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Mindfulness: il problema della comprensione del processo di consapevolezza

Con il termine consapevolezza si intende uno stato mentale vigile che consente di osservare lo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento.

Di Francesco Gallizio

Pubblicato il 24 Ott. 2016

Quando si parla di “consapevolezza” nell’ambito della meditazione, stiamo parlando di uno stato mentale vigile, grazie al quale è possibile osservare lo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento, essendone testimoni primordiali, che osservano quindi la natura essenziale di qualunque percezione interna od esterna a se stessi e la lasciano scorrere così com’è, senza respingere o pretendere di modificare alcunché.

Introduzione

Oramai diffuso, in riferimento alla mindfulness, il termine “consapevolezza”. Esso è la traduzione in italiano della parola inglese “mindfulness”, a sua volta traduzione in inglese del termine pali “sati”.

È importante sapere però che la parola “consapevolezza”, nella nostra lingua, può creare una serie di connessioni di significato che ci possono allontanare, più che avvicinare a quello che in questo contesto intende descrivere, creando dunque più confusione che comprensione, al lettore inesperto che si avvicina alla meditazione. Anche in inglese ormai la parola è entrata in uso e quindi si parla tranquillamente di mindfulness (come in Italia di consapevolezza) ma è utile capire che essa in realtà non esiste come oggetto, ma è uno stato mentale, un’attitudine della mente che nasce dal porgere l’attenzione in un certo modo alla propria esperienza sensoriale.

In questo si spiega in modo abbastanza esaustivo la definizione di Jon Kabat-Zinn (2003), ideatore del programma per la riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR): [blockquote style=”1″]la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione di proposito, nel momento presente e in maniera non giudicante, allo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento.[/blockquote]

Si tratta dunque di una dimensione esperienziale, scaturita da una pratica personale compiuta con un certo tipo di attenzione, che favorisce lo sviluppo di questa attitudine chiamata mindfulness/consapevolezza. Ma anche così come vedete, non è facile comprendere fino in fondo cosa si intende per mindfulness/consapevolezza.

 

In cosa consiste davvero la mindfulness

Questo articolo vuole dunque essere un tentativo di chiarimento a riguardo, con lo scopo di avvicinare, chi fosse interessato, in modo più completo a quella che è davvero la mindfulness.

Andiamo dunque un po’ per ordine e torniamo al principio; alla parola “sati”. Essa, come ricorda Gunaratana (1995), non è descrivibile in parole, in quanto le parole vengono prodotte dai livelli simbolici della mente e descrivono la realtà con cui ha a che fare il pensiero simbolico. Sati è presimbolica, non è logica, ma ne si può fare alquanto facilmente esperienza. Essa è un processo sottile che noi tutti utilizziamo quotidianamente, quando osserviamo qualcosa, in quell’istante prima che colleghiamo quel qualcosa ad un contenuto simbolico nella nostra mente. Quando i nostri occhi inquadrano ad esempio un fiore, prima che la nostra mente, grazie alla memoria semantica, colleghi al concetto di fiore l’immagine arrivata al cervello tramite i nervi ottici; quando ancora cioè, in una frazione di secondo analizziamo le caratteristiche essenziali dell’oggetto osservato, per collegarle tutte e tradurle in un concetto. Ecco, lo stato mentale che accompagna il momento dell’analisi di quelle caratteristiche, può essere detto sati. È questo dunque, in parte, ciò che si intende quando si dice mindfulness o consapevolezza, parlando di meditazione, non solo quello che ci richiama il significato specifico del termine, ma tutto questo, e non solo.

In effetti la consapevolezza, in questo senso, è molto presente quando si osserva qualcosa per la prima volta; infatti lo stesso Jon Kabat-Zinn (2013) mette tra gli atteggiamenti fondamentali per una buona pratica del suo programma “La mente del principiante”; che consiste proprio nel prestare attenzione alle varie esperienze sensoriali in analisi, come se fossero percepite per la prima volta, e dunque osservare tutto senza giudizio. Altro elemento fondamentale infatti per l’autore è proprio il “Non-giudizio”. Quindi il fulcro della pratica meditativa diviene proprio questa osservazione primordiale e senza giudizio. Gunaratana (1995) ci tiene molto però a spiegare bene questo non-giudizio, prendendo l’esempio di uno scienziato che osserva un oggetto sotto il microscopio, senza preconcetti, solo per vedere l’oggetto così com’è. In effetti una volta riusciti in questo nella pratica, saremo molto vicini al passo più importante di tutti in meditazione, e dunque a “Lasciar Andare” (altro atteggiamento essenziale per Kabat-Zinn) ogni sensazione che percepiamo, brutta o cattiva, senza respingerla, ma lasciandola scorrere per osservarla così com’è. Per fare questo però dobbiamo prima accettare di avere quella sensazione, e quindi di essere ad esempio impauriti, tristi, arrabbiati, ecc. Come dice Gunaratana (1995) infatti, non possiamo osservare la nostra paura se non accettiamo di essere impauriti. Ecco perché l”Accettazione” rientra anch’essa tra le attitudini basilari da sostenere per la pratica prescritta da Kabat-Zinn (2013).

Quando si parla di “consapevolezza” nell’ambito della meditazione, ci si riferisce a tutto questo; stiamo parlando cioè di uno stato mentale vigile, grazie al quale è possibile osservare lo scorrere dell’esperienza, momento dopo momento, essendone testimoni primordiali, che osservano quindi la natura essenziale di qualunque percezione interna od esterna a se stessi e la lasciano scorrere così com’è, senza respingere o pretendere di modificare alcunché.

A questo livello di indagine, come osserva Gunaratana (1995), è possibile vedere che tutto è transitorio, nulla è immutevole o permanente; perché si tratta in effetti solo di processi. E la novità è che va benissimo così. Giunti a questa conoscenza esperienziale infatti cominciano a svanire tante contaminazioni, lasciando il posto a stati mentali più salutari. Questo tipo di pratica certo può essere semplice, ma non necessariamente facile. Come osserva Jon Kabat-Zinn (2014) essa comporta autoindagine, la messa in discussione del nostro abituale modo di vedere il mondo e noi stessi, ma ci permette anche di risvegliarsi dal sonno degli automatismi, ponendoci in condizioni di vivere la vita godendo pienamente di tutte le nostre potenzialità, per apprezzare ciascun momento della nostra esistenza.

 

Conclusioni

In conclusione, proprio perché parliamo di uno stato mentale pre-simbolico, credo che per comprendere davvero il termine che gli viene assegnato per descriverlo, bisogna fare pratica di meditazione, averne esperienza, e infine leggerne. In effetti è possibile comprendere davvero il senso della parola sati, consapevolezza, o mindfulness che sia, quando la si sperimentata personalmente nella pratica. A quel punto la parola stessa ed ogni sua spiegazione non occorrerà più; essa si spiegherà da sola. Ho cercato di fare infatti in questo articolo un sunto delle sue caratteristiche, ma l’unica via per arrivare davvero a comprenderne il significato resta la pratica.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Gunaratana H.. La pratica della consapevolezza in parole semplici. Ubaldini Editore Roma, 1995;
  • Kabat-Zinn J. Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future. Clinical Psychology: Science and Practice 10: 144–156, 2003;
  • Kabat-Zinn J.. Vivere momento per momento, Tea Pratica, 2013;
  • Kabat-Zinn J.. Dovunque tu vada ci sei già, Tea Pratica, 2014.
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