Le tecniche immaginative in terapia cognitiva (2014) – Recensione

Il libro sulle tecniche immaginative in terapia cognitiva rivela come le immagini mentali possano costituire un canale di accesso alle emozioni. 

ID Articolo: 123309 - Pubblicato il: 26 luglio 2016
Le tecniche immaginative in terapia cognitiva (2014) – Recensione
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Tecniche immaginative: Un libro preziosissimo. Il cuore concettuale: le immagini mentali sono un canale di attribuzione di significato che si muove lungo strade diverse da quello verbale-semantico. Ha una connessione privilegiata con le emozioni.

Introduzione: la seduta di Danilo e le tecniche immaginative

“Mia madre stava peggio di quello che le ho raccontato l’altra volta.”
“Cioè?”
“Soffriva di, le è stata diagnosticata più tardi, all’epoca non lo sapevamo, di schizofrenia paranoide”.
“Che succedeva a casa, di che età stiamo parlando?”
“Avevo 10 anni circa. La notte non potevo dormire.”
“Che faceva mamma?”
“Restava sveglia tutta la notte. Era convinta che i ladri avrebbero potuto irrompere in casa e quindi girava da una finestra all’altra a controllare.”
“E lei?”
“Stavo sotto le lenzuola, gli occhi spalancati, immobile, congelato. Se avessi mosso un muscolo mi avrebbero notato”.
“Com’era la sensazione?”
“Terrore, mi sentivo paralizzato. Guardavo fuori dalle finestre e ogni foglia che si muoveva mi ghiacciavo ancora di più”.

È la seconda seduta con Danilo. Le condizioni relazionali per provarci ci sono. Gli chiedo di tornare lì con l’immaginazione. Un breve rilassamento, focus sul respiro, occhi chiusi e mi porta nella scena. Rivive il terrore, la paralisi, l’impotenza. Apre gli occhi, ne parliamo. Gli propongo di tentare un lavoro di imagery rescripting. Accetta. Torniamo lì, il Danilo adulto si siede sul letto del Danilo bambino. Lo calma. All’inizio Danilo bambino non ne vuole sapere, ma riesce a convincerlo ad alzarsi e andare a guardare fuori. Lo prende per mano, si accostano alle finestre. Non c’è nessuno. Il Danilo bambino torna a letto, rassicurato. Danilo riapre gli occhi si sente rilassato, più disteso e prova un senso di autoefficacia. Era entrato in terapia per un senso di blocco, apatia, anedonia, incapacità di andare avanti nella carriera. Dopo questo esercizio ha capito le radici dei suoi momenti di passività e spegnimento.

È nell’aria. Gli allievi che hanno respirato corsi di EMDR, schema-therapy, compassion therapy iniziano a familiarizzare con tecniche immaginative del genere. Magari qualcuno ha studiato approfonditamente l’esposizione prolungata per il PTSD. Un segno dei tempi che cambiano, un segno della terapia cognitiva che cambia. La ristrutturazione razionale delle credenze erronee ha mostrato da tempo la corda. La nuova generazione di terapeuti sta aggiornando lo strumentario e i nuovi attrezzi sono più incisivi, potenti. Uno di questi è il lavoro sull’immaginazione.

L’esperienza personale di Giancarlo Dimaggio

Messaggio pubblicitario Un’altra storia. La mia tesi di specializzazione era sulle emozioni oniriche e la loro evoluzione nel corso del trattamento. Immagini mentali generate dalla mente isolata dal contesto e i loro correlati emotivi. Quanto di più costruttivista si possa pensare. Finisco la specializzazione in psichiatria, completo la mia formazione in terapia cognitiva. Inizio una formazione in psicodramma analitico. Le immagini mentali messe in scena che diventavano oggetto di nuova riflessione. Vissuta sulla mia stessa pelle, uno strumento incredibile. Peccato che il filtro fosse la teoria di Lacan, quanto di più indigesto abbia mai dovuto assumere nel mio percorso di conoscenza. Ma è rimasta un’esperienza preziosa. Mi sono portato sempre dietro il lavoro sui sogni e la messa in atto psicodrammatica nel mio lavoro clinico, ma con la sensazione che fossero lontani dal cognitivismo e che toccasse integrarli, dar loro dignità in un campo che sostanzialmente li guardava con scetticismo, diffidenza, a volte aperto disprezzo.

E ancora, vado in giro per convegni. A Tallin vedo Martin Bohus portare pazienti con disturbo borderline di personalità e abuso sessuale a rivivere nell’immaginazione ricordi di incesto. Da brividi. Nei seminari di Arnoud Arntz vedo effettuare il reparenting in immaginazione sui ricordi infantili. E poi il lavoro di Lynne Angus e Sandra Paivio sulla terapia del trauma in chiave narrativo-esperienziale. E mi dico: l’aria sta cambiando.

Sull’utilizzo dell’imagery ci lavoro con i miei colleghi del Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale. E ci chiediamo: ma nel cognitivismo, tutto questo lavoro che a noi sembra così prezioso, quanto spazio ha? Approfondisco la letteratura. E scopro un buco enorme, del quale quasi mi vergogno. C’è un libro che riassume tantissima conoscenza: “Le tecniche immaginative in terapia cognitiva”. Lo leggo avidamente, è quello che cercavo. Ringrazio in cuor mio l’Eclipsi (ovvero Alessandra Carrozza, Gabriele Melli e Nicola Marsigli) per avere capito che andava tradotto in italiano.

Le tecniche immaginative in terapia cognitiva

Un libro preziosissimo. Il cuore concettuale: le immagini mentali sono un canale di attribuzione di significato che si muove lungo strade diverse da quello verbale-semantico. Ha una connessione privilegiata con le emozioni (facile pensare a Damasio, anche se qui non viene citato). L’implicazione clinica: evocare immagini mentali, attivare le emozioni, modularle, dar loro nuovi significati, modificarle. Uno strumento insostituibile di assessment e cambiamento. Racconta le radici del lavoro sull’imagery: molto prima di Jeffrey Young, molto prima di Paul Gilbert, molto prima di Francine Shapiro, Pierre Janet, Jacob Moreno, Aron Beck, Arnold Lazarus, Fritz Perls (che sta influenzando la terapia moderna in modo impressionante, non so quanti se ne siano accorti). Tecniche dimenticate, guardate con scetticismo, imbarazzo, in nome di un supposto rigore evidence-based che non aveva giustificazioni e ora riportate al centro dell’attenzione della terapia scientifica.

Il caso di Renata

Renata, mi sta raccontando della sua rabbia verso il padre, tirannico e violento in casa. La domanda chiave della Terapia Metacognitiva Interpersonale:
“Mi descrive un episodio in cui è stato violento?”
“A cena.”
“Quanti anni aveva?”
“Sette.”
“Chi c’era a tavola?”
“Io, lui, mia madre.”
“Chiuda gli occhi, mi porti con lei, lì”

Andiamo insieme nel passato. Il padre urla alla madre. Le chiedo cosa prova. Non c’è traccia della rabbia. È terrorizzata. “Cosa le fa paura?”. “Può aggredire mia madre.” “Guardi sua madre in viso, cosa vede?” “Ha paura.” “E lei cosa prova vedendo quel viso?” Renata scoppia a piangere.

Usciamo dalla scena, ci ragioniamo su. L’informazione sul suo mondo interno è cambiata, la rabbia non è l’emozione primaria, era spaventata e provava pena, tristezza al pensiero che la madre fosse vittima di quelle aggressione verbali (e fisiche in altri momenti). La formulazione del caso quindi è più ricca.

Torniamo insieme nella scena: dica a suo padre che le fa male che lui si comporti così e che le dispiace per sua madre. Renata ci prova, con voce flebile. Si blocca subito. “Come si sente?” le chiedo. “In colpa”. “Come mai?”. “Mio padre è fragile, lo sto facendo soffrire.”
Apre gli occhi, è sbalordita. Non aveva la minima idea di albergare questi sentimenti.

Riflessioni sul libro sulle tecniche immaginative

Il libro di Hackmann e colleghi è pieno di scene come queste. Pazienti con fobia sociale, attacchi di panico, Disturbo ossessivo compulsivo, PTSD, disturbi di personalità. Spiega come evocare le scene e come modificarle in modo collaborativo con il paziente. Una miniera di strumenti di lavoro per il terapeuta cognitivista. Prima gli autori gettano le basi teoriche e poi spiegano il da farsi.

Messaggio pubblicitario Rifletto a lungo: a leggere gli autori sembra che queste pratiche siano parte integrante del lavoro del terapeuta cognitivista. La mia esperienza è diversa. Gli allievi che ho formato e formo nel corso degli anni non ne hanno esperienza. Quando mostro loro in classe come si effettua l’immaginazione guidata stanno vedendo qualcosa di nuovo. Sì, qualcuno l’ha visto fare in schema-therapy, in compassion therapy, ma finisce lì. E invece il cognitivismo include queste tecniche.

Un’altra riflessione. Una parte di questo bagaglio viene dalle terapie comportamentali. E io ero di quelli che avrebbe volentieri gettato a mare la C di Comportamentale dalla SITCC. Faccio un esercizio di guided imagery e parlo al me stesso del passato, lo convinco a cambiare idea. Il mio me stesso di qualche anno fa prova un po’ di vergogna. Ora si tratta naturalmente di riscrivere il comportamentismo moderno in una cornice diversa, direi quella della cognizione incorporata, ma non è lo scopo di questa recensione.

Conclusioni

Per gran parte del libro si potrebbe avere l’impressione che gli autori siano abituati a lavorare sui disturbi sintomatici, anche se poi di fatto spesso negli esempi clinici che riportano operano sulle strutture nucleari della personalità. Quindi l’idea è che mirano un’immagine disturbante, la elaborano e questo, in grado più o meno completo, risolve – o riduce – la psicopatologia. Nel capitolo finale, dedicato alla scrittura di nuove immagini, positive, invece il lavoro sulla personalità viene fuori e gli autori chiariscono che si tratta di operazioni che vanno ripetute a lungo, spesso per anni, finché nuovi modi di sentire e pensare si radicano nell’individuo e diventano parte integrante di una personalità più ricca, completa. E resta a quel punto la convinzione che gli autori del libro abbiano messo a disposizione del lettore un patrimonio enorme di strumenti, un dono di creatività e sapienza. La terapia cognitiva, in questa luce è più drammatica, intensa, fantasiosa e divertente. E soprattutto, e questo è il punto nodale: probabilmente è più efficace. Oppure, efficace con una gamma più ampia di pazienti. Provo a mettere “Le tecniche immaginative in terapia cognitiva” a fianco di “Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica” di Safran e Muran. Mi piace vederli vicini, uno ha bisogno dell’altro.

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Bibliografia

  •  Hackmann, Bennett-Levy e Holmes (2014). Le tecniche immaginative in terapia cognitiva. Eclipsi editore
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