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Le rappresentazioni sociali: immagini, rappresentazioni, stereotipi e pregiudizi

Le rappresentazioni sociali sono rappresentazioni mentali relative a persone, oggetti o situazioni percepiti in precedenza. 

ID Articolo: 140059 - Pubblicato il: 30 settembre 2016
Le rappresentazioni sociali: immagini, rappresentazioni, stereotipi e pregiudizi
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Rappresentazioni sociali: Una rappresentazione mentale è, infatti, un pensiero operato in sostituzione di un oggetto, persona o evento percepito in precedenza, pensiero che è il risultato di un processo percettivo e cognitivo in relazione diretta o elaborata con lo stimolo percepito.

Rossella Pavani, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

Le rappresentazioni sociali: definizioni

Le rappresentazioni sociali sono alla base dei complessi meccanismi della produzione della conoscenza sociale e dell’agire di ognuno di noi; sono un fondamentale costrutto teorico, ma soprattutto

uno strumento indispensabile per comprendere ed eventualmente modificare i comportamenti collettivi
(Palmonari & Emiliani, 2014).

Le rappresentazioni: ovvero “la mappa non è il territorio”?
Per iniziare una disamina intorno alle rappresentazioni sociali, si potrebbe partire parafrasando la suggestione condivisa da Bell (1945) e da Korzybsky (1958) sulla constatazione che la mappa non corrisponde alla cosa mappata, ma rispetto alla quale, in qualche modo, ci muoviamo come se lo fosse.

Una rappresentazione mentale è, infatti, un pensiero operato in sostituzione di un oggetto, persona o evento percepito in precedenza, pensiero che è il risultato di un processo percettivo e cognitivo in relazione diretta o elaborata con lo stimolo percepito.

È un rimandare di qualcosa a qualcosa che è altro
(Ruggiero, 2011).

L’oggetto della rappresentazione si presenta come un

insieme complesso di idee, immagini, informazioni, atteggiamenti e valori tenuto insieme da un sistema cognitivo avente una propria logica e un proprio linguaggio
(Grande, 2005) che dipende sia dal soggetto che lo costruisce/esprime, sia dall’oggetto esterno o sociale che lo suscita. Il sistema rappresentativo è caratterizzato da tre dimensioni: l’informazione, ovvero le conoscenze possedute sull’oggetto rappresentato; l’atteggiamento, che indica le disposizioni favorevoli o contrarie verso l’oggetto rappresentato; e il campo della rappresentazione, cioè la struttura che organizza, articola e dispone gerarchicamente le unità di informazione (Moscovici, 1976, Grande, 2005).

Rappresentare una situazione, per Moscovici (1976),

non vuol dire semplicemente sdoppiarla, ripeterla o riprodurla, vuol dire ricostruirla ritoccarla, cambiarne il testo.
Nel processo ri-costruttivo, ad un’immagine si sovrapporrà inevitabilmente un significato di natura simbolica, impedendone, di fatto, una “rappresentazione oggettiva”. Ciò avviene soprattutto perché l’individuo non costruisce da zero la realtà, ma subisce una contaminazione anche da parte di elementi/significati/valori che circolano nella sua società e nel suo tempo. Attorno agli “oggetti”, gli individui formeranno delle “idee calde, cariche di significati emozionali” (Gastaldi & Contarello, 2006) e quando la conoscenza sarà elaborata e condivisa collettivamente, attorno a quell’oggetto, a quel punto divenuto sociale, per Moscovici e Farr (1989) si creeranno delle rappresentazioni sociali che non sono semplicemente
opinioni su o atteggiamenti verso, ma sono di diritto teorie o branche della conoscenza che vengono usate per la scoperta e l’organizzazione della realtà.

Rendendo familiare ciò che è estraneo o distante dall’esperienza dei membri di un gruppo, per Palmonari, Rubini e Cavazza (2002), non solo si faciliterà la comunicazione in merito ad una realtà comune, ma il sapere condiviso avrà anche la funzione di guida del comportamento, appiattendo ed omologandone i tratti. Questa articolazione, che gli autori definiscono “dinamica ed evolutiva” tra componenti individuali e sociali, mostra la natura sociale e collettiva che gli individui hanno di loro stessi e del modo in cui si porranno nel mondo che li circonda, evidenziando la pervasività delle rappresentazioni sociali nelle azioni quotidiane. Anche per lo stesso Moscovici (1991) le rappresentazioni sociali

mostrano un potere d’influenza notevole, perché non è più possibile distinguerle dal mondo dell’esperienza collettiva che le reifica. Insinuandosi in tutte le azioni reciproche e le cerchie sociali, diventano il codice genetico […] delle combinazioni successive.

 

Le rappresentazioni sociali e le categorizzazioni

Messaggio pubblicitario In questa direzione il contributo di Tajfel appare fondamentale; come riportato da Rubini (2003), egli opera una distinzione fra categorizzazione tout court (raggruppamento di oggetti/eventi per similarità, che permette una riduzione del carico cognitivo) e categorizzazione sociale. Quest’ultima, oltre ad essere caratterizzata dalle funzioni cognitive che regolano i normali processi di classificazione degli stimoli (semplificazione e ordinamento della realtà percepita), è carica di valori sociali che influenzano la divisione dell’ambiente sociale in “noi” e “loro”.

Fra gli effetti cognitivi prodotti dalle categorizzazioni sociali, oltre alla semplificazione euristica della realtà, saranno presenti delle distorsioni valutative come l’effetto contrasto (la sovrastima delle differenze intercategoriali – “noi siamo diversi da loro”) e l’effetto assimilazione (l’accentuazione delle somiglianze intracategoriali – “loro sono tutti simili”). L’espressione di questi due effetti comporta una maggiore variabilità percepita fra i membri dell’ingroup dovuta all’effetto della familiarità e, di conseguenza, la percezione di un’omogeneità nell’outgroup (Rubini, 2003).

La spiegazione che viene ipotizzata da Tajfel (1974) sul comportamento ingroup/outgroup si rifaceva al bisogno degli individui di raggiungere la differenziazione o specificità positiva del proprio gruppo, attraverso la quale derivava la valorizzazione della propria identità sociale. Questi sono gli assunti di base della teoria dell’identità sociale (Tajfel & Turner, 1979) che è definita

motivazionale per il fatto che la forza psicologica che spinge gli individui all’appartenenza ai gruppi sociali è l’enfatizzazione o il mantenimento della stima di sé. Il raggiungimento della specificità positiva del proprio gruppo produce un riverbero positivo sull’immagine di sé
(Rubini, 2003).

È invece slegando l’autostima dalle idee di base della teoria dell’identità sociale, che Turner (1985) formulò la teoria della categorizzazione del Sé, attraverso la quale cercava di dar conto non solo delle differenze percepite ma anche dei comportamenti effettivi. Turner sosteneva che le identità sociali fossero le responsabili del comportamento intergruppi e ciò è evidente proprio dal fatto che le persone che si identificano in un gruppo si comporteranno in modo coerente con gli altri membri del gruppo. Da un punto di vista cognitivo la teoria mette in risalto che

il Sé non si configura come un’entità fissa ma piuttosto come qualcosa che dipende dal contesto intergruppi saliente
(Cognizione sociale, 2009), facendo risaltare gli aspetti psicologici dell’appartenenza ad un gruppo, accentuandone quelle caratteristiche prototipiche e stereotipiche che aumentano la percezione di somiglianza fra sé e i membri dell’ingroup.

 

I processi di stereotipizzazione: dalle rappresentazioni sociali ai pregiudizi

Sarà appunto la tendenza ad assimilare fra loro gli elementi che compongono una determinata categoria, attenuandone o appiattendone le differenze interne (Rubini, 2003), che farà diventare la categorizzazione sociale “conoscenza in senso comune”, nella misura in cui essa concorre alla costruzione consensuale della nostra realtà quotidiana (Grande, 2005).

Il collegamento fra le rappresentazioni sociali e la nascita dello stereotipo era stato avviato dal giornalista Walter Lippmann (1922) il quale, oltre a coniare il termine stereotipo mutuandolo dall’ambiente tipografico, sosteneva che gli individui si approcciassero alla realtà non in modo diretto, ma attraverso delle immagini mentali che ognuno si forma su un particolare della propria realtà (Mazzara, 1997). Per l’autore, queste immagini mentali costituiscono un filtro, uno “pseudo-ambiente” attraverso il quale l’individuo interagisce, e ciò che ne passa attraverso sono semplificazioni, spesso grossolane. Come riportato in un suo recente articolo, Fiore (2015) definisce uno stereotipo come

una scorciatoia mentale usata per incasellare persone o cose in determinate categorie stabilite. Sono delle valutazioni rigide, inflessibili, che si riferiscono a concetti mai appresi in maniera diretta, ma mediati dal senso comune.

In ragione del fatto che, bypassando le verifiche empiriche dirette, uno stereotipo si propone di

rappresentare gruppi e non individui, immagini globali e non specifiche rappresentazioni di singole persone
(Arcuri & Cadinu, 2011), ne deriva che la realtà rappresentata si articolerà in prospettive contrapposte secondo il punto dal quale ci si colloca per osservarla. Proprio per il fatto che entra in gioco lo status del gruppo, gli stereotipi non sono dei sistemi di
rappresentazione «neutrali»: essi normalmente veicolano in maniera implicita sistemi di valore, gerarchie di criteri, preferenze e giudizi tendenziosi
(Arcuri & Cadinu, 2011) che spesso offrono una base fertile, un “nucleo cognitivo” al pregiudizio (Mazzara, 1997).

Per Fiore (2012) lo stereotipo è spesso collegato al pregiudizio dal momento che è una

rappresentazione mentale di un preconcetto, vale a dire l’insieme degli elementi di informazione e delle credenze circa una certa categoria di oggetti, rielaborati in un’immagine coerente e tendenzialmente stabile, in grado di sostenere e riprodurre il pregiudizio nei loro confronti.

Nelle scienze sociali il termine pregiudizio somma così, oltre al significato più comune di giudizio emesso a priori (e in assenza di dati empirici), due ulteriori precisazioni: la prima è che ci si riferisce principalmente a specifici gruppi sociali e la seconda, che sia di solito sfavorevole perché tende a penalizzare l’oggetto del giudizio stesso (Mazzara, 1997). Come lo stereotipo, anche il pregiudizio può essere positivo, utile e corretto seppur formulato in assenza di validazione empirica, ma il crinale fra l’esigenza utilitaristica di classificare un mondo incredibilmente vario e complesso e farne un uso distorto, per Mazzara (1997), sta nel motivo per cui un determinato tratto entra a far parte di una categoria. Per l’autore avviene

un’estensione dai requisiti di base che definiscono la categoria e che sono relativi ad appartenenze sociali, a requisiti accessori di tipo psicologico, e riguardano i tratti di personalità, le disposizioni, le qualità morali.

L’accezione negativa di pregiudizio è, di solito, predominante e può concretarsi in stigma quando in una società

sono consolidate e culturalmente condivise delle credenze che assegnano ad alcuni gruppi una posizione di inferiorità e li fanno oggetto di espressioni di disprezzo
(Arcuri & Cadinu, 2011).

Per Clark (1965) il grave rischio per gli individui presi di mira da forme di stigma sociale è che dubitino del loro valore, indebolendo la loro autostima, offrendo ulteriormente il fianco a successive ed ulteriori espressioni negative. Sebbene i dati riportati da Fiske e Taylor (2009) rivelino che solo il 10% della popolazione occidentale detiene stereotipi manifesti, non si può certo affermare che razzismo o sessismo siano scomparsi, ma piuttosto che siano celati sotto forme latenti, sottili, di “razzismo riluttante”. La maggior parte delle persone, infatti, rifiuta l’idea di poter detenere delle credenze o delle intenzioni razziste (Gaertner & Dovidio, 1986) e ciò può essere determinato dal tentativo di rifuggire a loro volta dal marchio/stigma di individui poco politically correct, rivolto verso coloro i quali si siano sbilanciati ad esprimerli apertamente. Tutto ciò può comportare un adeguamento, una conformazione a norme e credenze che siano ritenute collettivamente più accettabili, spesso celandole sotto mentite spoglie, le quali però continuano a far sentire gli effetti dei bias a chi ne è stato fatto oggetto (Fiske & Taylor, 2009).

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Molte delle pubblicazioni (per una rassegna si veda Wheeler & Petty, 2001) mostrano che l’attivazione degli stereotipi può influenzare il comportamento degli individui. Gli autori analizzarono i dati operando tre principali distinzioni: fra stereotipi positivi e negativi; fra stereotipi che riguardano il proprio gruppo (self-stereotype) o il gruppo a cui non si appartiene (other-stereotype); fra l’effetto comportamentale dell’assimilazione o quello del contrasto. Le loro analisi mostrano come, nella maggioranza degli studi presi in considerazione, le persone assimilano il loro comportamento allo stereotipo attivato. Inoltre, temendo di confermare con la propria prestazione lo stereotipo (Fiske & Taylor, 2009), le persone subirebbero una sorta di “minaccia da stereotipo” (Steele, 1997), la quale consente di predire che l’essere costretti a confrontarsi con auto-stereotipi negativi salienti porterà i membri di un gruppo svantaggiato a peggiorare le proprie performance in un compito per il quale sono stati ritenuti “meno adatti” (Fiske & Taylor, 2009; Wheeler & Petty, 2001).

Per Fiore (2012) la ragione che ci spinge ad adottare e mantenere gli stereotipi non è per una deprecabile

tendenza all’errore, ma per non rimanere senza schemi e senza aspettative
e questo comporterebbe degli innegabili benefici da un punto di vista cognitivo, in quanto si riescono ad accumulare dati sul mondo che ci circonda assimilando le nuove informazioni a quando precedentemente appreso e già in memoria, per ridurre operazioni complesse ad azioni semplici.

Ciò può avvenire attraverso l’uso di euristiche, semplici strategie cognitive, forme semplificate ed economiche di ragionamento, che costituiscono strumenti in grado di ridurre la complessità degli elementi e di fornire una spiegazione “al meglio” di quanto viene comunicato. Vi è una quantità di informazioni praticamente illimitata alla quale siamo esposti quotidianamente: parte di essa potrebbe essere influente sulle decisioni che si prendono nella vita, ma un’altra parte potrebbe essere di dubbio valore. Per Fiske & Taylor (2009), dati i vincoli temporali, per complessità o mole delle informazioni rilevanti,

non è realistico che, per formulate i propri giudizi, il pensatore sociale utilizzi strategie esaustive.
In molte circostanze si comporta come una persona che “si accontenta” di effettuare inferenze e decisioni adeguate, piuttosto che come un “ottimizzatore” che cerca di arrivare alle inferenze e alle decisioni che siano le migliori in assoluto.

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