Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte

Il disturbo dell’identità dell'integrità corporea è una rara patologia: i soggetti che ne soffrono desiderano amputare un arto del proprio corpo

ID Articolo: 116564 - Pubblicato il: 31 dicembre 2015
Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: ipotesi eziologiche e questioni ancora irrisolte
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Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una rara condizione clinica, la cui definizione è ancora molto incerta, nella quale vi è un’incongruenza tra l’immagine corporea mentale ed il corpo fisico. I soggetti che soffrono di questa condizione hanno un intenso desiderio di amputare un arto primario del proprio corpo, o di ledere il midollo spinale, al fine di divenire paraplegici. 

Federico Lorenzo Gabellotti, Maddalena Ischia, Genoveffa Malizia, Monica Pignarolo – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: introduzione

Il riconoscimento, l’autoconsapevolezza e l’accettazione del proprio corpo è un aspetto apparentemente banale del sé ma che è comunque essenziale per avere successo nell’interazione con il mondo esterno e le persone (Giummarra et al., 2008).

L’esperienza corporea è un’esperienza complessa, per lo più inconscia e che dipende dall’integrazione di informazioni multisensoriali relative al corpo nello spazio. Questa complessa integrazione avviene tra i processi automatici, sensoriali e bottom-up (legati allo schema corporeo) con quelli di ordine superiore, percettivi e top-down (legati all’immagine corporea) (Gurfinkel e Levick, 1991; Kammers et al., 2006 ).

L’importante distinzione a livello concettuale tra schema corporeo e immagine corporea non dovrebbe implicare a livello comportamentale una separazione tra i due aspetti, in quanto questi possono interagire e influenzarsi a vicenda: ad esempio, strumenti come le protesi possono essere incorporati sia nell’immagine corporea (a livello del movimento e di una sua proiezione cosciente) che nello schema corporeo (a livello di approccio automatico con il mondo esterno) (Gallagher e Cole, 1995).

Messaggio pubblicitario Lo schema corporeo è una rappresentazione plastica e dinamica delle proprietà spaziali e biomeccaniche del corpo che deriva da input sensoriali multipli che interagiscono con i sistemi motori (Kammers et al., 2006; Schwoebel e Coslett, 2005). Lo schema corporeo comprende uno schema motorio e posturale automatico su cui si basano i nostri movimenti non consapevoli, anche se può influenzare e sostenere l’attività intenzionale (Gallagher, 1986; Gallagher e Cole, 1995; Paillard,1991). Inoltre, questo schema può incorporare al suo interno anche parti significative dell’ambiente esterno (come possono essere le protesi per i soggetti amputati) (Gallagher, 1986). Quindi, lo schema corporeo è formato da rappresentazioni innate del corpo che forniscono un repertorio di funzioni motorie necessarie per la sopravvivenza e una piattaforma neurale attraverso la quale comprendiamo e interagiamo con gli altri nel corso della nostra vita (Brugger et al., 2000).

L’immagine corporea, invece, è una rappresentazione cosciente del corpo che è definita da aspetti lessicali e semantici, all’interno dei quali troviamo i nomi e le funzioni delle parti del corpo e le relazioni tra parti del corpo e gli oggetti esterni (Schwoebel e Coslett, 2005). Gallagher e Cole (1995) individuano tre aspetti importanti all’interno dell’immagine corporea:

  • L’esperienza percettiva del soggetto del proprio corpo (cioè il rendersi conto del proprio corpo, in termini di presa di coscienza della posizione degli arti, del movimento o della postura);
  • La conoscenza concettuale (compresi i miti o le nozioni scientifiche) che il soggetto ha circa il corpo in generale;
  • L’atteggiamento emotivo del soggetto verso il proprio corpo.

Nei casi in cui lo schema corporeo risulti essere compromesso, ad esempio a seguito di deafferentazione corticale, l’immagine corporea e quindi l’attivazione consapevole di rappresentazioni alternative del corpo, permettono di compensare la perdita del controllo innato sulla postura e sui movimenti (Gallagher e Cole, 1995).

Esistono molti disturbi legati ad una percezione erronea del proprio corpo e della sua rappresentazione, che il più delle volte sono associati a danni a livello della corteccia premotoria, parietale o dei sistemi che coinvolgono queste aree. Tra questi disturbi troviamo il disturbo dell’identità dell’integrità corporea (Body Integrity Identity Disorder, BIID).

Che cos’è il disturbo dell’identità dell’Integrità corporea

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea è una rara condizione clinica, la cui definizione è ancora molto incerta, nella quale vi è un’incongruenza tra l’immagine corporea mentale ed il corpo fisico. Sebbene venga studiata raramente, è possibile affermare che i soggetti che soffrono di questa condizione hanno un intenso desiderio di amputare un arto primario del proprio corpo, o di ledere il midollo spinale, al fine di divenire paraplegici (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Risulta importante sottolineare che, in questi individui, l’arto bersaglio o target dell’amputazione non è affetto da handicap sensoriali, come ad esempio un grave dolore (McGeoch et al, 2011). Tutti questi soggetti, infatti, condividono la necessità di danneggiare definitivamente un corpo apparentemente integro (Sedda, 2011). I pazienti con disturbo dell’identità dell’integrità corporea esperiscono, quindi, una disparità tra il proprio corpo e quello che immaginano giusto o adeguato per loro (First, 2005; Ramachandran e McGeoch, 2007).

Questi soggetti, infatti, percepiscono un arto del proprio corpo come estraneo. Esplicative, in questo senso, sono le parole riportate da un paziente: “Non sento i miei arti come se appartenessero a me, e non dovrebbero essere lì” (cfr. Blom, Hennekam e Denys, 2012).

La sofferenza e la preoccupazione per l’arto bersaglio è così forte che interferisce con il funzionamento nella vita quotidiana, e in alcun casi l’ossessione per l’amputazione occupa gran parte della giornata di questi pazienti (si vedano, ad es., Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Per potersi avvicinare al sentirsi come una persona disabile, molto spesso questi soggetti simulano una menomazione con l’uso di stampelle o di una sedia a rotelle. Inoltre, dal momento che i medici il più delle volte si rifiutano di amputare arti sani, e poiché in questi soggetti è forte bisogno di eliminare questa parte del corpo, possono mettere in atto (in maniera autonoma) soluzioni drastiche e pericolose per raggiungere lo stato fisico desiderato, attraverso delle automutilazioni, ad esempio sparandosi nelle gambe, attraverso ghigliottine create da sé, tramite l’uso di motoseghe o il congelamento dell’arto. Questi atti non sempre portano alla sopravvivenza del paziente (Bayne e Leavy, 2005; Bensler e Paauw, 2003; Berger et al., 2005; Patrone, 2009).

Il primo report scientifico di questo disturbo risale al 1977, quando Money et al. descrissero due casi di pazienti che manifestavano il desiderio di amputare un arto sano. Alcuni anni più tardi, Michael First (2005), in uno studio condotto su 52 volontari, descrisse gli individui che desideravano l’amputazione di un arto sano, identificando così alcune caratteristiche del disturbo, quali: la prevalenza di genere (la maggior parte dei soggetti erano uomini), la predilezione per l’amputazione di un particolare lato del corpo (il sinistro), e la preferenza per l’amputazione della gamba, piuttosto che del braccio.

Il disturbo dell’identità dell’integrità corporea ad oggi non è spesso riconosciuto da neurologi, chirurghi e psichiatri, nonostante sia descritto in letteratura (Blom, Hennekam e Denys, 2012).

Attualmente il disturbo dell’identità dell’integrità corporea non è incluso nella Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie 11 o nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 (DSM-5).

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