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Workaholism e work engagement: se ti faccio lavorare troppo ti rubo l’anima

Per evitare il workaholism, ossia la dipendenza dal lavoro, è importante non lavorare troppo e riservarsi del tempo da dedicare a famiglia e tempo libero 

Di Ursula Valmori

Pubblicato il 21 Gen. 2016

Aggiornato il 11 Mag. 2016 10:28

Workaholism: l’imprenditore Cucinelli è un uomo appassionato del suo lavoro, ma non è assillato dal lavoro, né vuole che lo siano i suoi collaboratori, perché riconosce che un eccessivo carico di lavoro possa creare disagi ed interferenze nello stato di salute e nelle relazioni interpersonali, tanto da potersi trasformare in una vera e propria patologia. Esiste infatti un termine, workaholism (o work addiction), che viene usato per indicare la dipendenza da lavoro, una patologia che rientra nella categoria delle dipendenze senza sostanze.

Nel 2009 Brunello Cucinelli, Presidente ed Amministratore Delegato di Brunello Cucinelli spa, ha vinto il premio Ernst & Young per il migliore imprenditore dell’anno grazie alla sua “impresa umanista”. Ciò che gli ha permesso di vincere il premio è stata la sua continua ricerca del benessere psicofisico e della qualità della vita negli ambienti di lavoro, oltre che la grande attenzione dimostrata per la cultura. Per Cucinelli il denaro riveste un valore vero solo se è investito per migliorare la condizione materiale e spirituale delle persone. Per lui i dipendenti sono “anime pensanti” e lui si sente il “custode” dell’azienda. Cucinelli vuole che i suoi collaboratori finiscano di lavorare ogni giorno verso le 17,30 e che non si mandino email di lavoro fuori orario per “conservare la propria energia creativa”. Per lui è fondamentale non esagerare con il lavoro, altrimenti, come ha detto in più occasioni, [blockquote style=”1″]se ti faccio lavorare troppo, ti rubo l’anima.[/blockquote]

Dunque l’imprenditore Cucinelli è un uomo appassionato del suo lavoro, ma non è assillato dal lavoro, né vuole che lo siano i suoi collaboratori, perché riconosce che un eccessivo carico di lavoro possa creare disagi ed interferenze nello stato di salute e nelle relazioni interpersonali, tanto da potersi trasformare in una vera e propria patologia.

 

Workaholism o work addiction

Esiste infatti un termine, workaholism (o work addiction), che viene usato per indicare la dipendenza da lavoro, una patologia che rientra nella categoria delle dipendenze senza sostanze. La traduzione letterale in italiano è “ubriaco da lavoro” o “sindrome da ubriacatura da lavoro” e deriva dall’analogia che tale patologia ha con quella della dipendenza da alcool.

Prima del 1971 per indicare un’eccessiva dedizione al lavoro veniva comunemente usato il termine stachanovismo.
Lo stachanovismo nacque nell’ex Unione Sovietica durante la dittatura stalinista come movimento di massa basato sull’esaltazione degli eroi del lavoro e sulla diffusione di uno spirito di competizione tra i lavoratori sovietici. Il movimento ebbe origine dall’impresa di un minatore, tal Aleksej Stachanov, che in una sola notte estrasse un quantitativo di carbone superiore di ben quattordici volte rispetto a quello normale.

Nel concetto di stachanovismo – ed in quello più moderno di workaholism – rientrano tutte le forme di dedizione totale ed estreme al lavoro.
Il termine workaholism fu utilizzato per la prima volta nel 1971 da Wayne Oates – come unione delle parole “work” e “alcoholism” – per indicare un rapporto compulsivo con il lavoro, molto simile a quello di un alcoolista con l’alcool.
Marilyn Machlowitz (1980) definisce il workaholism come:

[blockquote style=”1″]un intrinseco desiderio di lavorare a lungo e duramente.[/blockquote]

Sebbene la ricerca sul workaholism abbia una tradizione ultradecennale, soprattutto nei paesi anglosassoni, rimangono numerose questioni aperte sulla dipendenza da lavoro, sulla sua insorgenza, il suo sviluppo e le conseguenze a livello personale ed interpersonale.
Il fenomeno del workaholism è strettamente collegato ai mutamenti economici, sociali e culturali che hanno caratterizzato gli ultimi decenni e che hanno profondamente modificato il significato del termine “lavoro”, le modalità ed i luoghi di svolgimento del lavoro stesso. In particolare, con il diffondersi delle tecnologie informatiche, si è avuta una trasformazione dei tradizionali luoghi di lavoro e si è abbattuta quella barriera che separava l’attività lavorativa dalla sfera personale. Grazie ai computer, ad Internet, alla posta elettronica, ai cellulari, ai tablet ciascuno può lavorare sempre ed ovunque, con il rischio di essere assorbito dal lavoro anche nei momenti che dovrebbero essere dedicati alla famiglia ed al tempo libero.
Come la dipendenza dall’alcool, anche la work addiction è caratterizzata dalla tolleranza, ovvero dalla necessità di aumentare progressivamente la dose per soddisfare il bisogno.

Brian E. Robinson (1998) definisce il workaholism [blockquote style=”1″]un disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, un’incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed eccessiva indulgenza nel lavoro fino all’esclusione delle altre principali attività della vita.[/blockquote]
L’ossessionato-assillato dal lavoro, infatti, tende a dimenticare o ad ignorare le ricorrenze familiari ed esclude dalla propria vita i momenti di svago e di divertimento.

A differenza di altre forme di dipendenza, tuttavia, “l’ubriaco da lavoro” fa uso di una sostanza per così dire “legale” (il lavoro). Gli effetti prodotti da tale dipendenza, in verità, possono essere devastanti: uno degli effetti principali del workaholism è infatti l’esaurimento emotivo. Il workaholic diventa aggressivo coi familiari e coi colleghi, non pone un confine tra la vita professionale e quella personale, disprezza chi “perde tempo in attività futili” (quali andare a teatro, praticare sport, ascoltare musica, viaggiare….) ed è incapace di rilassarsi. Quando non lavora è inquieto ed annoiato e dimostra costantemente una rigidità di comportamento.

La “sindrome da ubriacatura da lavoro”, come altre forme di dipendenza, può essere considerato il prodotto di esperienze vissute durante l’infanzia e l’adolescenza e sembra essere direttamente collegato allo stile educativo che abbiamo ricevuto dai nostri genitori. Chi ha avuto genitori particolarmente esigenti tenderebbe a rifugiarsi nell’efficienza sul lavoro per essere accettato.
Il workaholic crede di valere come persona solo se riesce ad avere successo: per liberarsi da questa convinzione profonda deve cercare di abbatterla gradualmente e sostituirla con il pensiero: valgo per quello che sono, indipendentemente da quanto produco. In altre parole, deve superare il workaholism ed abbracciare il work engagement, che rappresenta quel sano coinvolgimento nel lavoro, che non ti ruba l’anima.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Manni A. (2015). L’inguaribile ottimismo di Brunello Cucinelli. Intervista pubblicata su www.panorama.it.
  • Oates W. (1971). Confessions of a Workaholic: The Facts about Work Addiction. World Pub. Co. New York.
  • Machlowitz M. (1980). Workaholics: Living with them, working with them. Reading MA. Addison-Wesley.
  • Robinson B.E. (1998). The Workhaholic Family: a Clinical Perspective. American Journal of Family Therapy, 26 (1), 65-75.
  • Schaufeli W.B., Bakker A.B. (2004). Job demands, job resources, and their relationship with burnout and engagement. Journal of Organizational Behaviour, 25 (3), 293-315.
  • Castiello D’Antonio A. (2010). Malati di lavoro. Cos’è e come si manifesta il Workaholism. Cooper. Roma.
  • Schaufeli W.B., Salanova M., Gonzalez-Romà V., Bakker A.B. (2002). The measurement of engagement and burnout. Journal of Happiness Studies, 3 (1), 71-92.
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