Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte (2)

Il disturbo dell’identità dell'integrità corporea è una rara patologia: i soggetti che ne soffrono desiderano amputare un arto del proprio corpo

ID Articolo: 116564 - Pubblicato il: 31 dicembre 2015
Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte
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disturbo dell’identità dell’integrità corporea: Ipotesi Eziologiche

Sino ad ora, la spiegazione principale dell’eziologia di questo disturbo è stata psicologica/psichiatrica. Si riteneva, infatti, che il desiderio di amputazione fosse motivato da un impulso sessuale (De Preester, 2013). Tuttavia, studi più recenti hanno cercato di identificare (attraverso tecniche elettrofisiologiche o di neuroimaging), i correlati neurali di questa condizione. Secondo questi studi, il desiderio di amputazione originerebbe da un deficit nella rappresentazione corporea, piuttosto che da un impulso sessuale (Ramachandran e McGeoch, 2007).

Al momento, il dibattito è ancora aperto e di grande rilevanza per il trattamento di questi disturbo. Infatti, comprendere se il desiderio di amputare un arto sano abbia un origine psicologica/psichiatrica o neurologica è fondamentale per lo sviluppo di possibili trattamenti, specialmente in ragione del fatto che la maggior parte degli approcci che sono stati tentati sino ad oggi si sono dimostrati inefficaci (First, 2005).

disturbo dell’identità dell’integrità corporea: Ipotesi Psicologica e Psichiatrica

La prima spiegazione psicologica/psichiatrica di questo disturbo è stata fornita da Money et al. nel 1977. Questi autori, descrivendo il desiderio di amputare un arto sano in due pazienti, definirono questa condizione apotemnofilia, dalla parola greca apo (lontano da), temno (tagliare un pezzo), e philia (amore), riferendosi ad un significato generale di amore per l’amputazione.

Prima della sua ridenominazione, l’apotemnofilia era chiaramente situata nel campo della vita sessuale ed erotica. L’apotemnofilia inizialmente comprendeva sia il desiderio di amputazione da eseguire sulla propria persona, sia la preferenza per un partner che presenta amputazione. L’apotemnofilia è stata considerata come una parafilia, cioè un disturbo di eccitazione sessuale.

Secondo il DSM-5, le parafilie sono impulsi sessuali intensi e ricorrenti, fantasie o comportamenti che coinvolgono oggetti insoliti, attività o situazioni che causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti. Più precisamente, l’apotemnofilia era principalmente intesa come una sorta di feticismo caratterizzato dall’uso di un arto amputato per l’eccitazione sessuale fisica o mentale.

Messaggio pubblicitario Un feticista è definito come un soggetto che ricerca e ottiene gratificazione sessuale da diverse parti del corpo, o in situazioni in cui gli oggetti inanimati sono utilizzati come metodo esclusivo o costantemente preferito di stimolazione per l’eccitazione sessuale (cfr Lowenstein 2002, p. 135).

È importante sottolineare che i soggetti affetti da apotemnofilia non sono psicotici e non soffrono di allucinazioni. Il desiderio di amputazione non proviene da una illusione o allucinazione, ed è riconosciuto come insolito e bizzarro da chi lo possiede.

Tornando alla descrizione dei pazienti fornita da Money et al. (1977), uno di questi affermava:

(…) l’immagine di me stesso come un amputato ha una fantasia erotica (ognuna diversa) che accompagna ogni esperienza sessuale della mia vita (…). ” (Money et al. 1977, pag. 117).

Per il secondo paziente, le fantasie di amputazione erano spesso presenti, ma non erano una premessa fondamentale per la sua eccitazione sessuale.

Il desiderio di amputazione riguardava un arto del lato sinistro del corpo nel primo individuo e del lato destro nel secondo. Entrambi i pazienti riportavano l’insorgere di questo desiderio intorno agli 11-13 anni. Il primo individuo, inoltre, era sottoposto a trattamento psicoterapeutico per le preoccupazioni circa la propria omosessualità ed una profonda paura della disapprovazione sociale. In aggiunta, questi individui riportavano di non volere fare del male a se stessi (sebbene fosse necessario per soddisfare il loro desiderio), e di essere attratti dall’asimmetria. Gli autori diagnosticarono questi soggetti come parafilici, escludendo la possibilità che soffrissero di disturbi paranoidei e associando il desiderio ad una disfunzione sessuale.

Secondo First (2004), in questi casi, il disturbo dell’identità dell’integrità corporea sarebbe un modo compensativo per rifiutare la propria omosessualità: l’amputazione di un arto potrebbe prevenire e sostituire l’amputazione del pene in un transessuale. In questo caso il desiderio di amputazione e l’amputazione feticista sembrerebbero essere correlati. Ma nonostante questo, gli impulsi sessuali non spiegherebbero pienamente il disturbo in quanto non sono stati trovati in tutti i soggetti disturbo dell’identità dell’integrità corporea (Money e Simcoe 1986; vedi anche Lowenstein 2002).

Alcuni anni dopo, un altro report sulla medesima condizione suggeriva una possibilità alternativa di spiegazione dell’apotemnofilia (Everaerd, 1983). Il paziente descritto da questo autore era un uomo che desiderava l’amputazione di una delle sue gambe. L’autore riporta alcuni episodi nella vita del paziente che si pensava fossero all’origine di questo desiderio: la vista di un ragazzo con una gamba di legno durante l’infanzia, l’attrazione verso questo ragazzo e l’idea che rappresentasse la felicità piena, lo sviluppo di preferenze omosessuali, ed infine, l’uso fasullo delle stampelle. Per l’autore, la motivazione che era alla base del desiderio di amputazione di questo paziente era l’ottenere il benessere fisico e mentale. L’amputazione, in questo caso, perdeva il suo significato sessuale, in quanto era l’unico modo per il paziente per sentirsi completo: assumeva, cioè, rilevanza dal punto di vista dell’identità personale. L’autore, infatti, sottolineava che il suo paziente non aveva problemi di identità sessuale (come sentimenti di colpa per l’omosessualità o un orientamento bisessuale).

Nei primi anni ottanta troviamo così un’indicazione piuttosto suggestiva per la futura distinzione tra apotemnofilia e disturbo dell’identità dell’integrità corporea, basata sulla possibilità che il desiderio di amputazione non sia necessariamente legato ad una motivazione sessuale. Per la prima volta, l’apotemnofilia sembra venire liberata dal suo carattere prominente feticista e quindi sessuale, e viene associata all’ immagine ed identità corporea.

Nel 2005, Michael First pubblicò il primo studio sistematico di un campione di 52 individui che desideravano l’amputazione di un arto sano. Nessuno di questi soggetti (di cui 4 erano donne) presentava deliri, e tutti eccetto uno riferivano che il desiderio era comparso nell’infanzia. Per quanto concerne la comorbidità psichiatrica, 41 soggetti non hanno riferito sintomi psichiatrici, mentre gli altri hanno descritto sintomi di media entità, come ansia e depressione. Lo stesso numero di soggetti, tuttavia, riportava almeno un episodio di origine psichiatrica durante la propria vita. 15 soggetti riportavano anche almeno un altro interesse parafilico, come ad esempio il travestimento o il masochismo. Inoltre, è importante sottolineare che questo studio descriveva anche 6 soggetti che avevano subìto l’amputazione, intervento che, secondo l’autore, aveva estinto permanentemente il loro desiderio.

In particolare, First (2005) suggeriva che l’attivazione sessuale fosse la motivazione secondaria per la maggior parte dei soggetti e che pertanto la ricerca di amputazione non potesse essere considerata una parafilia. Propose inoltre che questo disturbo non fosse incluso nel disturbo da dismorfismo corporeo (BDD, Body Dysmorphic Disorder): tra i due disturbi ci sono infatti delle importanti differenze. Primo, il soggetto con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non percepisce l’arto interessato come brutto, ma ha solo la sensazione che questo non appartenga veramente al suo corpo; nei soggetti con BDD, invece, la parte del corpo interessata è vista come antiestetica e disgustosa e ricorrono perciò alla chirurgia plastica per modificare tale situazione (Noll e Kasten, 2014). In secondo luogo, i pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea non sono interessati all’intervento per migliorare esteticamente come succede nei pazienti BDD, ma hanno il desiderio di diventare disabili in modo da sentirsi più autentici.

Partendo da questi presupposti, viene quindi disegnato un parallelo tra il desiderio di amputare un arto ed il disturbo dell’identità di genere (First, 2005).

In quest’ultimo le persone hanno la convinzione che i loro organi sessuali esterni non siano contemplati nella loro identità mentale e quindi, come accade nel disturbo dell’identità dell’integrità corporea, una parte della loro anatomia non viene considerata nel proprio sé (Noll e Kasten, 2014). First (2004) sostiene, inoltre, che sia il disturbo dell’identità dell’integrità corporea che il Disturbo d’Identità di Genere (Gender Identity Disorder, GID) si originano prevalentemente durante l’infanzia e si esprimono spesso attraverso l’imitazione dell’identità desiderata (fingendosi disabili o travestendosi) e vengono trattati con successo attraverso l’intervento. Quindi, l’autore concludeva che il termine Apotemnophilia non fosse appropriato per questo disturbo e propose il termine Body Integrity Identity Disorder, considerando questa condizione il risultato di uno sviluppo insolito della propria identità, dove la componente sessuale non aveva un ruolo primario.

Lo studio di First (2005) è stato però criticato da Helen De Preester (2013), la quale suggerì che fosse impossibile escludere la componente sessuale nello studio dell’apotemnophilia/disturbo dell’identità dell’integrità corporea. Essa rianalizzò i dati di First, cercando i casi puri, ovvero quei casi nei quali la motivazione sessuale (o la motivazione identitaria) fosse completamente assente. La percentuale degli apotemnophilici puri e degli identità puri è risultata essere molto bassa (intorno al 10%). La motivazione sessuale era presente solo nel 42% degli individui studiati da First. Secondo la De Preester, il fatto che l’impulso sessuale fosse secondario non voleva indicare che fosse di minore rilevanza.

Il dibattito sul ruolo delle componenti sessuali nell’apotemnophilia/disturbo dell’identità dell’integrità corporea è ancora aperto, ed è più di tipo teorico che sperimentale. In sintesi, le spiegazioni psicologiche / psichiatriche per il desiderio di amputare un arto sano includono due ipotesi principali: una compulsione sessuale, appartenente al nucleo parafilico, e un disturbo di identità, parallelo al disturbo dell’identità di genere (Sedda e Bottini, 2014).

Allo stato attuale, non sono state proposte nuove spiegazioni psicologiche / psichiatriche: perlopiù, questa condizione non è stata inclusa nelle classificazioni del DSM-5.

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