Mal di empatia: le patologie del non sentire e del sentire troppo

Le patologie legate all' empatia consistono nel non sentire l'altro come accade nel disturbo antisociale, oppure nel sentirlo troppo.

ID Articolo: 141262 - Pubblicato il: 18 novembre 2016
Mal di empatia: le patologie del non sentire e del sentire troppo
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L’importanza dell’ empatia per la salute psichica è stata confermata. Ciononostante, si tratta di un fenomeno complesso, anche per quanto riguarda le sue implicazioni per la psicopatologia. Nuove linee di ricerca approfondiscono il ruolo differenziale delle diverse sottocomponenti empatiche nel generare sofferenza psichica, come anche ipotizzano quadri clinici originanti da un “eccesso” di empatia.

Lo psicologo Bateson, di fronte al dilemma se “siamo altruisti per natura o no” rispose a favore di un other-oriented empathic concern, che contrappose alla dottrina dell’edonismo psicologico. Se distinguiamo due forme di tale edonismo, osserva Bateson, una più forte secondo la quale lo scopo dell’uomo è il proprio piacere personale, e una più debole secondo la quale il piacere è una conseguenza secondaria al raggiungimento di ogni scopo ma non lo scopo stesso, e se accettiamo di queste la seconda forma, allora è lasciato libero lo spazio per poter immaginare un altro scopo, un’ “emozione orientata all’altro e avente come scopo il suo benessere”, e questo implicherebbe una revisione consistente delle nostre assunzioni circa la natura umana, e soprattutto il potenziale umano (Bateson et al., 2009). Alla luce di tale revisione, anche le psicopatologie acquisiscono nuovi particolari tratti, riflettendo le diverse deviazioni che un’esperienza di empatia così connotata può subire.

Verso un mondo fatto di relazione

L’esplosione dell’interesse per l’ empatia, la “capacità di inferire lo stato affettivo di un’altra persona generando uno stato affettivo isomorfico nel sé, con la contemporanea consapevolezza che la causa di tale stato affettivo è l’altro” (Singer et al., 2004), approda in psicoanalisi a partire dagli anni ‘50, quando, grazie alla svolta relazionale impressa da modelli quali le relazioni oggettuali di M. Klein, la teoria del campo di K. Lewin o gli studi sull’interpersonalità di H. Sullivan, il costrutto di einfühlung (“immedesimazione”), originariamente introdotto da Freud, si arricchisce degli apporti di sempre nuovi nuclei teorici; è fondamentale a tal proposito il contributo della disciplina allora emergente dell’infant-research, che descrisse il fenomeno della sintonizzazione degli affetti come presente fin dalla vita intra-uterina del bambino (Castiello et al., 2010).

La scoperta dei neuroni specchio, coloro che si attivarono provvidenzialmente nella scimmia del neuro-scienziato Giacomo Rizzolatti mentre quest’ultimo mangiava il gelato nel 1996, e che gli fecero capire che la corteccia premotoria f5 comune a tutti i primati scarica sia quando il soggetto compie un’azione, sia quando la vede compiere, dopotutto non fece che suggellare quella che per gli psicoanalisti “illuminati” ormai era una certezza: l’individuo intrapsichico non esiste, come non esiste nemmeno una “mente isolata” ( Storolow & Atwood, 2013) aprioristica rispetto all’Altro. Il mondo è, in senso quantistico, relazione.

Lo studio dell’ empatia rappresenta al giorno d’oggi uno degli scenari più affascinanti ed allo stesso tempo controversi del panorama scientifico. Studi dimostrano come una buona funzione empatica sia fondamentale per godere di una vita sociale soddisfacente, come anche per la strutturazione stessa della nostra identità (Gallese, 2005). Il DSM-5 esplicita il requisito di una funzionalità sociale positiva tra quelli necessari alla definizione di un’adeguata salute psichica; rispetto alla salienza per la strutturazione identitaria, la capacità di “appropriarsi” dell’azione altrui tramite imitazione implicita è risultata cruciale nei processi di apprendimento, al punto da porsi come pilastro di nuove teorie dell’apprendimento cosiddette simulazioniste, secondo lo slogan “imito ergo sum” coniato da Vittorio Gallese, il “padrino” del mirror network.

L’ empatia è un costrutto complesso dai confini flessibili, alla cui definizione, nonché suddivisione in sottocomponenti specifiche, lavorano autori eminenti. All’attuale stato dell’arte, una delle categorizzazioni più condivise è quella di Decety (2011), che propone una chiave interpretativa filogenetica ed ontogenetica per differenziare gli strumenti relazionali a nostra disposizione in affective arousal, implicante una rapida ed automatica valutazione dello stimolo, empathic concern, o emozionalità rivolta all’altro, evolutasi da legami primari di attaccamento sociale e dalle cure parentali, e infine empathic understanding, cioè la consapevolezza riflessiva delle intenzioni e degli stati mentali altrui.

Tale suddivisione rifletterebbe una segregazione importante a livello neuronale (Shamay-Tsoory et al., 2009): mentre i primi due sottosistemi empatici sono implementati in circuiti cerebrali filogeneticamente precedenti, quali il sistema nervoso rettiliano e il sistema limbico, ritrovabili anche in specie non-umane, l’ empatia “cognitiva”, chiamata anche “Teoria della Mente”, riposa su circuiti neuronali di fatto umano-specifici e per lo più dichiarativo-espliciti quali le aree esecutive frontali. Molta parte della ricerca in passato si era focalizzata sulla teoria della mente, solo recentemente si è riacceso l’interesse per la componente emotiva dell’ empatia e per le conseguenze importanti che la parziale indipendenza dei due sistemi implicherebbe sul piano psicopatologico. La validazione empirica dei correlati biologici dell’ empatia rimane uno degli obiettivi più ambiziosi della ricerca.

Empatia e patologie: i casi di chi non sente l’altro

Messaggio pubblicitario Se assumiamo che la salute psichica prescinde da una relazionalità positiva, assumiamo con ciò che la psicopatologia diventa tout court psicopatologia relazionale. Come spiega Simon Baron-Cohen, la “curva empatica” descrive fluttuazioni, di tipo contingente ma anche di tipo intra-soggettivamente stabile, per ognuno di noi. Nel suo testo “La scienza del male” (2012), egli colloca l’ empatia su livelli, ognuno di essi implicando a livello fenomenico una diversa attitudine relazionale. Dal livello 0 che corrisponde pressappoco alla psicopatologia di tipo psicopatico-antisociale, incapace di rimorso, gratitudine e genuino orientamento all’altro, la psicopatologia tradizionalmente associata al comportamento criminale, passiamo attraverso diversi gradi di empatia fino ad arrivare al livello 6 che configurerebbe uno sbilanciamento verso l’altro sopra la media, utilizzato dalle persone così caratterizzate “quasi per uscire da sé ed essere di conforto”.

Le cose potrebbero essere in realtà un po’ più complesse di così. In primo luogo, perché l’ empatia come trattata da Baron-Cohen non fa distinzioni tra componente affettiva e cognitiva, al contrario spesso aderisce alla nozione di teoria della mente. Se seguiamo invece il modello della segregazione parziale dei due sottosistemi empatici, vediamo che le diverse psicopatologie riflettono tale ripartizione. Cruciali sono gli studi recenti sulla doppia dissociazione di psicopatia e psicopatologia borderline di personalità (tra gli altri: Ritter et al., 2011): secondo tale filone di ricerca, nella psicopatia si riscontrerebbe una totale incapacità a livello affettivo di sentire l’altro, confermata a livello neurofisiologico da studi che riportano una ridotta attivazione dei marker somatici, quali la conduttanza cutanea, di fronte a stimoli emotivamente carichi (Blair, 2013), a fronte di una non-compromissione della teoria della mente; a dire che tali individui comprendono bene le intenzioni e lo stato mentale dell’altro, ma non essendo provvisti di un affetto etero-orientato utilizzano tali informazioni contro l’altro per il proprio personale tornaconto. Nella patologia borderline, al contrario, si configurerebbe una sensibilità alla risonanza empatica molto alta, non compensata da un’altrettanta capacità di contenere tale risonanza con adeguate operazioni di comprensione cognitiva: l’individuo borderline “sente” tutto ma non comprende cosa avviene nella mente dell’altro, in tal modo non “contiene” l’affetto e ne viene travolto, con le note conseguenze di assenza subita di confini e fragilità manifesta a livello relazionale.

Una seconda linea di studio non approfondita dalla trattazione di Baron-Cohen riguarda invece i livelli “alti” di empatia, tradizionalmente associati a fenotipi relazionali positivi, a persone dalle spiccate doti altruistiche, i cosiddetti buoni samaritani o animati da un instancabile istinto sociale. Alcuni studi suggeriscono però che “sentire troppo” non vuol dire necessariamente “sentire meglio”.

Empatia e patologie: il caso di chi sente troppo l’altro

Lo psicoterapeuta e pediatra Donald Winnicott si dedicò allo studio della relazione madre-bambino, e descrisse il fenomeno secondo il quale la madre durante i primi mesi di vita del bambino presenta una sensibilità empatica sopra la media ad avvertire i bisogni del bambino, una sorta di iper-vigilanza senza sosta su di esso e di iper-eccitazione agli stimoli da esso provenienti, per poter apprendere a leggere i suoi bisogni e poter modellare il proprio ritmo psicobiologico sul suo: questa condizione viene battezzata da Winnicott come “preoccupazione materna primaria” (Winnicott, 1965), concetto utile a chiarire come avvenga l’iniziale imprinting madre bambino, e viene paragonata dall’autore a una “malattia transitoria”.

Il termine, di per sé forte, di “malattia” è inteso nel senso di una condizione che, per quanto adattiva ed indispensabile per gettare le basi della sintonizzazione madre-bambino, risulta estremamente costosa per la madre, e che perciò deve rimanere nei margini della transitorietà, pena il rischio di implicazioni negative nel prosieguo della relazione. Una madre troppo centrata sui propri bisogni sarà incapace di sbilanciarsi adeguatamente verso quelli del bambino, determinando un mancato raggiungimento di sintonia nella diade; una madre che però si sbilancia in modo eccessivo verso il bambino, o che mantiene in modo prolungato la “preoccupazione primaria” senza riuscire a ripristinare lo stato omeostatico di attivazione una volta finito il periodo critico, secondo schemi francamente ansiosi, mina anch’essa il successo della sintonizzazione con il bambino, in quanto spende troppe energie a cercare di leggere l’altro, –che di fatto in quanto “altro” oppone una quota irriducibile di “alterità”– a discapito della propria auto-regolazione. In tal modo, la madre ansiosa troppo attenta ai bisogni del figlio rischia di contribuire ad una relazione etero-sbilanciata, poco naturale, poco nutriente, presumibilmente simbiotica se la risposta pronta ad ogni bisogno del bambino determina in esso un’incapacità ad imparare a rispondere da solo: secondo Winnicott, tali relazioni sarebbero l’humus ideale per il configurarsi di quadri psicotici di non differenziazione nel bambino, con gravissime conseguenze nella crescita.

Una innovativa ipotesi di ricerca, per ora poco esplorata dalla letteratura, suggerisce che alterazioni dell’ empatia oltre il “livello 6”, per dirla con Baron-Cohen, possono risultare problematiche: anche “sentire troppo” è un deficit. Questa ipotesi troverebbe le prime conferme in ambito neuro-scientifico: ad esempio, uno studio recente sull’autismo (Spengler et al., 2010) smentirebbe le teorie attuali che vedono nell’autismo un sistema mirror deficitario, dimostrando al contrario un’attivazione eccessiva non inibita di esso nei soggetti con tale patologia: la persona con autismo non sarebbe, come molti pensano, incapace di sentire l’altro, bensì sarebbe “incapace di non sentirlo”, di silenziare il suo sistema-specchio, trovandosi continuamente eccitato dagli stimoli da esso provenienti e nella necessità di proteggersi da tale bombardamento con manovre costosissime e poco adattive di etero-regolazione e abbassamento della tensione.

Messaggio pubblicitario Anche le stereotipie tipiche del disturbo andrebbero a conferma dell’ipotesi: ecolalie e ecoprassie, caratterizzate dalla ripetizione incontrollata di parole e gesti altrui, sarebbero nient’altro che il risultato di un uso smodato della tecnica di apprendimento “simulazionista” di cui parla Gallese, testimoniando perciò anch’esse un sistema mirror iperattivo. Vanno in questa direzione anche gli studi che indagano la presenza di un’ empatia superiore alla media nei disturbi d’ansia (tra gli altri: Varlet et al., 2014), nei quali si assisterebbe ad un’adesione all’altro “a bassa soglia” nel senso di una eccessiva sensibilità non contenuta da adeguate misure di inibizione del rispecchiamento. Inoltre, un’autrice che si occupa di disturbi alimentari porta l’esempio dell’ “altruismo patologico” in queste patologie, nelle quali cioè l’annullarsi per l’altro –che nel caso dell’accezione psicoanalitica è in prima istanza la madre– porta la paziente a sopprimere i propri bisogni, fino a vietarsi il cibo (Oakley et al., 2011).

Alla luce di tali recenti spunti d’indagine, ricerche future avrebbero il compito di approfondire i rispettivi ruoli giocati dai diversi processi, ma anche dai diversi “livelli” di empatia nel determinare esiti sociali disfunzionali, sia nel senso del “difetto” di chi fallisce la relazione perché non sente sufficientemente l’altro, sia nel senso opposto di un “eccesso” di esposizione a ricevere l’emozionalità altrui, una condizione sicuramente meno deplorevole sul piano morale ma forse altrettanto prognostica di sofferenza su quello interpersonale.

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