Cambiare è vitale: lettura cognitivo-comportamentale del romanzo “Per dieci minuti”

Nel testo sono presenti alcuni concetti che fanno riferimento ai pensieri irrazionali di Ellis, ai bias cognitivi di Beck, alla teoria dell' accettazione.

ID Articolo: 115067 - Pubblicato il: 03 novembre 2015
Cambiare è vitale: lettura cognitivo-comportamentale del romanzo “Per dieci minuti”
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Angelica Gandolfi, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

Il libro prende il via nel momento della presentazione, sotto forma di gioco, del trattamento psicoterapeutico e prosegue raccontando i trenta giorni successivi, costellati da trenta esperienze di novità, per terminare con il resoconto in seduta di tale percorso.

Per dieci minuti, romanzo di Chiara Gamberale (2014), racconta vicende in prima persona della scrittrice trentaseienne Chiara, alter ego dell’autrice, in piena crisi esistenziale, se così si può chiamare. Lasciata dal marito, col quale aveva condiviso fin dal liceo un rapporto ai limiti della simbiosi, privata della rubrica settimanale che teneva con passione e bloccata nella scrittura del suo romanzo, abbandonata in una casa estranea, in una città troppo grande e troppo sconosciuta rispetto al paesino campagnolo nel quale era vissuta fino a un anno prima, la giovane donna si trova a vivere una vita che non le appartiene più. Come emerge dalle parole riportate nelle prime pagine 

Unica a non avercela più, una vita, ero io. Al suo posto una massa informe, sfilacciata, ferita, che come unico perno su cui girare aveva lo smarrimento.

Chiara si scopre in una condizione di confusione dove sono andati in pezzi alcuni importanti capisaldi attorno ai quali si era costruita la propria esistenza. Focalizzata su se stessa e sul suo dolore, la protagonista manifesta evidenti segni depressivi, che rimandano a quei sensi di vuoto e di brancolamento nel buio, a quella mancanza motivazionale e di voglia che spesso portano a pensare che non ci sia più alcuna speranza di serenità. È proprio in questa situazione che si colloca la proposta terapeutica della Dottoressa T., psicoterapeuta di Chiara. Gli antecedenti descritti, in quanto fattori di enormi e destabilizzanti cambiamenti che tendono a incrinare le idee e le certezze su cui si fonda la propria vita, possono infatti rappresentare input a intraprendere un percorso psicologico, esattamente come accade per la protagonista.

Per un mese, a partire da subito, per dieci minuti al giorno, faccia una cosa che non ha mai fatto. […] Una cosa qualunque. Basta che non l’abbia mai fatta in trentacinque anni.

Il libro prende quindi il via nel momento della presentazione, sotto forma di gioco, del trattamento psicoterapeutico e prosegue raccontando i trenta giorni successivi, costellati da trenta esperienze di novità, per terminare con il resoconto in seduta di tale percorso. Al di là dell’apprezzabilità del romanzo, scritto con stile coinvolgente, sentimentale e ironico al contempo, è possibile utilizzare una chiave di lettura del racconto in termini più strettamente psicologici, in particolare facendo riferimento alla scuola di pensiero cognitivo-comportamentale.

La sfida proposta dalla Dottoressa T. può essere interpretata come una “scossa” che permetta alla protagonista di uscire dalla situazione di empasse in cui si trova, una sorta di spinta al cambiamento, un allargamento mentale che apra uno spiraglio nei muri rigidi degli schemi di pensiero. Quelli di cambiamento e di flessibilità cognitiva sono concetti centrali nella psicoterapia cognitivo comportamentale (CBT, Cognitive Behavioural Therapy). Studi (Shafeian e Hatami, 2013) hanno infatti indagato l’efficacia di una terapia, basata su tale scuola, su donne in fase di divorzio con sintomi depressivi, trovando risultati confirmatori. Altri autori (Butler, Chapman, Forman e Beck 2006) hanno condotto una rigorosa meta-analisi sugli esiti della CBT, sostenendone gli effetti positivi sui disturbi e sui sintomi concernenti la depressione.

Facendo solo un rapido accenno al razionale teorico, tale approccio può essere considerato come un’unione della psicologia cognitiva (Neisser, 1962) e della psicologia comportamentale (Watson, 1913). Riassumendo i pensieri di coloro ritenuti i padri fondatori, Beck (1984) e Ellis (1989), Hofmann et al. (Hofmann, Asnaani, Vonk, Sawyer e Fang, 2012) i disturbi mentali e il disagio psicologico sono mantenuti da fattori cognitivi. Secondo Beck (1984) eventi esterni o interni a una persona generano sempre in essa, più o meno consapevolmente, pensieri volti a interpretarli che influenzano lo stato emotivo e il comportamento. Tali valutazioni automatiche si organizzano in veri e propri schemi di significato, modelli di pensiero che guidano l’esistenza degli individui e che generano salde credenze su di sé, sugli altri e sul mondo (Semerari, 2000). Il pensiero è quindi una rappresentazione della realtà (Ruggiero, 2011), che può però essere imperfetta a causa di errori di elaborazione cognitiva propri del funzionamento mentale umano.

Messaggio pubblicitario Come spiegato da Ruggiero (2011), la sofferenza emergerebbe qualora un individuo utilizzi sistematicamente e rigidamente tali modelli di significato della realtà. Ellis (1989) definisce pensieri irrazionali queste convinzioni disfunzionali, che si traducono in “sciocche frasi” che le persone ripetono a loro stesse generando immediatamente disagio e sofferenza, nonché guidandone, di conseguenza, il comportamento. La terapia cognitivo-comportamentale agisce proprio su queste cognizioni maladattive che, in quanto pensieri erronei generati dalla persona stessa, possono essere verbalizzati, padroneggiati, cambiati (Hofmann, Asnaani, Vonk, Sawyer e Fang, 2012).

Errori di ragionamento, pensieri irrazionali e credenze disfunzionali, col passare del tempo, creano schemi che portano a un’interpretazione della realtà rigida e assoluta. Si attiva quindi un circolo vizioso per cui, avendo un’unica visione del mondo, si tende solo a confermare le proprie idee, aumentandone il determinismo e alimentando quindi emozioni e comportamenti dannosi per la propria salute psichica. Tali concetti sono trattati nel romanzo specificatamente durante una delle sedute psicoterapeutiche:

-Basta davvero un attimo no?- -Per fare cosa, dottoressa?- -Perché i nostri schemi emotivi e mentali […] si rivelino in realtà dei limiti.

Un altro momento importante in cui si rimanda a tali argomenti è quando l’autrice parla di Egoland. Accennando a un racconto scritto dalla protagonista, viene presentata questa idea di città dove ogni persona vivrebbe rinchiusa nel suo palazzo, costruito con mura più o meno spesse formate dalle proprie cognizioni, dal quale può essere difficile uscire, per paura o per abitudine. Afferma la Dottoressa T.:

Sa, Chiara: ci abitiamo quasi tutti. Se Egoland è la cittadina dei retaggi, dell’infanzia, delle coazioni a ripetere e degli attaccamenti, è difficile evadere.

Da sottolineare anche il rimando alla teoria dell’attaccamento di Bowlby (1972; 1975; 1983) e, in particolare, al concetto di modelli operativi interni (IWM, Internal Working Models). Questi sarebbero dei modelli relazionali che un individuo si crea a partire dalle prime esperienze di interazione con le figure di accudimento primarie (solitamente la madre), degli assunti di base (Beck, Rush, Shaw e Emery, 1987) su sé e sugli altri che permettono di fare previsioni sul mondo, guidando di conseguenza il proprio comportamento. Gli IWM sono mantenuti nel corso della vita e generalizzati alle nuove realtà, influenzando continuamente le interazioni e la formazione di legami dell’individuo. Bowlby (1977) utilizza i modelli operativi interni anche per spiegare le varie forme di disagio emotivo, compresa la depressione, che riguardano la separazione e la perdita, tra cui quelle relative al rapporto matrimoniale, in quanto forniscono indicazioni su se stessi all’interno e all’esterno della relazione. Nel romanzo, Chiara si trova catapultata fuori dal legame con il marito, perdendo così parte, per lei integrante, della propria rappresentazione personale. Da qui il senso di disorientamento e la tendenza all’autocolpevolizzazione, che Ellis (1989) considera come fonte di sofferenza e che collega all’autovalutazione negativa, consistente nell’attribuzione della negatività della situazione in cui ci si trova a propri difetti.

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