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Poso, dunque sono: il narcisismo negli autoritratti di Rembrandt

Gli autoritratti di Rembrandt potrebbero essere paragonati ai selfie contemporanei e tendono a celare un atteggiamento narcisistico. 

ID Articolo: 140609 - Pubblicato il: 21 ottobre 2016
Poso, dunque sono: il narcisismo negli autoritratti di Rembrandt
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Nel corso della storia molti sono stati gli artisti che si sono confrontati con se stessi, mettendosi in gioco attraverso l’elaborazione di autoritratti, tra cui, appunto, Rembrandt. Fin dall’inizio della sua carriera il pittore olandese fu un ritrattista molto ricercato; la lunga serie degli autoritratti, parallela a quella altrettanto numerosa dei ritratti dei familiari, documenta le fasi della tormentata vicenda biografica dell’artista e l’evolversi della sua vita interiore.

Introduzione

Se Rembrandt Harmenszoon van Rijn (1606-1669), il pittore olandese celebre per i suoi ritratti, fosse vissuto nel XXI secolo, avrebbe probabilmente avuto un’ossessione per i selfies ed avrebbe pensato: “Poso, dunque sono”, analogamente a tanti di noi che, al giorno d’oggi, immortalano in continuazione la loro immagine per poi postarla su facebook. Rembrandt ci ha lasciato circa ottanta autoritratti, perché desiderava immortalare la sua immagine ed essere ricordato.

Quando ci scattiamo un selfie stiamo facendo la stessa dichiarazione, ovvero stiamo dicendo: “guardami”! Il selfie è una realtà che affonda le sue radici nell’autoritratto pittorico e nell’autoritratto fotografico e, secondo alcuni, è il riflesso della nostra autostima e del nostro narcisismo. Un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Ohio, in uno studio pubblicato sulla rivista “Personality and Individuality Differences”, afferma che le persone che pubblicano molti selfies non sono necessariamente narcisisti o psicopatici, ma che certamente hanno livelli medi di questi atteggiamenti antisociali piuttosto alti.

Gli autoritratti come rappresentazione della biografia di Rembrandt

Messaggio pubblicitario Nel corso della storia molti sono stati gli artisti che si sono confrontati con se stessi, mettendosi in gioco attraverso l’elaborazione di autoritratti, tra cui, appunto, Rembrandt. Fin dall’inizio della sua carriera il pittore olandese fu un ritrattista molto ricercato; la lunga serie degli autoritratti, parallela a quella altrettanto numerosa dei ritratti dei familiari, documenta le fasi della tormentata vicenda biografica dell’artista e l’evolversi della sua vita interiore.

Rembrandt dette forma a ciò che caratterizza ciascun individuo, facendo ampio uso dei chiaroscuri, usò la luce per rendere visibile l’essenziale, ma essendo altrettanto importante l’invisibile, lasciò in ombra alcune parti, proponendo una rappresentazione non solo fisica, ma anche spirituale e psicologica dei personaggi.

I ritratti e gli autoritratti dell’artista olandese sono opere di marcata indagine psicologica, volta a rappresentare ed interpretare il carattere e lo stato d’animo dei personaggi, senza fermarsi all’aspetto esteriore. Rembrandt è l’artista che, forse più di ogni altro, ha ritratto se stesso, circa ottanta volte lungo la sua attività, dipingendosi a volte come borghese, altre volte come artista avvolto in abiti stravaganti o addirittura in quelli dell’apostolo Paolo.

Ovunque nei suoi lavori ritroviamo il suo volto decorato dagli scuri capelli ricci, talora pensoso e riservato, talora cupo e malinconico, altre volte raggiante ed elegante con il collo di pelliccia e la sciarpa di seta. Prima della fotografia e fino ai primi dell’Ottocento, l’autoritratto era praticato solo ed esclusivamente dai pittori, che si autodipingevano per lasciare traccia di sé ai posteri. Per Rembrandt l’autoritratto era uno strumento per indagare le emozioni.

Il narcisismo di Rembrandt: l’associazione tra gli autoritratti e i selfie

L’aver dipinto molti autoritratti fa pensare a Rembrandt come ad un maniaco del controllo della propria immagine e ad un narcisista. A seconda delle opinioni, infatti, l’autoritratto è simbolo ispiratore di libertà artistica, o sintomo di narcisismo, egocentrismo, desiderio di apparire. Oggi lo chiamiamo selfie. Il ritratto pittorico prima, l’autoscatto poi, il selfie oggi sono tutte forme del processo di conoscenza del proprio sé e di costruzione della propria identità individuale e sociale.

La lettura prediletta dai media per spiegare l’esplosione del fenomeno dei selfies è quella del narcisismo. Si tratta, certamente, di un fenomeno antropologico profondo. Tuttavia, io ritengo che la cifra antropologica del selfie non sia il narcisismo.

Messaggio pubblicitario Nella mitologia greca, infatti, Narciso trascura la seducente Eco per perdersi nella propria immagine, accessibile solo ed esclusivamente a lui, mentre il selfie esiste per essere condiviso, per essere caricato in rete. Il selfista del XXI secolo chiama tutto il mondo a raccolta, non solo gli amici, ma anche quelli che non conosce, mostra loro tutti i suoi ritratti, chiede conferme e, tremebondo, attende numerosi “like: si tratta di una mania che rischia di sfociare in una patologia, nota col nome di sindrome da selfie. L’Associazione Psichiatrica Americana ha infatti riconosciuto la dipendenza da autofotoritratto mediante cellulare come disturbo mentale. E’ stata definita “Selfie Syndrome”, un insieme di disagi e comportamenti alterati, che derivano da un utilizzo smodato dello smartphone o del tablet per autoritrarsi ed esistono tre livelli di disturbo: saltuario (quando la persona si fotografa almeno tre volte al giorno, ma non pubblica le foto sui social network), acuto (quando l’individuo si fotografa non meno di tre volte al giorno e posta le foto sui social network), cronico (quando la persona è ossessionata, si autofotografa in continuazione e pubblica le immagini in internet almeno sei volte al giorno). Il selfista compulsivo è alla ricerca di “like”, di approvazione, di complimenti che possano confermare l’immagine e l’idea che vuole dare di sé. Narciso, invece, no, lui non aspettava “like”. Lo avrebbero distratto dalla propria immagine.

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Bibliografia

  • Lachi C. (2003). La grande Storia dell’Arte. Il Seicento, seconda parte. Gruppo Editoriale l’Espresso. Roma.
  • Zuffi S. (2011). 100 parole per capire Rembrandt. Electa. Milano.
  • Zuffi S. (1998). Rembrandt. Volume 10 di Art Book. Leonardo Arte Editore. Milano.
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