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La Motor imagery & il suo impiego nella Psicologia dello Sport (2)

Nella psicologia dello sport possono avere benefici esperienze di visual imagery centrate su stimoli esterni e motor imagery centrate su stati interni.

ID Articolo: 116423 - Pubblicato il: 21 dicembre 2015
La Motor imagery & il suo impiego nella Psicologia dello Sport
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4 – MOTOR IMAGERY: LE DIMENSIONI DELL’ABILITÀ IMMAGINATIVA

L’acquisizione della capacità immaginativa richiede un allenamento sistematico, che deve basarsi sulle caratteristiche fondanti della Imagery, che Conway e Pleydell-Pearce (2000) riassumono in: – vividezza delle immagini (chiarezza, forma e ricchezza sensoriale con cui l’immagine motoria viene costruita) – controllo delle immagini (facilità e accuratezza con cui l’immagine può essere trasformata e manipolata a livello mentale) – immagine negativa (associata alla psicopatologia e ad immagini intrusive) – immagine positiva (usata per simulare ed esercitare modalità più adattive di agire) – immagine creata volontariamente – immagine recuperata involontariamente (tipicamente un ricordo che emerge spontaneamente) – first-person perspective (1PP) (il soggetto immagina di eseguire l’azione osservando tramite i propri occhi e usando tutti i propri sensi, come se avesse una videocamera posizionata sulla propria testa) – third-person perspective (3PP) (il soggetto immagina di osservare l’azione dall’esterno, come se una videocamera riprendesse un film di cui è protagonista). In pratica non si tratta semplicemente di sviluppare la capacità di “vedere”, ma di “sentire” tutta la ricchezza sensoriale dello stimolo e i suoi correlati cognitivi ed emotivi, evitando l’insorgere di immagini involontarie e negative in grado di rendere l’esperienza di imagery iatrogena. Un valido esempio in tale senso è rappresentato dal DPTS, dove l’imagery è negativa, involontaria ed estremamente vivida e angosciante, arrivando anche ad assumere la forma di un vero e proprio flashback dissociativo, in cui il soggetto perde il contatto con la realtà attuale e rivive quanto accaduto nell’evento traumatico (Van der Kolk, 1994). È quindi evidente che un utilizzo errato della motor imagery può avere esiti negativi.

5 – UTILIZZO DELLA MOTOR IMAGERY

Jones e Stuth (1997) evidenziano che la motor imagery è tipicamente utilizzata da: – PAZIENTI per recuperare abilità motorie perse o compromesse da disturbi neurologici. Page e collaboratori (2007) hanno dimostrato che pazienti colpiti da ictus cerebrale trattati con un programma che includeva una pratica motoria sia fisica che mentale, dimostravano una riduzione significativamente maggiore della menomazione dell’arto, rispetto a pazienti che eseguivano esclusivamente una pratica fisica ed esercizi di rilassamento. – ATLETI E ARTISTI, per migliorare la propria prestazione, regolare il proprio stato di attivazione, identificare e/o modificare pensieri e immagini maladattive (noia, scarsa autostima, bassa motivazione, limitata concentrazione), riabilitazione dagli infortuni. Attualmente la prevalenza di utilizzo della motor imagery riguarda l’ambito della Psicologia Positiva e della Psicologia dello Sport.

6 – MOTOR IMAGERY E SPORT

Nello Sport la motor imagery costituisce una componente fondamentale della preparazione mentale degli atleti ed il suo uso è ampiamente diffuso tra gli atleti professionisti come tecnica complementare all’allenamento sul campo. Jones e Stuth (1997) stimano infatti che tra il 70% e il 99% degli atleti di elite utilizzi la motor imagery nei propri allenamenti in sport quali: tennis, tiro con l’arco, golf, ginnastica, sci, motociclismo, calcio e basket. Si tratta di sport molto diversi tra loro, che indicano l’adattabilità della motor imagery alle due capacità fondamentali che uno sportivo deve possedere:
– “closed motor skills” (es. il servizio nel tennis, il tiro a canestro nel basket, il tiro con l’arco), dove l’attività è indipendente dal contesto ambientale

–  “open motor skills” (es. la volèe nel tennis, il calcio di rigore nel calcio), dove il movimento è legato a stimoli ambientali (es. movimento della pallina, linguaggio del corpo dell’avversario).

Messaggio pubblicitario I motivi di tale successo vanno ricercati nella forte connessione mente-corpo che caratterizza ogni sport e che rende l’uso della motor imagery una pratica spontanea per gli atleti. Infatti: 1. Ogni azione sportiva è un’attività polisensoriale 2. L’atleta è allenato a percepire ogni sensazione che proviene dal corpo (tramite la motor imagery attiva processi che sperimenta quotidianamente, ad esempio, nel tennista l’immagine mentale del tenere una pallina in mano, avvia immediatamente il repertorio di sensazioni associate a questa situazione) 3. Le sensazioni corporee guidano l’atleta in un costante processo di autoregolazione al fine di dominare la fatica, gestire gli errori, distribuire le sue energie 4. L’atleta riconosce molto bene le emozioni, vissute spesso in maniera estrema durante le competizioni. Mal di stomaco, cuore in gola sono esperienze facilmente rievocabili dagli atleti. Di conseguenza, anche a distanza di tempo (come nel DPTS), la rievocazione mentale di queste condizioni psicologiche comporterà l’attivazione di tutte le sensazioni collegate.

7 – SPORT, MOTOR IMAGERY E MODELLO PETTLEP

Il protocollo di motor imagery più utilizzato in ambito sportivo è il modello PETTLEP (fig.1) di Holmes e Collins (2001). Esso si basa sul concetto di “equivalenza funzionale” e definisce gli aspetti fondamentali per l’efficacia della sua applicazione: 1. Physical (l’imagery deve essere di tipo fisico). Sottolinea inoltre che far precedere una motor imagery da una fase di rilassamento potrebbe avere ripercussioni negative sulla prestazione reale. 2. Environment (il contesto immaginato deve essere simile a quello reale) sottolinea la necessità di stimolare, con script opportuni o filmati, la percezione dell’atleta di trovarsi in contesti familiari (di allenamento o competizione) tali da permettergli di vivere l’esecuzione della prestazione come se realmente stesse accadendo     3. Task (il compito immaginato deve essere adattato alle abilità del soggetto) definisce la necessità di una «coerenza fisiologica» fra l’attività immaginativa e competenza reale dell’atleta 4. Timing (I tempi di esecuzione devono essere simili a quelli reali) 5. Learning (il compito deve mirare all’incremento delle capacità del soggetto) sottolinea la necessità di mantenere un’equivalenza funzionale fra l’effettivo apprendimento fisico/tecnico/tattico dell’atleta e il suo processo di imagery 6. Emotion (l’esperienza di imagery deve elicitare le stesse emozioni emergenti nella realtà) evidenzia la rilevanza della componente emozionale dell’imagery, in grado di migliorare le risposte emozionali che l’atleta vive in setting competitivi; 7. Perspective (il punto di vista 1PP è quello più adatto per la maggior parte di sport).

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