò questa bella sensazione anche a casa.

Il mio solito vizio, quello del pensare, diventa tentatore e la piacevole condizione in cui mi trovo lascia intuire che possa trattarsi di riflessioni produttive alle quali decido di cedere volentieri, assecondando il desiderio di capire qualcosa di più su questo stato che sto vivendo:
Come ci sono arrivato a questa condizione di benessere? Cosa e come ha funzionato in me, nella mia mente e nel mio corpo per portarmi ad attivare questa energia fisica e mentale? Se riuscissi a comprendere di più di questa mia relazione positiva mente-corpo, potrei migliorarla e magari portarla anche in altri ambiti della mia vita?” e sopratutto “C’è un modo per condividere e trasmettere questa modalità di accesso al benessere agli altri?

In tutto questo la sensazione positiva aumenta… Certo di non essere in una fase maniacale e tanto meno di vivere la sgradevole sensazione che è tipica del rimuginare, mi sento come il surfista che ha agganciato l’onda e seguo questo contatto con quello che ho da tempo imparato a riconoscere come “la mia parte sana”: una parte di me che ho iniziato a sentire, riconoscere ed alimentare in altri contesti, un’attivazione della mia mente che si è affinata (e continuo ad affinare) e alla quale ho saputo individuare adesso un nuovo accesso attraverso la modalità con cui sto vivendo il CrossFit. Mi rendo conto di aver vissuto l’esperienza dell’allenamento applicando in modo piuttosto automatico uno schema consolidato già in altre circostanze. Rifletto sul fatto che se questo è vero, allora è possibile anche un percorso al contrario, ovvero, se avessi per la prima vota imparato ad applicare delle giuste strategie mentali in un momento stressante o difficile del mio allenamento, probabilmente avrei potuto applicare le stesse strategie mentali anche in altre situazioni problematiche della mia quotidianità.

 

Come resistere alla procrastinazione dello sport

Ripercorro e ridefinisco cosa mi è appena accaduto. Paradossalmente l’applicazione di un sano funzionamento inizia ancora fuori dalla palestra. Dopo un’intera giornata passata seduto in poltrona impegnato in un lavoro puramente intellettivo, sono arrivato all’orario in cui mi ero preposto di andare ad allenarmi. La percezione iniziale del mio corpo è di stanchezza e mancanza di energia, certo non sono sfinito, ma neanche pronto per la maratona di New York. Immediatamente la mia mente va all’allenamento che probabilmente dovrò fare, trazioni alla sbarra, bilancieri da sollevare e chissà quanti addominali, il senso di affaticamento stranamente si fa più intenso senza apparente motivo ed inizio a sentirmi orientato verso la procrastinazione.

Le scuse sono fluenti: borsone da preparare, tragitto da compiere ecc. Il tutto devo dire abbastanza convincente e condito da una dose di ansia che non guasta mai (credo anche di aver visto il divano con il telecomando in grembo ammiccarmi). Mi sono sentito così altre volte? Certo! Ogni volta in cui devo fare qualcosa e non mi sento all’altezza di uno standard che mi sono prefissato. Quindi non fatico a riconoscere che si è attivato un mio schema di funzionamento del tutto orientato alla prestazione che tende a farmi trascurare un elemento assolutamente fondamentale: il fatto che mi piace allenarmi e anche molto!

Messaggio pubblicitario Riporto la mente sugli aspetti piacevoli dell’allenamento a cui sto per rinunciare, a quei gesti di movimento e libertà in cui mi sento attivato, allo stato di attivazione di forza ed energia ed alla sensazione piacevole del migliorare a poco a poco nelle capacità di eseguire un esercizio ed alla resistenza che, pur non occorrendomi per raggiungere nessun podio, migliora di volta in volta contribuendo sicuramente a strutturare una percezione di me soddisfacente. In questo shift di pensieri in cui immagino una situazione alternativa, inizio a percepire qualcosa di diverso nel mio corpo, il borsone da preparare non è più un loop di rimuginii, ma è qualcosa che sto facendo senza quasi rendermene conto. Questa oscillazione tra aspetti perfezionistici che tendono a farmi procrastinare o evitare ed aspetti legati alla ricerca del piacere fine a se stesso si ripeterà per tutto l’allenamento, ma ormai il filo mentale in cui è definito l’accesso e l’utilizzo della seconda opzione è ormai definito. Insomma, aver individuato e padroneggiato un mio schema mi sta conducendo ad uno stato di benessere e allontanando da un altro senz’altro più negativo.

 

Terapia Metacognitiva Interpersonale: un modello cognitivo di terza ondata

La base teorica dalla quale ha origine questo funzionamento è la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) (Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore, 2013).
La Terapia Metacognitiva Interpersonale è un modello teorico cognitivo comportamentale di “terza ondata” che da diversi anni sta contribuendo al modo di fare terapia oggi. Le peculiarità del modello della terapia metacognitiva interpersonale nascono dalla necessità di dotarsi di strumenti di intervento per pazienti con specifiche caratteristiche che ne rendevano difficile il trattamento con i metodi cognitivi standard finora presenti (Semerari, 1999).

Ciò che viene preso in considerazione è l’aspetto metacognitivo della persona che risulta carente. Elementi della disfunzione metacognitiva sono, tra gli altri, una difficoltà nel riuscire a percepire e comprendere i propri stati interni (pensieri, emozioni e motivazioni) e quelli altrui e di conseguenza la difficoltà di padroneggiarli, al fine di promuovere il benessere nella propria vita e nelle relazioni interpersonali.

Un altro assunto di base peculiare della Terapia Metacognitiva Interpersonale è che i soggetti si orientano nel mondo e nelle relazioni in base a schemi interpersonali specifici, ovvero strutture cognitivo-affettivo-somatiche attraverso le quali attribuiscono significato a come gli altri risponderanno ai propri desideri e quali reazioni essi stessi avranno a tali risposte. Il desiderio (wish) è la base dalla quale nasce e si sviluppa lo schema di funzionamento di un soggetto secondo la terapia metacognitiva interpersonale. In ambito clinico, ricostruire e riflettere su certi schemi aiuta a comprendere come essi, qualora disfunzionali, possano guidare le azioni determinando sofferenza o blocchi nella sua vita relazionale.

Naturalmente non sono il primo a portare queste riflessioni fuori da un setting terapeutico standard. Con la sua capacità di intervenire su aspetti funzionali della personalità, la Terapia Metacognitiva Interpersonale si è già dimostrata un utile strumento nei contesti agonistici sportivi (Galasso, 2015 ), dove è stato riscontrato che gli atleti spesso necessitano, oltre che di interventi con tecniche standard di tipo cognitivo comportamentale (riduzione dello stress e dell’ansia agonistica, ottimizzazione delle abilità attentive, ecc.) anche di interventi su “aspetti di sofferenza soggettiva riconducibili alle caratteristiche di personalità dell’atleta”.

 

Comprendere gli schemi disfunzionali che si attivano secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale

In un contesto oggettivamente stressante come la dimensione agonistica infatti, è molto più probabile che uno schema disfunzionale, se presente anche sotto soglia, emerga. Nella mia esperienza personale, mi trovo a riflettere su funzionamenti non legati a situazioni patologiche, ma in cui agisco degli schemi di personalità che, se non orientati in direzioni più funzionali, contribuirebbero senz’altro a stati emotivi distanti da quelli appartenenti ad una situazione di benessere.

Il mio schema si è attivato addirittura prima di iniziare l’allenamento: desidero allenarmi ed avere una buona forma fisica (wish di successo ed affermazione) ma provo uno stato di ansia in quanto, la percezione errata che ho del mio stato fisico e l’alto standard di allenamento che mi prospetto, mi fanno percepire un possibile stato di fallimento e la mia risposta è la tendenza alla procrastinazione che, se dovessi assecondare, mi porterebbe alla conseguenza di sentirmi fallimentare e poco tenace. Ebbene si, mi ritrovo a fare i conti con il mio perfezionismo: non mi sento abbastanza rispetto le mie aspettative e sono tentato di rinunciare al mio desiderio. Il mio senso di agency è a rischio!

Recupero dalla mia memoria episodica, “mi sono sentito già altre volte in questo modo?” Assolutamente si! E’ un mio schema di funzionamento con il quale ormai ho sufficiente familiarità, presente nei miei allenamenti e perfino ora che sono alla tastiera nello scrivere questo articolo! So benissimo che per orientare questo processo verso le mie parti sane dovrò, mettere da parte le mie possibili risposte disfunzionali (es. procrastinare), dare delle giuste interpretazioni agli stati somatici ed emotivi che percepisco ed utilizzare le giuste strategie per raggiungere il mio scopo, ma sopratutto trovare un modo per accedere alle mie risorse nel qui e ora.

Perché è utile considerare tale assunto? Utilizzare una chiave di lettura metacognitiva dell’esperienza sportiva di un individuo ci permette anzitutto di andare ad individuare aspetti della personalità che, se compresi e condivisi, rendono tale contesto un’occasione di promozione di consapevolezza del proprio funzionamento di personalità e delle proprie risorse personali. Inoltre, una persona impegnata nella pratica sportiva, può trovarsi in una condizione in cui sia la sua mente che i suoi muscoli sono sottoposti ed impegnati in una interazione molto intensa e piuttosto unica. In tale condizione, orientare sul piano della consapevolezza e della metacognizione con la giusta tecnica (esercizi di focalizzazione e di autoriflessività in presa diretta e discussioni a posteriori) può presentare un’ottima occasione per individuare e sviluppare risorse individuali (fisiche e mentali) magari normalmente assopite.

A questo punto il contesto sportivo diventa un valido campo per riconoscere e coltivare risorse dell’individuo che altrimenti sarebbero più difficili da individuare e la psicologia, e ancor più le tecniche della Terapia Metacognitiva Interpersonale, offrono un valido strumento per amplificare e sfruttare al meglio gli aspetti potenzialmente sani già presenti nell’esperienza sportiva. Individuate le risorse e rafforzata la modalità di accesso ad esse, sarà quindi più semplice raggiungere i risultati sperati contribuendo anche ad aumentare il senso di autoefficacia della persona coinvolta.

Allo stesso tempo, anche se questo può non considerarsi il target principale della mia idea, è utile considerare che, anche in assenza di una patologia psichica conclamata, in molte persone si attivano processi mentali disfunzionali. Tali processi, qualora attivi, potrebbero sia impedire il vivere lo sport in modo sano, sia alimentare sofferenza. Se dovesse esser presente un disagio psichico “sotto soglia” che agisce sulla base di uno schema potenzialmente disfunzionale, la Terapia Metacognitiva Interpersonale applicata al contesto sportivo può offrire una valida occasione per individuarlo e creare una buona opportunità per un lavoro di prevenzione del disagio e favorire una ridefinizione alternativa di tale schema per una crescita e sviluppo personale.

Attraverso l’aumento della metacognizione secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale è quindi possibile amplificare gli aspetti positivi dell’esperienza focalizzandosi su di essi. In parallelo, individuare eventuali schemi interpersonali dominanti presenti, offre una valida occasione per un intervento volto a comprendere come tali schemi, non necessariamente maladattivi in sé, ostacolino l’esperienza sportiva e riducano il benessere e il piacere che ne derivano.

In un suo articolo Salvatore (2015) metteva in evidenza come, attraverso l’uso della disciplina delle arti marziali, con un giusto allenamento, è possibile guidare un soggetto ad avere un’esperienza somatica di cui è possibile conservarne memoria, andando così a modificare in positivo l’immagine di sé. Inoltre, attraverso la narrazione di un caso clinico Salvatore illustrava come gli schemi di una persona possono modificarsi funzionalmente attraverso un “approccio basato sulla corporeità”.

 

La Terapia Metacognitiva Interpersonale nel CrossFit

Il CrossFit è un potente campo esperienziale in quanto disciplina che racchiude diversi aspetti: resistenza cardiovascolare-respiratoria, resistenza energetica, forza, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio e precisione. Insomma una bella prova per corpo e mente!
La terapia metacognitiva interpersonale nell’ambito del Crossfit si è strutturato in un workshop della durata di circa tre ore.

Nello step iniziale del mio lavoro nell’ambito del Crossfit ho utilizzato la Terapia Metacognitiva Interpersonale per rintracciare ed esplorare gli stati mentali dello sportivo attraverso un rapporto narrativo del vissuto durante un allenamento. A tale scopo, in accordo con il coach, ho preparato una sessione di allenamento (workout of the day – WOD) in grado di generare un alto livello di stress nella prestazione. Il WOD è composto da una serie di esercizi e di ripetizioni alternate tra loro, concentrate nell’arco di circa 20 minuti che, per terminare con successo in questa finestra temporale, richiedono una buona forma fisica.

Prima dell’esecuzione del WOD al trainer viene esposto un breve discorso psicoeducazionale in cui si introducono gli stati emotivi. Lo scopo è di favorire un migliore processo di monitoraggio emozionale. Al trainer viene poi assegnato il compito di prestare attenzione ai propri vissuti emotivi e dialoghi interiori durante la sessione, insomma stimolare una presa di coscienza sul fatto che ogni nostro vissuto nel mondo è accompagnato da un vissuto personale del nostro mondo interiore.

Partita la sessione, in collaborazione con il Coach, abbiamo osservato in tempo reale i comportamenti non verbali (espressioni facciali ecc.) e le difficoltà di esecuzione dell’esercizio in quel determinato momento.

Al termine dell’allenamento è stato fatto un circle time dove, chi se la sentiva, poteva rispondere a domande come: “Qual’è stato il momento più difficile? Che cosa hai provato in quel momento?” oppure “In un centro momento ti ho visto in difficoltà sull’esercizio, sei in grado di dirmi che emozioni stavi provando in quel momento?” e via dicendo. In alcuni casi si arriva a ottenere una vera e propria narrazione completa dell’episodio.

Grazie a questa procedura, sono emersi vari contenuti emotivi. Uno dei più frequenti era l’ansia legata sia alla prestazione che al timore di un possibile giudizio negativo. Gli episodi raccontati sono stati esplorati cercando di rintracciare al loro interno il desiderio/motivazione/meta del soggetto per comprendere, come da nostra intenzione iniziale, cosa lo spingesse a compiere l’attività sportiva del Crossfit e, soprattutto, quale schema sottendesse l’attività. Proseguendo ho cercato quindi di identificare le risposte alle difficoltà vissute e le risorse personali che il soggetto attivava per superarle.

Indagando i desideri che guidavano gli schemi, i partecipanti hanno riportato: il bisogno che il loro valore personale venisse riconosciuto dagli altri; il desiderio di affermarsi, avere successo e di migliorare o mantenere la propria posizione nella gerarchia sociale; il desiderio di appartenere al gruppo.

Un altro aspetto interessante è dato dal fatto che sono emerse anche motivazioni relative all’utilizzo del CrossFit come strategia di secondo livello per il fronteggiamento del rimuginio ansioso che, altrimenti, occuperebbe in maniera preminente la maggior parte della giornata del soggetto: “vengo qui perché il senso di fatica mi aiuta a non pensare costantemente agli esami e a tutte le cose che devo fare”. Quest’ultima farebbe pensare ad una strategia sotto soglia tendente all’over-training, in quanto il soggetto non fa esercizio perché lo trova piacevole e né lo utilizza come strategia di mastery che gli consentirebbe, una volta scaricata la tensione e presa distanza dal rimuginio, di guadagnare uno stato di umore migliore. Questa è una delle possibili condotte nell’attività sportiva (non solo nel Crossfit) che andrebbe approfondita col soggetto in separata sede.

Le strategie di fronteggiamento delle difficoltà emerse durante il training di Crossfit che risultavano utilizzate più di frequente erano: rimuginio con contenuti ansiosi (ad esempio “adesso non ce la faccio”), perfezionismo (“non devo sbagliare nulla”) e autocritica (“farò schifo”). Alcuni soggetti tentavano, attraverso l’esercizio, di indursi uno stato simil dissociativo, una sorta di stato di flow (flusso) (Mihaly Csiksgentmihalyi 1975), uno stato chiamato anche di trance agonistica potenzialmente distraente, dove l’individuo perde la nozione di tutto ciò che lo circonda arrivando ad essere totalmente immerso e focalizzato sul compito e dissociato dal contesto. Questo aspetto meriterebbe essere maggiormente indagato in esperienze successive.

Nella sessione del circle time ho presentato e messo in evidenza come certe strategie autoprodotte non possano fornire i risultati sperati. Ad esempio sul desiderio di riconoscimento “devo essere perfetto e fare meglio degli altri perché voglio essere da esempio” questo aumenta i livelli di ansia proiettandomi a pensare più su come sarò visto dagli altri (spostando l’attenzione all’esterno) che come devo gestire il mio corpo e le sue risorse durante l’esercizio, aumentando probabilmente la possibilità di sbaglio e riducendo l’accesso alle risorse interne di cui potrei necessitare. E’ facile che, in tali situazioni, l’emozione dell’ansia orienti il corpo a tenere un tono muscolare più rigido ed un tipo di respirazione meno orientata sul diaframma con oggettive conseguenze sull’esercizio.

Il tipo di intervento fatto nel circle time relativo a tali schemi emersi si è rivelato fondamentale: ogni volta che emergeva o veniva riconosciuto un desiderio all’interno di un episodio narrativo, questo veniva inizialmente validato, spostando così l’attenzione dall’autocritica, dallo scarso senso di autoefficacia e quindi da un rimuginio conseguente, e successivamente veniva aiutato il soggetto ad orientarsi verso l’importanza della ricerca di una migliore strategia di esecuzione presentando i vantaggi di una giusta respirazione e di una buona focalizzazione sul corpo.

Salvatore nel suo articolo sottolinea che “il tramite principale tra corporeità, lo sviluppo delle capacità autoregolatorie e le potenzialità interiori della persona, è la respirazione”.

Proprio allo scopo di aiutare il trainer a sviluppare o aumentare la sua capacità di focalizzarsi sull’esercizio nel presente ed entrare in contatto col proprio stato corporeo, al fine di regolare i propri stati emotivi ed i livelli di stress attivati, è stata fatta una sessione di esperienza guidata utilizzando un esercizio di respirazione. I soggetti hanno potuto sperimentare l’esperienza di uno stato mentale focalizzato dove, eventuali distrazioni, rimuginii ecc., venivano “lasciati scorrere” per poi tornare a riportare la concentrazione sul compito e quindi sul proprio corpo, ovvero respirare.

Messaggio pubblicitario Nella parte successiva del workshop è stato proposto un altro WOD, questa volta lo scopo era di rendere applicabile la modalità di focalizzazione sul corpo e sul compito appena esplorata. Il trainer era guidato quindi a percepire le sensazioni positive sperimentate durante l’allenamento e prendere una “distanza fluttuante dai pensieri negativi” di cui si era discusso nel circle time e sui quali si aveva maggiore consapevolezza.

I risultati di quest’ultima sessione sono stati infine indagati attraverso un altro circletime: i soggetti hanno dichiarato tutti di aver provato un vantaggio nell’esecuzione degli esercizi utilizzando la tecnica di focalizzazione sul presente, avendo maggiore consapevolezza delle proprie risorse disponibili e riuscendo ad avere più energia e precisione nell’esecuzione degli esercizi.

Un dato importante, osservato dal Coach è stato che il gruppo, nonostante fosse composto da atleti di differente livello, ha eseguito una performance molto omogenea riguardo i tempi di esecuzione. Questo potrebbe avere una rilevanza in quanto una delle grandi potenzialità del CrossFit è di riuscire a stimolare l’interazione ed il bisogno di aiutare gli altri, cooperare per il raggiungimento di fini comuni. L’ipotesi è che la condivisione in gruppo degli schemi interpersonali possa aver fatto percepire il compagno più vicino, soprattutto nell’individuazione e la condivisione dei wish comuni emersi nel circle time, predisponendo ad una maggiore collaborazione, un aspetto che ci promettiamo di approfondire senz’altro in futuro.

Aspetto fondamentale ai fini della nostra indagine è il fatto che, ogni qualvolta si domandasse al trainer, a partire dalla narrazione raccolta e ricostruito lo schema attivo, se era in grado di riconoscere questa modalità in altri aspetti della sua vita, la risposta era sempre affermativa ed accompagnata da una espressione di stupore.

Es. “Quindi quando stai eseguendo un esercizio e ti trovi in difficoltà, provi ansia perché non stai riuscendo ad eseguirlo perfettamente come ti aspettavi e senti minacciate le tue capacità. A quel punto cominci a rimuginare e perdi concentrazione. Ti capita in altri momenti della tua vita?
Si praticamente in tutto
Mi faresti un altro esempio?
Nello studio, mi capita di non riuscire a comprendere una cosa o provare difficoltà e rimugino tantissimo perdendo concentrazione

Questo conferma l’ipotesi iniziale che prevedeva l’applicazione di schemi personali dei soggetti all’interno dell’attività sportiva.

Ciò che emerge da tale esperienza ci indica sicuramente una notevole potenzialità di applicazione dei principi della Terapia Metacognitiva Interpersonale come strumento di promozione del benessere nel contesto del Crossfit, guidando lo sportivo ad una maggiore consapevolezza di se stesso e aumentando gli effetti già benefici dello sport. Grazie a questo lavoro integrato tra lo psicologo e il Coach nel Crossfit, è possibile non solo promuovere gli stati positivi, aumentare la capacità di vivere nel presente l’attività sportiva riducendo l’uso di strategie maladattive di gestione del malessere e frustrazione psicologica, ma anche aumentare la consapevolezza generale del proprio funzionamento interpersonale ed esportare le conoscenze su come padroneggiare i meccanismi mentali attivi nell’esercizio anche nella vita quotidiana, così come si è potuto apprendere negli esercizi corporei.

Un feedback raccolto da alcuni partecipanti agli incontri, di cui è bene tener conto, consiste nel fatto che non tutti arrivano a compiere tale esperienza aspettandosi di entrare in contatto con consapevolezze di se stessi a volte così profonde e questo a volte è stato destabilizzante generando atteggiamenti di chiusura. Inoltre è importante specificare che questo tipo di intervento, pur consentendo l’accesso a risorse personali del soggetto, tende ad essere più orientato agli stati interni che su aspetti meramente legati alla prestazione sportiva in assoluto e non solo del Crossfit.

L’applicazione delle strategie della Terapia Metacognitiva Interpersonale nel contesto di allenamento del CrossFit si è quindi rivelata un’interessante risorsa al fine di migliorare l’esperienza dello sportivo, aggiungendo così un tassello in un quadro di promozione di benessere della persona che si propone di arricchirsi con ulteriori sviluppi in tale direzione.

 

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Bibliografia

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  • Salvatore G. (2006) Il Tao della psicoterapia Editore: LAS
  • Semerari, A. (Ed.). (1999). Psicoterapia cognitiva del paziente grave. Metacognizione e relazione terapeutica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
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  • https://www.stateofmind.it/2012/10/terapia-metacognitiva-interpersonale-olimpiadi/ 
  • https://www.stateofmind.it/2015/02/arti-marziali-benessere-psicologico-seconda-parte/
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