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L’Ultimo Samurai: percorso terapeutico per un disturbo da stress post traumatico – Cinema & psicologia

Il film tratta le tematiche della dipendenza dall'alcol e la disintossicazione in comunità, il disturbo del PTSD e la meditazione come strategia terapeutica

Di Francesco Gallizio

Pubblicato il 26 Apr. 2016

Davvero un grande film quello di Edwar Zwick, molto apprezzato anche nello stesso Giappone in cui è ambientata la storia, tanto da vincere il premio più ambito (l’Awards of the Japanese Academy, equivalente in Giappone degli Oscar americani, come miglior film straniero). Da apprezzare sia per il documento storico, abbastanza curato, ma specialmente per il fatto che riesce ad entrare nell’affascinante cultura dei Samurai come pochi altri prima di lui. Belle le interpretazioni e le splendide colonne sonore che accompagnano i tempi azzeccatissimi. Adatto anche lo stile meditativo, posato e saggio, proprio di quel mondo perduto che traspare quasi alla perfezione.

 

Trama

Ambientato nel Giappone di fine ‘800, tratta di un fatto storico reale: la Ribellione di Satsuma (ultima, e più grave, di una serie di sollevazioni armate contro il nuovo governo Meiji). Personaggio aggiunto Nathan Algren, è un ex capitano americano reduce dagli stermini ai danni degli indiani d’America. Alcolizzato, vive pubblicizzando fucili in piazza, da vendere ai giapponesi. Un giorno questi viene assoldato per addestrare alle armi occidentali l’esercito dell’imperatore Meiji, allo scopo di eliminare gli ultimi samurai ribelli alla restaurazione voluta dall’impero.

Il caso vuole che egli venga catturato dai ribelli capitanati da Katsumoto, un samurai che ha consacrato la sua spada alla difesa dell’imperatore e che non la deporrà se non per suo diretto ordine. Questi dunque condurrà il capitano al villaggio, e da lì comincerà per Algren un lungo percorso di scoperta di un popolo, di se stesso e infine di guarigione.

Il capitano ha infatti un Disturbo da Stress Post-Traumatico (DPTS), costellato da sensi di colpa e immagini traumatiche, che lo perseguitano di notte. La sua scorciatoia è sempre stata l’alcol, finora. Ma non sa che la comunità che lo ospiterà per i prossimi mesi sarà per lui una comunità terapeutica.

Il villaggio infatti è dedito alla meditazione e all’arte della spada e durante la sua permanenza il capitano verrà immerso in un cammino che lo condurrà, a modi terapeutici, verso una crescita interiore che lo porterà a superare il suo problema. In primis, la donna che lo ospita, sorella del capo villaggio Katsumoto, gli farà superare la dipendenza fisica privandolo dell’alcol e prendendosi cura di lui per i sintomi da astinenza. Dopodiché cominceranno una serie di colloqui quotidiani con Katsumoto, che anche se interessato inizialmente solo a conoscere il suo nemico, con l’instaurarsi della relazione diverrà per il capitano un vero e proprio terapeuta. Intanto comincerà la pratica della spada e della meditazione.

Durante i mesi di permanenza il capitano si renderà conto di molte caratteristiche fondamentali della cultura in cui è immerso e comincerà ad assaporare gli effetti benefici della vita che vi si conduce. Inizierà inoltre a scrivere un diario.

Eccone una prima trascrizione: [blockquote style=”1″]1876, giorno ignoto, mese ignoto, continuo a vivere tra questa curiosa gente […] sono tutti educati, tutti sorridono e si profondono in inchini, ma sotto la loro cortesia percepisco un profondo mare di emozioni. Sono un popolo enigmatico. Dal momento in cui si svegliano si dedicano interamente a raggiungere la perfezione in ogni gesto. Non ho mai visto una simile disciplina.[/blockquote]

Durante gli allenamenti, alcuni consigli fondamentali illumineranno la sua “via della spada” che, come lo stesso Jon Kabat-Zinn (2013) direbbe della “via della consapevolezza” e in generale sul concetto di “via”, essa rappresenta un percorso di crescita interiore verso la conoscenza delle proprie risorse e verso l’armonia con ogni momento. Non si può infatti, guardando il film, non pensare alla Mindfulness, quando ad esempio in alcuni frangenti degli allenamenti arrivano al protagonisti consigli per riportare il focus dell’attenzione al momento presente, al duello, alla spada.

L'ultimo samurai:meditazione

Successivi frammenti di diario recitano: [blockquote style=”1″]Inverno 1877. Che cosa vuol dire essere Samurai? Dedicarsi anima e corpo ad una serie di principi morali, cercare il silenzio della mente e giungere alla perfezione della via della spada. [/blockquote]

Dunque le prime riflessioni del capitano sulla consapevolezza, che accompagnano i suoi primi progressi terapeutici, che si evidenziano ancor meglio in un terzo trascritto: [blockquote style=”1″]Primavera 1877. È il periodo più lungo che io abbia passato in un solo posto da quando ho lasciato la fattoria a 17 anni. Ci sono tante cose qui che non capirò mai, non sono mai stato un frequentatore di chiese e quello che ho visto sui campi di battaglia mi ha spinto a interrogarmi sui disegni di Dio. Ma c’è indubbiamente qualcosa di spirituale in questo luogo e, sebbene possa rimanere eternamente oscuro per me, non posso che essere consapevole del suo potere. So che qui ho conosciuto il mio primo sonno tranquillo dopo tanti anni.[/blockquote]

E dunque, come succede anche per la Mindfulness, si sottolineano, pur senza entrare nell’ottica buddista, i benefici che la meditazione apporta a prescindere dalla cornice mistica religiosa da cui trae origine. E infine, a sottolineare ancor più la similitudine con la Mindfulness, un ultimo discorso tra il capitano e Katsumoto, incentrato proprio sul come uscire dal malessere derivante dai sensi di colpa. Il Samurai dirà: [blockquote style=”1″]riconoscere la vita in ogni respiro.[/blockquote]

Poi il film prosegue, il capitano ritroverà se stesso e deciderà da che lato stare, a modi “Balla coi lupi” cui è impossibile non pensare guardando questo film. Ma il succo centrale del suo percorso “terapeutico” si conclude con l’uscita dalla comunità, proprio dopo quell’ultimo discorso appena citato.

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

 

Considerazioni conclusive

Perciò quali sono stati i cardini fondamentali del percorso terapeutico del capitano Nathan Algren?
– Inserimento nella comunità;
– disintossicazione;
– colloqui col Samurai Katsumoto;
– allenamento con la spada;
– meditazione;
– diario.

Tutti elementi importanti ed effettivamente di utilità terapeutica.
E dunque questo film diviene doppiamente interessante, se a guardarlo siamo tra colleghi psicologi, perché oltre a presentare in modo magistrale gli ultimi frammenti di una cultura scomparsa e ad essere in un’ottima opera d’intrattenimento, romantica e con la giusta dose di azione, presenta nella parte centrale anche un caso clinico con relativo approccio terapeutico per niente banale. Infatti i punti appena elencati potrebbero essere parte di un percorso realmente attuabile per un caso come quello del capitano. Di fatto l’inserimento in comunità e la disintossicazione sono ovviamente passaggi che vengono notoriamente previsti per molti casi di alcolismo e di tossicodipendenza. Essendoci poi il problema psichiatrico di base (DPTS) si rendono importanti, oltre ai colloqui psicoterapeutici (come quelli che il capitano fa col Samurai), anche approcci sul corpo (come nel film avviene per l’allenamento con la spada) e meditazione. Infine, strumento spesso usato in terapia, il diario, che rende nota dei progressi ed aumenta le abilità di introspezione e metacognizione del paziente.

Dunque ancora doppi complimenti al film di Zwick che riesce ad essere efficace, interessante e ben curato sotto tutti i punti di vista, compreso quello del caso clinico, magari meno notato ma ugualmente importante rispetto agli altri, per il valore complessivo dell’opera.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Jon Kabat-Zinn “Vivere momento per momento” (TEA Pratica, quinta ristampa, 2013)
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