Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, sai che ci sono

La terza volta che mi trovo in una chiesa dopo la prima comunione. Un paio di matrimoni da cui è stato impossibile sottrarsi. Ai funerali, mai andato...

ID Articolo: 140268 - Pubblicato il: 04 ottobre 2016
Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, sai che ci sono
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A conti fatti, la terza volta che mi trovo in una chiesa dopo la prima comunione. Un paio di matrimoni da cui è stato impossibile sottrarsi. Ai funerali, mai andato. C’è gente che ha rotto con me per questo. Ma non posso farci niente. Non reggo il mio imbarazzo, l’inadeguatezza fisica – anche il semplice fatto di avere due braccia e due gambe – di fronte al dolore altrui.

Questa volta, la terza, la messa per mia madre.

Poca gente. Se muori dopo aver attraversato quasi tutti gli stadi della demenza, per la maggior parte delle persone sei morto molto prima. Solo che fare le condoglianze ai parenti in quel momento sarebbe indelicato. Ora, non lo ammettono, non è morto nessuno. È solo arrivato il momento di disfarsi di un oggetto inservibile.

Messaggio pubblicitario Sto seduto in prima fila accanto a mio padre, lui stesso sgomento, sorpreso per quanto stia soffrendo. Anche se fa in modo che il suo dolore occupi meno spazio possibile. La sua tendenza a mantenere un basso profilo, rendersi poco evidente. La sua specialità, passare inosservato, eppure essere capace di guizzi improvvisi che lasciano l’interlocutore e gli eventuali altri presenti disorientati. Mi ricordo una cena sociale con un gruppo di suoi colleghi (mio padre fa il cardiologo). Mi aveva portato con sé ad un congresso a Vienna sponsorizzato da una casa farmaceutica. Avevo diciassette anni. Portarmi con sé era uno dei suoi modi per dirmi che mi vedeva già medico come lui. E a me stava benissimo, perché in quella fase della mia vita questo era un modo efficace per dargli una prova di quanto potessi diventare un’estensione di lui. A quella cena c’erano alcuni colleghi che lui non conosceva. Lo osservavo con un’inquietudine la cui natura non comprendevo pienamente in quel momento. Ora so che intravedevo il suo senso di estraneità. Quando rideva per una battuta di un suo collega, il suo imbarazzo si scioglieva momentaneamente, sembrava meno oppresso da un peso invisibile, e allora anche io mi lasciavo alleggerire da una risata piena, anche perché il suo collega faceva veramente pisciare sotto quando faceva finta di parlare in tedesco con l’accento viennese (del tutto inventato).

Fino a un secondo prima tutte quelle persone non lo avevano visto.

Il loro sguardo era passato rapidamente su quell’ometto brizzolato e grintoso alla Dustin Hoffmann nella riduzione cinematografica de La versione di Barney. Poi quello sguardo aveva archiviato immediatamente l’informazione come non rilevante. Era in situazioni come queste che mio padre poteva uscirsene all’improvviso con una risposta o una battuta che lo rendeva improvvisamente visibile. La sua presenza diventava palpabile. Discreta ma imprescindibile. Da quel momento iniziavi a scorgere nell’espressione di alcuni dei presenti una specie di diffidenza assorta. Come se per loro non fosse stato lì fin dall’inizio.

Come se fosse comparso all’improvviso seduto al suo posto.

Il prete, don Carlo, a mia madre voleva bene. Almeno così dice. Il fatto è che nelle fasi intermedie del suo lento deterioramento, mia madre faceva continuamente donazioni alla parrocchia, quindi è difficile che don Carlo la vedesse come una nemica della fede.

Mi conosce di vista. Non so se lo fa perché quel giorno è a corto di personale o per una forma molto religiosa di presa per il culo, ma mi chiama a declamare la lettura e quel richiamo ipnotico dei fedeli alla sintonizzazione forzata che chiamano Salmo Responsoriale.

Mi tocco un paio di volte il petto con l’indice per mimare a don Carlo ‘chi, io? Ma è sicuro?’, poi mi avvio verso l’ambone scambiandomi solo uno sguardo rapido con Cristo, che se ne sta lì, in alto, troneggiante, moribondo, inchiodato a una croce di legno spesso. Messo lì al centro preciso di ogni cosa.

Quello che deve essere il sagrestano mi mostra le due pagine che dovrò leggere, contando molto sul mio intuito. E sbagliando, perché inverto la sequenza delle declamazioni. Inizio col Salmo. E leggo:

– Il Signore è il mio past..

Il sagrestano, che si è messo alla destra dell’ambone, si precipita felinamente sul microfono per coprirlo con la mano. Mi guarda come se mi avesse sorpreso mentre profano la tomba del papa, poi forse si ricorda che sono il figlio della defunta e si addolcisce, indicandomi dove iniziare a leggere.

I pochi grumi di platea fanno finta di non aver rilevato la cosa. Mio padre mi guarda con un’espressione assente.

Riprendo, imponendomi di dominare il rossore prendendo la cosa sportivamente. In fondo, mi immaginano confuso dal dolore:

– Dal libro del profeta Isaia…

E faccio una pausa perché il ricordo infantile riemerso all’occorrenza mi dice che si fa così. Poi vado in modalità congresso di psichiatria, e recito con distacco professionale:

– In quel giorno, preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi é il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza».

Sollevo un momento lo sguardo sull’uditorio. Rilevo che non ha un’espressione molto diversa da quella che aveva prima che io iniziassi a leggere.

– Parola di Dio.

E loro, in coro:

– Parola di Dio.

Freno la tentazione di ripetere due o tre volte Parola di Dio per verificare che mi vengano dietro. Poi guardo il sagrestano per chiedergli l’ok. Lui me lo dà con un cenno del capo. Sento che tra me è lui c’è già un’intesa speciale. Mi gaso un po’ quando declamo:

– Ripetete con me: “Il Signore é il mio pastore: con lui non manco di nulla.”

E loro ripetono.

E io:

– Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.

Li guardo e loro, puntuali:

– Il Signore è il mio pastore: con lui non manco di nulla.

Prendo il ritmo.

– Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Incespico sulla parola “vincastro” perché non so assolutamente che significhi.

– Il Signore è il mio pastore: con lui non manco di nulla.

– Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.

– Il Signore è il mio pastore: con lui non manco di nulla.

– Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.

Sull’ultimo ‘Il Signore è il mio pastore: con lui non manco di nulla’, guardo il sagrestano, che mi telecomanda al mio posto.

Mi sento strano.

Don Carlo mi ringrazia con un cenno della testa. Con molto più mestiere di me inizia a leggere il passo del Vangelo che ha scelto per mia madre, discostandosi un po’ dal rito funebre classico. Un prete flessibile. La sua voce é suadente, sincopata.

“Un uomo chiese a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n`ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».”

Il buon samaritano. Trattare il prossimo tuo come vorresti che il prossimo tuo trattasse te.  La compassione.

Senza soluzione di continuità si mette a parlare di mia madre. Mentre dice le cose di routine sulla vita eterna mi guardo le nocche della mano destra. Non ho mai capito perché nelle situazioni in cui c’è solo da aspettare che passi il tempo mi guardo le nocche delle mani, e soprattutto perché mi guardo proprio le nocche della mano destra.

Messaggio pubblicitario Poi però don Carlo dice una cosa su mia madre, paragonandola al buon samaritano. Qualcosa che ha a che fare con la generosità, ma di cui la mia mente non riesce a registrare testualmente. Una cosa che in quel momento mi sembra nuova. E che può sapere solo chi l’ha conosciuta veramente. Non chi, come me, l’ha conosciuta e basta. Non capisco bene il concetto, perché raggiunge solo la metà del mio cervello non impegnata a fissare le mie nocche. Tanto che non ricordo nemmeno le parole esatte che don Carlo usa per esprimerlo. Qualcosa dentro di me fa più presto della comprensione semantica. Il senso di una corrispondenza sperata. Quella cosa che mia madre aveva è la stessa cosa che io ho sempre desiderato avere. Come se mi arrivasse all’improvviso la consapevolezza che questa cosa che ha a che vedere con la generosità, lei ha provato ad insegnarmela per tutta la vita, ma non c’è riuscita perché io non sono stato in grado di capire in tempo.

Faccio a piedi la strada che separa la chiesa dal mio studio. Ho deciso che oggi è meglio lavorare.

Il cellulare non la smette di vibrare. Tanto che lo tengo in mano. Gli sms fioccano. Recitano tutti diverse variazioni sul tema di quella frase. La solita. “Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, non esitare a chiamarmi”. Molti degli sms provengono da persone che ho salutato poco fa. Al funerale, c’erano. Al termine della funzione si sono messi in fila, composti. Un gregge affranto. Ciascuno di loro, quando è arrivato il suo turno, mi ha abbracciato tenendo lo sguardo basso e scuotendo la testa. Alcuni hanno solo scambiato con me uno sfioramento di guance, prima una poi l’altra. Di altri, ho sentito l’umido delle labbra sulla pelle del viso.

Ma sentono che non basta. Che ti devono qualcosa di più. E allora ti fanno arrivare questo sms nel momento, loro immaginano, che sarai rimasto solo. Se lo immaginano come il momento più difficile, quello in cui la messa finisce e tu rimani senza di loro.

Nei giorni successivi ne riceverò tanti altri, di sms. Sarà il turno di quelli che al funerale non ci sono venuti. Tra l’altro, ci farò caso solo in quel momento che al funerale non c’erano. Perché, anche se il tema e il tono non variano (“Se posso fare qualcosa per te ti prego dimmelo”, “Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, sai che ci sono”, “Sono con te, e per qualunque cosa fai affidamento su di me”, ecc.), gli sms di questa seconda serie sono preceduti da bugie sociali che hanno la forma di acrobazie del luogo comune del tipo “Mi è stato impossibile esserci fisicamente ma ero lì con te nello spirito”.

Fatto sta che quello che più o meno tutti mi dicono è che il mio lutto mi abilità a disporre di loro.

Possibile che chi dice o scrive questa frase pensi veramente che lo chiameremo alle tre del mattino, in preda all’angoscia, solo per dirgli che siamo in preda all’angoscia? E che, attanagliati dall’angoscia per tutta la giornata, ci siamo dimenticati di andare a comprare il pane, e se per cortesia può alzarsi, vestirsi, uscire e trovare un forno, tanto nel giro di un’ora apriranno (che gli costa aspettare una mezz’ora in macchina davanti alla saracinesca chiusa?) e portarci uno sfilatino caldo. Quello sì, che attenuerebbe l’angoscia. Possibile, poi, che se quella frase te la dice un’amica bona che hai sempre desirato scoparti senza riuscirci, questo possa voler dire che stavolta lei non potrà sottrarsi?

Insomma, quando le persone pronunciano quella frase o te la scrivono via sms, che sembra quasi che dal telefonino esca pure la loro faccia costernata, accudente, fanno veramente? Ma sul serio la morte di qualcuno con cui avevi un legame sufficientemente stretto genera il diritto temporaneo a disporre del prossimo? Riproducendo (anche se per un tempo limitato, perché poi il lutto ci mette poco, soprattutto per gli altri, ad andare in prescrizione, anche il più atroce) l’onnipotenza dell’infanzia.

 

 

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