Non cambiare mai – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 3

I bias cognitivi sono una minaccia per la mente e bersaglio privilegiato della terapia, eppure possono trasformarsi in preziose strategie terapeutiche. 

ID Articolo: 117824 - Pubblicato il: 10 febbraio 2016
Non cambiare mai – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 3
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L’innata tendenza al confermazionismo si è sviluppata comportando un qualche vantaggio evolutivo come la possibilità di trasmettere l’esperienza di generazione in generazione e di fare previsioni su un mondo che si reputa sempre uguale a se stesso.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – LEGGI L’INTRODUZIONE

Questa tendenza alla testardaggine e al non voler cambiare idea è sostenuta da un’ampia gamma di bias che producono comunque l’effetto di stabilizzare le credenze del soggetto anche a dispetto delle falsificazioni disponibili. Nella vita quotidiana la vediamo all’opera nel fenomeno dell’autoinganno e nelle strategie di influenzamento dell’opinione pubblica per interessi economici o politici. Ritengo che una tendenza innata vada, per quanto possibile, controllata quando produce effetti negativi ma, contemporaneamente utilizzata a fin di bene nel lavoro terapeutico.

Il nostro scopo non è che i nostri pazienti diventino dei perfetti ragionatori aristotelici ma che siano felici raggiungendo i loro scopi utilizzando a tal fine la logica come suggerisce Baron. Insomma non si vive per ragionare ma si ragiona per vivere meglio e più lungo. I bias cognitivi sono sempre stati visti come una minaccia per la buona salute mentale e bersaglio privilegiato della terapia, soprattutto cognitiva. La mia idea è dunque quella di proporre l’utilizzo dei bias così ben descritti da Kaneman nel suo ultimo libro ‘Pensiero veloce, Pensiero lento‘ come possibili tecniche o strategie terapeutiche avvantaggiandosi proprio della loro innata e inconsapevole potenza.

La credibilità di un affermazione è direttamente proporzionale alla sua ripetizione. Ripetere continuamente una falsità la fa apparire vera. Su questo si fonda la pubblicità. Più una cosa viene ripetuta più acquista verità. Sui mass media questo fenomeno è conosciuto come ‘la cascata della disponibilità’: si parla di un evento, si parla del fatto che se ne parla, si commenta il fatto che se ne metaparla e sembra reale il gioco degli specchi moltiplicatorio. Il rimuginio fa questo al negativo. Le credenze dolenti del paziente sono al centro della sua attenzione e memoria selettiva e dei processi di rimuginio e gli appaiono sempre più vere. Se da un lato questo va evidenziato ed arginato perché non utilizzarlo in positivo? Ad esempio nei processi di ristrutturazione cognitiva.

Messaggio pubblicitario Un’ abitudine cui i pazienti, abituati con le procedure Ret, rinunciano mal volentieri e trovano estremamente utile è registrare le sedute per poi riascoltarle due o tre volte durante la settimana e magari trascriverle. Questo lavoro accompagna il paziente durante la settimana e gli suggerisce temi da approfondire da riproporre nella seduta successiva. Ancora è molto utile scrivere le credenze funzionali che rappresentano il punto d’arrivo del lavoro su un cartoncino e chiedere al paziente di rileggerle più volte durante la settimana, particolarmente in presenza degli attivanti che innescano normalmente le credenze disfunzionali, impararle a memoria. Ancora più efficace riascoltarle direttamente dalla voce del terapeuta registrata sullo smartphone. Non si tratta semplicemente di una rassicurazione che comunque avrebbe il vantaggio di essere completamente autogestita dal paziente ma di una vera ristrutturazione in vivo.

In seduta avvalendosi del principio per cui si finisce per credere davvero in ciò a cui si deve credere per partito preso, si può invertire il ruolo per cui è il paziente a dover criticare le idee disfunzionali che vengono sostenute dal terapeuta. Ancora si può chiedere al paziente di elencare tutti i motivi per cui oggi le cose potrebbero andare diversamente da come lui si aspetta da sempre che vadano e da come gli sembra siano sempre andate. E’ un esercizio, da seduta o da homework, di fantasia dal titolo ‘Stavolta no…perché….’.

Per favorire il decentramento che prima dell’adozione della terminologia terzocentrista si chiamava ‘mettersi nei panni dell’altro e guardare le cose da un’altra prospettiva’ ci si può avvalere dell’ euristica degli affetti secondo la quale simpatie, antipatie e gusti determinano le credenze sul mondo e non solo viceversa, anzi se una cosa mi piace ne vedo i pregi e ignoro i difetti e non, come si potrebbe pensare, mi piace perché non ha difetti. Essa gioca un ruolo importante nell’innamoramento e nel fanatismo: due classiche situazioni in cui la lucidità del giudizio è offuscata dalla passione.

Le convinzioni opposte a quelle disfunzionali del paziente non devono rimanere affermazioni astratte ma attribuite ad un personaggio, meglio se costruito sulla base di una persona realmente conosciuta dal paziente con una sua storia che susciti emozioni positive, comprensione, affetto. Come nei film quando ci si trova a capire le ragioni del cattivone di turno. Persino la visione politica del mondo che ciascuno ha cambia, non per il semplice passare del tempo secondo il detto per cui si nasce incendiari e si muore pompieri ma perché cambia la propria posizione nella scala sociale e con essa la visione delle cose e della stessa giustizia.

Quindi è importante aiutare il paziente, costruendo storie, a immedesimarsi con stati d’animo e sentimenti di qualcuno che la pensa diversamente da lui e non semplicemente di considerarne le idee. L’euristica dell’affetto crea un mondo più ordinato e senza conflitti di quello reale: le cose che ci piacciono sono anche buone, giuste, vantaggiose e senza controindicazioni e viceversa: tutto ciò è molto attraente e rassicurante. In senso opposto, la terapia per ridurre la quota di autoinganno potrebbe essere il luogo dove si legittimano le preferenze ed i gusti senza per questo distorcere la realtà per sostenerli. Non sarebbe meglio potersi dire ‘Sono innamorata di lui anche se è un violento e un fedifrago’ piuttosto che raccontarsi che non lo è ed anzi sotto sotto cova un animo gentile. Liberarci dal dovere della coerenza accettando che molte preferenze e gusti non sono dettati da ragionevolezza ma sono lo stesso nostri e intensissimi,ci permetterebbe una maggiore lucidità.

Gli esseri umani hanno una potente, irresistibile tendenza a dare agli eventi delle spiegazioni causali, a ricercare le cause e di conseguenza, laddove non siano evidenti, formulare ipotesi causali ad hoc. Al contrario l’importanza del caso, decisivo probabilmente nel 99% delle occasioni, è sistematicamente sottovalutata. Il vantaggio illusorio che da l’ipertrofia della causalità è che gli eventi siano controllabili, che abbiamo voce in capitolo e possiamo farci qualcosa mentre in quasi tutte le questioni decisive non è così. Il prezzo che questa illusione comporta è il senso di responsabilità che a volte assume i connotati della colpa come nel DOC e nella depressione. Il bilancio è a mio avviso negativo perché le cose negative accadono comunque e al danno si aggiunge la delusione e magari la colpa.

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