Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte (4)

Il disturbo dell’identità dell'integrità corporea è una rara patologia: i soggetti che ne soffrono desiderano amputare un arto del proprio corpo

ID Articolo: 116564 - Pubblicato il: 31 dicembre 2015
Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte
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Trattamento del disturbo dell’identità dell’integrità corporea e qualità della vita di questi pazienti

Molti studi hanno dimostrato come le psicoterapie tradizionali abbiano pochi effetti sul desiderio di amputazione (Bayne e Levy, 2005; Bensler e Paauw, 2003; Braam et al. 2006; First, 2004; Storm e Weiss, 2003): esse possono talvolta aiutare i pazienti a diminuire o tollerare i loro pensieri, ma non li eliminano del tutto (Braam et al., 2006; Wise e Kalyanam, 2000).

Nello studio di Noll e Kasten (2014), la maggior parte dei soggetti sottoposti ad operazione aveva cercato di resistere al proprio desiderio per molti anni, evitando l’operazione con differenti tipi di terapia e trattamenti. La decisione di ricorrere ad un intervento era infatti legata ai mancati effetti delle diverse terapie provate. Tra quelle citate troviamo trattamenti farmacologici, psicoanalisi, terapia comportamentale, counseling prima dell’intervento, e psicodramma. Solo due dei 18 soggetti presi in esame hanno riferito di aver avuto un profitto dalla terapia, in particolar modo dalle terapie di counseling. Per gli altri, invece, il desiderio di un’amputazione era aumentato durante la terapia stessa.

Questo può essere dovuto al fatto che parlare di disturbo dell’identità dell’integrità corporea in terapia porta maggiormente l’attenzione del paziente su questo suo desiderio.

Alcuni pazienti avevano provato anche tecniche di rilassamento, il training autogeno, meditazione e rilassamento muscolare progressivo, ma nessuno di questi aveva avuto esiti positivi. Anzi, proprio queste tecniche avevano portato a focalizzare maggiormente l’attenzione dei pazienti sul corpo, incrementando il loro desiderio.

Sacks (1984) ha segnalato un possibile metodo per aiutare questi pazienti, che consiste nell’uso della terapia del movimento, spesso associata a musicoterapia. Lo scopo di questa terapia è quello di reintegrare la parte estranea del proprio corpo con la sua rappresentazione a livello cerebrale. Queste semplici cure possono essere usate per rinvigorire connessioni neurali tra corpo e mente atrofizzate, ma non sempre sono efficaci, soprattutto se la parte estranea del proprio corpo è stata effettivamente eliminata dalla mappa corporea presente nel cervello.

Messaggio pubblicitario Il metodo proposto da Ramachandran e McGeoch (2007), che consiste nell’introdurre nel canale uditivo acqua fredda e poi calda per stimolare il lobo parietale opposto all’orecchio trattato, è stato in grado di trattare temporaneamente pazienti con somatoparafrenia e quindi potrebbe alleviare anche le sofferenze dei pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea.

Se questo metodo si mostrasse efficace, i medici potrebbero provare ad utilizzare la stimolazione magnetica ripetitiva (rTMS), che potrebbe migliorare le prestazioni di discriminazione tattile ed ampliare le corrispondenti mappe corticali somatosensoriali (Tegenthoff et al. 2005). Un’altra possibilità potrebbe essere l’impianto di elettrodi di stimolazione nell’area corticale interessata. Nel caso in cui si osservasse che la causa del disturbo dell’identità dell’integrità corporea fosse un tumore benigno o una malformazione artero-venosa, la microchirurgia o la radiochirurgia potrebbero essere terapie efficaci.

Alcuni autori, come ad esempio Muller (2008), hanno sottolineato l’importanza di incrementare gli studi sulle terapie da adottare con questa tipologia di pazienti, soprattutto per evitare che si ricorra all’amputazione quale forma terapeutica, quando ve ne potrebbero essere altre ugualmente efficaci.

Nel 2012 Blom, Hennekam e Denys hanno condotto uno studio su 54 soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea il cui obiettivo era quello di fornire dettagliate caratteristiche somatiche, psichiatriche, e sociali del BIID e confrontare l’interruzione nel lavoro, nella vita sociale e familiare legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea in soggetti sottoposti ad amputazione vs. soggetti che non avevano subìto l’amputazione.

Ai soggetti che si erano identificati come affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea sono stati somministrati i seguenti questionari:

  • BIID Phenomenology Questionnaire: questionario costruito dagli autori contenente domande relative a aspetti epidemiologici, medici, e specifici del disturbo
  • Sheehan Disability Scale (SDS): scala che misura il danno funzionale dovuto alla malattia nel lavoro, famiglia e vita sociale (Leon et al., 1997)
  • Adattamento della Yale-Brown Obsessive-Compulsive Scale (Y-BOCS) (Goodman et al. 1989, entrambi gli articoli in bibliografia). In questa scala gli individui devono indicare il controllo che hanno sui pensieri e le attività legate al BIID; il tempo che spendono; l’interferenza che esperiscono; lo stress che gli viene causato.
  • La Mini-International Neuropsychiatric Interview Screen (MINI screen): scala di screening per i disturbi psichiatrici più comuni (Sheehan et al., 1998).
  • La Beck Anxiety Inventory (BAI) che misura la severità dei sintomi ansiosi (Beck, Epstein, Brown, Steer, 1988).
  • La Beck Depression Inventory (BDI), che misura la severità dei sintomi depressivi (Beck, Ward, Mendelson, Mock, e Erbaugh, 1961).

In accordo con la letteratura precedente, gli autori hanno rilevato che il livello di sofferenza nei soggetti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea è alto (First, 2005).

Le ossessioni legate al disturbo dell’identità dell’integrità corporea erano infatti presenti nei pazienti tutti i giorni, talvolta anche di notte. Esplicative in questo senso le parole di un paziente che ha preso parte allo studio:

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea occupa ogni momento della mia vita, e mi tiene sveglio anche la notte. L’insonnia è grave quasi tutte le sere”.

L’impatto sociale di essere affetti da disturbo dell’identità dell’integrità corporea è risultato essere enorme, e determinava una notevole compromissione della vita sociale, lavorativa e familiare di questi pazienti. Inoltre, molti di questi hanno riportato di trascorrere molto tempo fingendosi disabili, utilizzando ad esempio stampelle, bendando gli arti o attraverso l’uso di una sedia a rotelle (“Sto usando una sedia a rotelle a tempo pieno quando sono in pubblico. Cammino a casa. Questo è l’unico modo per rimanere in qualche modo funzionale”).

In aggiunta, questi pazienti hanno riferito sintomi depressivi e di ansia in misura più elevata rispetto alla popolazione generale; secondo gli autori, tali sintomi sono probabilmente secondari all’enorme angoscia che il disturbo dell’identità dell’integrità corporea induce su una persona.

Gli individui affetti da BIID rivelano inoltre il loro disturbo alla famiglia e agli amici nella metà dei casi.
Per quanto concerne gli aspetti del trattamento, i pazienti hanno riferito che quello psicoterapico era spesso di supporto, sebbene non di aiuto nel diminuire i sintomi legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea:

Mentre la psicoterapia non mi ha aiutato direttamente a superare il mio disturbo, essa è servita a capire il mio rapporto con il disturbo dell’identità dell’integrità corporea”.

Dal punto di vista del trattamento farmacologico, gli antidepressivi sono stati percepiti come utili per ridurre i sintomi depressivi legati al disturbo dell’identità dell’integrità corporea, a differenza degli antipsicotici.

E’ interessante notare che l’amputazione effettiva dell’arto è stata efficace in tutti i 7 casi che hanno avuto un trattamento chirurgico

Mi chiedo se ho diritto a partecipare a questo studio, perché da quando ho subìto l’amputazione non ho più avuto sentimenti di disturbo dell’identità dell’integrità corporea

I soggetti che avevano subìto un’amputazione, infatti, hanno ottenuto punteggi significativamente più bassi sulla Sheehan Disability Scale rispetto a quelli che non l’avevano subìta. Ciò sembra suggerire che gli individui con disturbo dell’identità dell’integrità corporea preferiscano sentirsi in armonia con la propria identità, anche se questo comporta una disabilità fisica.

La chirurgia sembra quindi risultare in una remissione permanente del disturbo dell’identità dell’integrità corporea e in un impressionante miglioramento della qualità della vita, ma contrasta con le norme etiche dei medici che sostengono di non amputare arti sani (Craimer, 2009; Muller, 2009).

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