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Metamorfosi della maternità nel cinema horror: evoluzioni e mutamenti dagli anni Sessanta ad oggi

Il cinema horror può costituire uno spunto di riflessione interessante sul tema della maternità e del figlicidio nella società contemporanea.

Di Giulia Perasso

Pubblicato il 02 Mag. 2016

Aggiornato il 27 Giu. 2016 10:05

Cosa ha a che fare il tema della maternità con il genere cinematografico dell’orrore? Apparentemente nulla. Tuttavia, i due elementi ci consentono di scoprire ed esplorare un interessante gioco di specchi psico-sociali e culturali, nell’evoluzione ideologica e clinica dell’essere madre dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

 

Cosa ha a che fare il tema della maternità con il genere cinematografico dell’orrore? Apparentemente nulla.

I due elementi in questione potrebbero apparirci distanti, se non addirittura antitetici: da una parte l’amore e la generatività vitale, dall’altra una morbosa e forse un po’ masochista velleità di un certo tipo di pubblico di essere terrorizzato, attraverso svariate declinazioni di morte e ignoto. Tuttavia, andare oltre questa prima impressione ci consente di scoprire ed esplorare un interessante gioco di specchi psico-sociali e culturali, nell’evoluzione ideologica e clinica dell’essere madre dagli anni Sessanta ai giorni nostri.

 

Horror e maternità: Rosemary’s Baby

E’ nel 1968, con l’adattamento cinematografico del romanzo di Ira Levin ‘Rosemary’s Baby‘, che il genere horror si è indissolubilmente annodato al tema della nascita e della maternità.

Nel noto film di Polanski, dopo un concepimento rituale e orgiastico dai toni onirici e schnitzleriani, l’incantevole protagonista (Mia Farrow) porta a termine una gravidanza alquanto misteriosa. Ostaggio di una setta, venduta dal marito al demonio come fattrice in cambio di una brillante carriera di attore nella competitiva New York degli anni Sessanta, Rosemary si arrende a un amore materno privo di confini, che sfugge alla logica dicotomica morale di bene e male, finendo per soverchiarla: il mostruoso invasore, sconosciuto e ameno che la avvelena dalle fondamenta più viscerali, minacciando la sua stessa esistenza, si rivela comunque meritevole del suo amore. Molteplici interpretazioni e ipotesi della critica hanno voluto leggere in ‘Rosemary Baby‘ un’arguta e metaforica denuncia alle istituzioni di matrimonio e famiglia, in linea con il fervore dei moti femministi del tempo.

L’osservazione che a oggi si può muovere, utile a formulare paragoni tra il prima e il dopo di uno dei generi cinematografici più amati, nonché stimolante riflessioni di carattere psico-sociale in senso lato, è l’idealizzazione cieca della maternità. La madre prototipica di ‘Rosemary Baby‘, è un essere angelico, capace di amare il figlio anche qualora da ospite si faccia crudele invasore, mettendo in scena una mitizzazione dell’accudimento che va oltre l’amor proprio, il narcisismo, il desiderio e l’etica del bene sociale, rivelando, seppur in sottofondo un retaggio cattolico e perbenista.

 

Rosemary’s baby (1968) Trailer:

 

 

Diversità e colpevolizzazione della madre

Un altro tema che la cronologia hollywoodiana dell’horror ha implicitamente sviluppato è quello della colpevolizzazione materna per la diversità del proprio figlio conclamata come nefasta e malefica, pienamente in linea con la stigmatizzazione clinica della maternità operata in passato da alcune autori di psichiatria e psicoanalisi come Kanner, Sullivan, Bettelheim, Reichmann, intenzionati a trovare un nesso causale ad alcune forme psicopatologiche ancora insondabili persino a livello di vulnerabilità genotipica.

Da ‘Carrie‘ (De Palma, 1976), all’ ‘Esorcista‘ (Friedkin, 1973), fino al thriller psicologico ‘Psycho‘ (Hitchcock, 1960), il cinema del brivido ha messo in tensione e rieditato il dramma di una responsabilizzazione materna strutturale, cancellando strategicamente dall’intreccio di trama la figura paterna. Chi può essere imprescindibilmente colpevole della condizione demoniaca (o demonizzata) di un frutto se non la pianta che lo ha generato, specie se in assenza di altri fattori?

 

 

Maternità e Horror ai giorni nostri

Quello a cui possiamo assistere ai giorni nostri, sgranocchiando pop-corn dinnanzi agli enormi schermi dei multisala, sono ulteriori ed interessanti variazioni orrorifiche del tema della maternità.

Nel 2013 Guillermo del Toro porta sul grande schermo una creatura ancestrale, dal nome archetipico ‘La Madre‘, nel riverbero di echi non solo Junghiani, ma anche Freudiani, che rimandano al  Das-ding, ‘La cosa‘.

Sebbene la Madre non appartenga in modo definito né al mondo dei vivi, né al mondo dei morti ed il suo corpo si giochi a livello di immagine tra la consistenza dell’osso nudo e quella del fumo, al di là dei confini del sonno e della veglia, del dentro e del fuori, essa diviene metafora di una pulsione simbiotica che ingloba e mortifica la vita.

Nella narrazione, Madre si trova a proteggere e nutrire due bambine smarrite nella foresta, salvandole dalla violenza paterna. Così inizia il legame materno istituitosi tra le bambine e l’entità mostruosa, che non riverbera di alcuna tensione biologica; il nucleo di questa maternità è piuttosto, in termini Lacaniani, il brusio di una langue cantata, una ninna nanna ipnotica che porta le piccole a regredire e dimenticare il linguaggio parlato, a sospendere il tempo e gli anni che passano lungi dal resto del mondo. E’ messo abilmente in scena un accudimento istintivo, fatto di completezza simbiotica e primordiale, ostile a qualsiasi tipo di civilizzazione. In termini cari alla psicoanalisi lacaniana potremmo tradurre come godimento assoluto, un abbraccio troppo stretto che mortifica la soggettivazione della vita rifiutando la mancanza e la separazione, il taglio della civiltà e della cultura.

 

La madre (2013) Trailer:

Non a caso Madre torna a reclamare gelosamente le sue bambine una volta salvate e affidate a nuovi genitori, vietando loro di camminare in posizione eretta o di portare gli occhiali.

 

E se ‘La Madre‘ non fosse un’entità sovrannaturale che infesta una foresta innevata, ma abitasse inconsciamente e sottoforma di un primordiale istinto una donna come tante altre, con un mestiere come tante altre, in una casa come tante altre, con un bambino come tanti altri?

In tal caso staremmo vedendo un altro film: Babadook, di Jennifer Kent (2014).

Amelia, un’infermiera rimasta vedova, è mamma del piccolo Samuel, un bambino esternalizzante e poco inserito nel contesto dei pari.

Il caso porta tra le loro mani un misterioso libro per l’infanzia con protagonista il perfido mago Babadook, che terrorizza il piccolo Samuel al punto di sconvolgere il loro fragile equilibrio diadico. I muri della loro casa sono valicati metaforicamente e fisicamente: il bambino non riesce più nemmeno a dormire da solo per la paura e la privacy di Amelia, così come ogni possibile altrove materno, decadono in un precipizio melanconico. Sempre più nervosa, isolata ed impossibilitata a gestire il terrore del figlio, un lavoro stressante e il giudizio delle altre madri, la donna inizia a dare segni di squilibrio, passando dall’allucinosi alla violenza, fino ad una terribile ma salvifica scoperta: essere Babadook, essere l’uomo nero intenzionato ad uccidere il proprio bambino.

Conoscere l’istinto mortifero insito nella maternità stessa, porta Amelia a salvare se stessa e il figlio, al prezzo di un metaforico patto. Quello di nutrire Babadook periodicamente, tenendolo sottocontrollo nel seminterrato.

 

Babadook (2014) Trailer:

 

 

Il film risponde con un’invenzione allegorica alla Sindrome di Medea, complesso agito in numerosi casi di cronaca figlicida: l’unico modo per impedire la fagocitazione mortifera dei figli è poterla guardare, darle un nome, accettando le proprie parti oscure. Il mito performativo di una maternità perfetta e idealizzata è qui ritratto come il vero pericolo, qualora l’essere madre divori l’essere donna (Recalcati, 2015).

Sebbene la costellazione di fattori di rischio e protezione delineata da numerosi studi nella cornice della teoria dell’attaccamento identifichi un complesso sistema di variabili intergenerazionali e comorbidità psichiatriche come probabili predittori del passaggio all’atto figlicida (Barone et al., 2014), il cinema del brivido può costituire uno spunto di riflessione sempre florido ed interessante sul tema della maternità e del figlicidio nella società contemporanea. Cos’è una madre, infatti, se non il primo corpo, la prima voce, la prima pelle, con cui veniamo a contatto, indifesi e ciechi, come asserì Freud nel ‘Progetto di una Psicologia’?

Non incontreremo infatti niente di altrettanto miracoloso e traumatico in tutta la nostra vita, qualcosa altrettanto capace di oscillare in una costitutiva doppiezza, capace sia di accudire, sia di spaventare.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Barone, L., Bramante, A., Lionetti, F., Pastore, M. (2014) Mothers who murdered their child: An attachment-based study on filicide. Child Abuse & Neglect 38, 1468–1477.
  • Bettheleim, B. (1967) The Empty Fortress: Infantile Autism and the Birth of the Self, 1967.
  • Buksyk, J. (2015) Perverted Motherhood: Investigating the Trends of Monstrous Children in Horror Films. Researchgate publication. May 7, 2015.
  • Freud, S. (1892-1899), Opere Vol. 2: Progetto di una Psicologia. Edizione a cura di Musatti C.L. (1989). Bollati Boringhieri, Torino.
  • Gordon, R.M. (1998) The Medea Complex and the Parental Alienation Syndrome. Ed. by Gerd H. Fenchel. Jason Aronson Inc. Northvale, New Jersey.
  • Kanner, L. (1943). "Autistic disturbances of affective contact". Nerv Child 2: 217–50.
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  • Reichmann, F. (1959)  Psychoanalysis and psychotherapy, Chicago, University of Chicago Press.
  • Sullivan, H. S. (1947). Conceptions of Modern Psychiatry. Washington D.C.:William A. White Psychiatric Foundation.
  • Castle, W. & Polanski, R. (1968) Rosemary’s Baby. Stati Uniti: Paramount Pictures.
  • Del Toro, G. & Mschietti, A. (2013) Mama. Stati Uniti, Spagna: Universal Pictures.
  • Moliere, K. & Kent, J. (2014) The Babadook. Australia: Causeway Films.
  • Moreno-Garcia, S. (n.d.) Mommy dearest. Horror and motherood in film. Innismouthfreepress.com. Consultato in data Aprile 21, 2016 da http://www.innsmouthfreepress.com/blog/mommy-dearest-horror-and-motherhood-in-film/
  • Oler, T. (24 Novembre 2014) The Mommy Trap: Four recent horror movies by women explore the most troubling aspects of motherhood. Slate. Consultato in data Aprile 21, 2016 da http://www.slate.com/articles/arts/culturebox/2014/11/horror_movies_about_mothers_and_children_the_babadook_lyle_and_other_films.html
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