Dopo i 18 anni non si è più autistici: l’imbarazzante paradosso italiano

Negare l’esistenza di un autismo "adulto" è come negare l’esistenza dell’autismo stesso e deresponsabilizzare la società dal dovere di garantirne l’inclusione

ID Articolo: 118709 - Pubblicato il: 01 marzo 2016
Dopo i 18 anni non si è più autistici: l’imbarazzante paradosso italiano
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Nessuno lo trova imbarazzante? Io lo trovo imbarazzante, come probabilmente buona parte dei genitori che vivono la stessa paradossale esperienza di Gianluca Nicoletti di svegliarsi una mattina, esattamente il giorno del diciottesimo compleanno del figlio, sapendo che fino alla sera prima era autistico e da ora non lo sarà più.

I genitori lo sanno bene che non è certo un’etichetta diagnostica a condizionare il loro modo di guardare i propri figli ma sanno anche che, dopo 18 anni di calvario, questo è ciò che ha garantito loro quel minimo di servizi che lo stato dedica alla popolazione autistica.

L’autismo è una neurodiversità da cui non si guarisce, si nasce autistici e si muore autistici. Negare l’esistenza di un autismo “adulto” è un po’ come negare l’esistenza dell’autismo stesso e deresponsabilizzare tutta la società dal dovere di conoscere la cultura autistica per garantire l’inclusione dei suoi membri.

Si parla tanto di inclusione scolastica ma essa dovrebbe essere lo specchio di quanto attenderà tutti i nostri figli, autistici e non, una volta fuori dalle aule e invece spesso non è che un’esperienza a tempo determinato che vede nella scuola primaria il suo massimo splendore per poi spegnersi lentamente con il passare degli anni.

Per le famiglie degli autistici, più che per altri, questo percorso suona quasi come un avvertimento, preannuncia la fine dell’autismo dei propri figli e l’inizio di qualcosa che non si conosce se non con un’unica consapevolezza, quella che un’altra etichetta andrà appiccicata ma sarà sicuramente quella sbagliata.

 

 

Nella norma l’entrata di un figlio nella maggiore età è un passaggio fondamentale per un genitore, si tira il primo sospiro di sollievo, si pensa (magari ci s’illude) che il più sia fatto, ora è un adulto in prima fila al teatro della vita, che vada… Già ma quelli come Tommy dove volete che vadano? Da maggiorenni gli autistici s’imbullonano definitivamente ai genitori, i loro punti di riferimento certi si assottigliano sempre di più con il crescere. Ogni routine quotidiana deve necessariamente essere abbandonata, e per un autistico questo corrisponde a un cataclisma cosmico. Quando Tommy non potrà più vedere il suo pulmino giallo, sarà la fine di un rito per lui vitale, come quei sacrifici che gli uomini antichi facevano perché ogni mattina potesse rispuntare il sole. La scuola non potrà tenerselo parcheggiato ancora per molto, anche ogni centro pomeridiano di abilitazione e terapia ha scritto su Tommy la data di scadenza. A diciotto anni fuori, loro si occupano solo di bambini, massimo adolescenti. E da chi lo facciamo visitare se ha problemi? Di autismo ne sanno solo (pochi) neuropsichiatri infantili e lui ha barba e baffi. Già qualcuno ci parla di quei tristissimi posti chiamati «diurni», proprio come i bagni e docce con le piastrelle ingiallite, costruiti ai margini dei binari per il confort veloce di viaggiatori sudati. Sono sempre parcheggi, finisce ogni pretesa di abilitazione, si viene considerati come infilatori di perline, innaffiatori di basilico, passeggiatinatori da marciapiede.

 

Compie oggi 18 anni ed è autistico, la vita nuova di mio figlio TommyConsigliato dalla Redazione

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Tratto da: LaStampa.it

 

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